Giuseppe Lorizio: la teologia rapida per declinare “nel frattempo” la fede oggi

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Per il teologo e professore emerito di Teologia fondamentale alla Lateranense di Roma, l’invito alla velocità va declinato nella necessità di trovare “luoghi” nuovi per parlare di Dio
Mi sia consentito ricorrere a una metafora enogastronomica per inserirmi nel dibattito sulla cosiddetta “teologia rapida”, offrendo alcuni spunti di riflessione, che da tempo accompagnano il mio lavoro. Non sarà irriverente il riferimento al cibo-nutrimento, se si riflette sul fatto che alcune delle cose migliori e degli insegnamenti più significativi il Signore Gesù li ha offerti intorno ad una tavola imbandita. Certamente, ed è stato spiegato, non si intende con l’aggettivo “rapida” indicare la necessità di un sapere teologico frettoloso e spero non approssimativo, anche se la rapidità di per sé può giocare brutti scherzi. Tuttavia, non posso non rilevare il fatto che “teologia rapida” sia un ossimoro, che, onde non restare ingabbiato nella contraddizione, chiede di essere orientato verso il paradosso, proprio della logica della fede. E ciò può avvenire se piuttosto che al fast food, al quale spesso ci condanna il vortice degli impegni quotidiani, ci rivolgiamo allo street food, che può spesso riservare sorprese quanto alla qualità del cibo, che si consuma uscendo dalla comfort zone delle sale da pranzo o dei ristoranti per attraversare la città e incrociare le problematiche dell’oggi. Purtroppo, e anche di frequente lo chef teologo ricorre ad ingredienti surgelati e mette in tavola piatti cui manca la freschezza necessaria per un sano nutrimento. L’invito alla rapidità può quindi declinarsi nella necessità di una teologia fresca e non surgelata.

Il vortice del cambiamento non può travolgerci, se siamo capaci di sostenere la nostra lettura/interpretazione del presente con la consapevolezza del fatto che non ogni cambiamento è necessariamente epocale. Basta a tal proposito riflettere sull’attuale incapacità di denominare il nostro tempo in rapporto a quello che lo ha preceduto, ossia la modernità. L’imbarazzo risulta evidente nell’attitudine diffusa a rifugiarci in una serie di post (post-moderno, post-cristiano, post-veritativo, post-ideologico, post-secolare…) senza aver ancora trovato la parola giusta per l’epoca che stiamo abitando. Ma forse questo capita anche perché lo spirito del tempo si coglie al suo crepuscolo (metafora della nottola di Minerva) e quindi a distanza.

Quanto al momento pratico mi preme indicare la necessità di abitare uno strumento decisivo, quando non strumentale, per la lettura e l’interpretazione dell’oggi: il giornale. Penso di non scandalizzare se, nella sua forma più autentica, lo definisco come un vero e proprio “luogo teologico”. In realtà è stato Karl Barth a sdoganare la letteratura cosiddetta profana e a innestarla sul metodo teologico, non senza le dovute cautele: «La lettura di ogni sorta di letteratura profana, e anzitutto dei giornali, deve essere raccomandata con insistenza a chi vuole comprendere l’Epistola ai Romani». E nel 1918, l’anno in cui il teologo chiudeva la prima stesura del suo capolavoro, scrivendo a Eduard Thurneysen, così si esprime: «Ci fossimo convertiti prima alla Bibbia per avere ora un solido fondamento sotto i piedi! Si medita alternativamente sui giornali e sul Nuovo Testamento e si vede terribilmente poco del nesso organico dei due mondi, del quale si dovrebbe ora rendere testimonianza con chiarezza e forza». Con questa affermazione si prendono le distanze dal famoso ricorso hegeliano alla lettura dei giornali: «La lettura dei giornali di primo mattino è una specie di realistica benedizione di inizio giornata. Si orienta la propria condotta nei confronti del mondo a Dio o a ciò che è il mondo». E le Scritture Sante richiedono la pazienza dell’interpretazione del metodo della critica storica, se non si vuol cadere nel fondamentalismo, mentre leggere ed esprimersi sul giornale da parte del teologo non dovrà necessariamente assumere la forma nietzschiana del “cartaceo schiavo del giorno”. Cogliere ed abitare il “nesso” fra i due poli è impresa, in quanto per nulla facile e rapida, spesso, anche se non sempre, disattesa dall’odierno teologare.