Mi sia consentito ricorrere a una metafora enogastronomica per inserirmi nel dibattito sulla cosiddetta “teologia rapida”, offrendo alcuni spunti di riflessione, che da tempo accompagnano il mio lavoro. Non sarà irriverente il riferimento al cibo-nutrimento, se si riflette sul fatto che alcune delle cose migliori e degli insegnamenti più significativi il Signore Gesù li ha offerti intorno ad una tavola imbandita. Certamente, ed è stato spiegato, non si intende con l’aggettivo “rapida” indicare la necessità di un sapere teologico frettoloso e spero non approssimativo, anche se la rapidità di per sé può giocare brutti scherzi. Tuttavia, non posso non rilevare il fatto che “teologia rapida” sia un ossimoro, che, onde non restare ingabbiato nella contraddizione, chiede di essere orientato verso il paradosso, proprio della logica della fede. E ciò può avvenire se piuttosto che al fast food, al quale spesso ci condanna il vortice degli impegni quotidiani, ci rivolgiamo allo street food, che può spesso riservare sorprese quanto alla qualità del cibo, che si consuma uscendo dalla comfort zone delle sale da pranzo o dei ristoranti per attraversare la città e incrociare le problematiche dell’oggi. Purtroppo, e anche di frequente lo chef teologo ricorre ad ingredienti surgelati e mette in tavola piatti cui manca la freschezza necessaria per un sano nutrimento. L’invito alla rapidità può quindi declinarsi nella necessità di una teologia fresca e non surgelata.
Mi piace pensare alla figura della “teologia rapida” come a una modalità di declinare la fede nel “frattempo”, proprio perché la presenza sulla strada indica il passaggio, con tutto ciò che esso può significare. In primo luogo, si tratta di mettere in atto un metodo teologico che sappia innestare fra l’auditus fidei e l’intellectus revelationis l’auditus temporis. Tale atteggiamento, o se si vuole con parola di moda “stile” teologico, consente certamente la sincronia con il presente, tuttavia non mi stancherò mai di ripetere che essa si fonda sulla diacronia della storia, che richiede a sua volta la pazienza di “contare” non solo i nostri giorni, ma quelli nei quali si è dispiegata la presenza del Dio vivente nelle umane vicende. Voglio dire che senza una solida formazione teologica di base, la rapidità rischia di consegnarsi all’effimero, così come senza la “fatica del concetto” (parola di Hegel) il profluvio delle metafore annebbia la lucidità del pensiero e finisce col confondere la mente del teologo e quelle di chi lo legge o lo ascolta. Inoltre, la strada mi auguro possa condurre al gusto della tavola, che si può cogliere nell’attitudine alla scrittura di saggi, oltre che di articoli o rapidi interventi. Insomma, alla teologia è chiesto di restare se stessa, senza che chi la esercita si trasformi di volta in volta in critico letterario o cinematografico o musicale, in sociologo, in politologo, in giornalista…, sebbene debba prestare attenzione ai semi del Verbo presenti nelle diverse espressioni culturali. In questo senso non si può rapidamente abbandonare la dimensione scientifica del sapere della fede, né i luoghi in cui si esprime: l’accademia, la biblioteca, l’aula, la cattedra. Non possiamo lasciar andare frettolosamente la teologia come scienza e neppure dimenticare che si tratta di un sapere dipendente dalla “scientia Dei et beatorum”, come insegna l’Aquinate. Come teologi dobbiamo imparare a leggere e interpretare le vicende umane sub specie aeternitatis, ossia spinozianamente.
Il vortice del cambiamento non può travolgerci, se siamo capaci di sostenere la nostra lettura/interpretazione del presente con la consapevolezza del fatto che non ogni cambiamento è necessariamente epocale. Basta a tal proposito riflettere sull’attuale incapacità di denominare il nostro tempo in rapporto a quello che lo ha preceduto, ossia la modernità. L’imbarazzo risulta evidente nell’attitudine diffusa a rifugiarci in una serie di post (post-moderno, post-cristiano, post-veritativo, post-ideologico, post-secolare…) senza aver ancora trovato la parola giusta per l’epoca che stiamo abitando. Ma forse questo capita anche perché lo spirito del tempo si coglie al suo crepuscolo (metafora della nottola di Minerva) e quindi a distanza.
Vorrei infine accennare a due componenti, uno speculativo e l’altro pratico, che a mio avviso dovranno caratterizzare la street theology. Innanzitutto, l’intuizione intellettuale, ovvero la capacità di cogliere il senso di eventi e situazioni in maniera immediata e, se si vuole, rapida. L’arte (come ha insegnato Jacques Maritain), in quanto capace di affiancare all’immediatezza la creatività, può offrire al teologo un paradigma e un avvertimento. Li assumiamo entrambi dal poeta, che ha suggerito la domanda sul perché della poesia, Friedrich Hölderlin: «Una intuizione intellettuale, che non può essere altro che l’unione con tutto ciò che vive, non può certo essere sentita da un animo angusto, può solo essere presentita nelle sue più alte aspirazioni, ma può essere riconosciuta dallo spirito e deriva dall’impossibilità di una scissione e di un isolamento assoluto». E qui si renderebbe necessaria una riflessione sulla teologia, oltre che come scienza, come appunto arte. E tuttavia l’intuizione intellettuale da sola non basta alla costruzione di un sapere, che in quanto scientifico, oltre che sapienziale, dovrà essere pubblico e strutturato anche in base a induzioni e deduzioni.
Quanto al momento pratico mi preme indicare la necessità di abitare uno strumento decisivo, quando non strumentale, per la lettura e l’interpretazione dell’oggi: il giornale. Penso di non scandalizzare se, nella sua forma più autentica, lo definisco come un vero e proprio “luogo teologico”. In realtà è stato Karl Barth a sdoganare la letteratura cosiddetta profana e a innestarla sul metodo teologico, non senza le dovute cautele: «La lettura di ogni sorta di letteratura profana, e anzitutto dei giornali, deve essere raccomandata con insistenza a chi vuole comprendere l’Epistola ai Romani». E nel 1918, l’anno in cui il teologo chiudeva la prima stesura del suo capolavoro, scrivendo a Eduard Thurneysen, così si esprime: «Ci fossimo convertiti prima alla Bibbia per avere ora un solido fondamento sotto i piedi! Si medita alternativamente sui giornali e sul Nuovo Testamento e si vede terribilmente poco del nesso organico dei due mondi, del quale si dovrebbe ora rendere testimonianza con chiarezza e forza». Con questa affermazione si prendono le distanze dal famoso ricorso hegeliano alla lettura dei giornali: «La lettura dei giornali di primo mattino è una specie di realistica benedizione di inizio giornata. Si orienta la propria condotta nei confronti del mondo a Dio o a ciò che è il mondo». E le Scritture Sante richiedono la pazienza dell’interpretazione del metodo della critica storica, se non si vuol cadere nel fondamentalismo, mentre leggere ed esprimersi sul giornale da parte del teologo non dovrà necessariamente assumere la forma nietzschiana del “cartaceo schiavo del giorno”. Cogliere ed abitare il “nesso” fra i due poli è impresa, in quanto per nulla facile e rapida, spesso, anche se non sempre, disattesa dall’odierno teologare.