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Perché la Chiesa? Ricerca neotestamentaria sulla sua identità

PastoraleGiovanilePerché la Chiesa? (Rinaldo Fabris)
 
Una ricerca neotestamentaria sull'identità e sulla specificità della comunità credente.

La risposta all'interrogativo «perché o a che scopo la chiesa»? si può elaborare rimandando all'analisi storica dei fattori che stanno alla sua origine, oppure con un'indagine sociologica circa il ruolo dell'istituzione e organizzazione ecclesiale nella società moderna. L'una e l'altra sono legittimi tentativi di capire e interpretare un'esperienza o fenomeno che ha dimensioni storiche e un impatto sociale innegabili. Per chi vive l'esperienza della chiesa dall'interno è altrettanto legittimo e urgente rendersi conto delle motivazioni che definiscono la fisionomia e lo statuto originario della chiesa. Del resto questa è l'esigenza fondamentale che sta alla base degli scritti del NT, nonostante la diversità di situazioni e di fattori che hanno contribuito alla loro struttura letteraria attuale. I quattro libretti che vanno sotto il nome di vangeli più che una ricostruzione storiografica della vicenda e insegnamento di Gesù, sono una sintesi della predicazione su Gesù, il Cristo, come fondamento e norma autorevole per la vita delle comunità cristiane che si richiamano alla sua persona e al suo progetto. Lo stesso discorso vale per l'unica opera di ricostruzione storica dei primi trent'anni del movimento cristiano, gli Atti degli Apostoli. L'autore, Luca, non intende fare un'opera esclusivamente storica, ma, sulla base di alcuni ricordi e tradizioni storici, vuole aiutare i cristiani del suo tempo, anni 80 d.C. circa, e capire la loro esperienza di comunità cristiana in relazione al passato e ai nuovi problemi suscitati dall’impatto con il loro ambiente. Anche gli scritti che costituiscono l'epistolario paolino non sono dei trattati teologici o dei catechismi, ma dei dialoghi a distanza tra Paolo o un suo discepolo e le prime comunità cristiane. In queste lettere si affronta il problema teorico-pratico dell'identità cristiana in rapporto alle nuove situazioni che sorgono all'interno della comunità e nel dialogo con l'ambiente esterno. Questa tradizione di dialogo epistolare si prolunga quasi fino alla fine del primo secolo, con gli scritti che sono posti sotto l'autorità di personaggi del periodo di fondazione delle chiese: Pietro, Giacomo, Giovanni (Apocalisse e lettere) e Giuda. In altre parole gli scritti del NT rappresentano la prima riflessione sull'esperienza cristiana a dimensione ecclesiale.

 

San Paolo apostolo grande comunicatore

 

san paoloPaolo di Tarso, oltre a non essere nato con la propensione a fare l'apostolo del Vangelo, non era nato neppure con la vocazione dello scrittore. Non vi era predisposto già nel senso materiale del saper impugnare un calamo (visto che i suoi scarsi interventi di questo genere, stando a quanto leggiamo in Gal 6,11, dovevano essere poco eleganti), ma neanche quanto all'orgoglio e al piacere di saper stendere un qualsivoglia testo magari per dettatura a uno scrivano, come di solito avveniva (visto che in 2Cor 11,6 si professa inesperto nella parola). Paolo non aveva comunque nessun motivo per redigere un qualsiasi testo scritto, dato che l'educazione farisaica ricevuta a Gerusalemme ai piedi di Gamaliele, come dimostrerà per lungo tempo la tradizione delle scuole rabbiniche (almeno fino al 200 d.C.), consisteva essenzialmente nel saper leggere i testi classici delle Scritture di Israele e nell'arte di spiegarli soltanto a viva voce.

 

L'autorità nella Bibbia: "non deve essere così tra voi"

L’AUTORITÀ NELLA BIBBIA (Dr. Prof. Bruna Costacurta)


icona-miniatura-lavanda-dei-piedi b6e9105b41d7d723b326cd041a726776.image.330x330“Non deve essere così tra di voi”: queste parole tratte dal Vangelo sono state
appropriatamente scelte come filo conduttore di questa Assemblea che vuole
riflettere sul “servizio dell’autorità”. Sono le parole che Gesù pronuncia dopo la
richiestadella madredei figli di Zebedeo di sedere alla sua destra e alla sua
sinistra. Rivolgendosi agli altri apostoli, scandalizzati da quella richiesta, Gesù
dice: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le
opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»(Mt 20,25-28). L’esercizio del potere, invece di essere aiuto alla crescita e contributo al bene comune, si tramutaspesso in vessazione, esibizione di superiorità e una volontà di sopraffazione che tende a opprimere e rendere l’altro schiavo, umiliandolo, sminuendolo, violentandolo. Ma tra i discepoli di Gesù non può essere così e nelle comunità che camminano alla sua sequela non c’è posto per il potere ma solo per quell’esercizio di  autorità che si fa servizio amorevole, nella piena disponibilità di sé, fino a dare la vita per coloro che Dio affida a chi deveessere esempio e guida sul sentiero arduo della santità.

 

Consacrazione o affidamento? Una corretta spiritualità mariana

 


beato angelicoIn qualsiasi tema teologico non è da sottovalutare il problema del linguaggio. La parola infatti non è un'etichetta che poniamo sulle realtà, ma un'espressione che fa tutt'uno con la cosa che vogliamo indicare. Anche parlando di Maria dobbiamo vigilare perché il linguaggio sia preciso e trasmetta genuinamente i contenuti che la riguardano.

Accogliere Maria

Per regolare il nostro linguaggio nei riguardi di Maria, dobbiamo rifarci al celebre episodio narrato da Giovanni, dove Gesù dall'alto della croce rivela e dona Maria come madre del discepolo amato (Gv 19,25-27). Esiste ormai un consenso tra gli esegeti nel considerare questo episodio una "scena di rivelazione" – secondo la formula di Michel De Goedt – per cui l'interpretazione del testamento filiale di Gesù verso sua madre non costituisce l'obiettivo principale della scena. Se fosse così, l'episodio si ridurrebbe a un atto rientrante nella sfera privata e familiare, e risulterebbe – secondo la pittoresca espressione di R. Brown – «un pesce fuor d'acqua in mezzo agli episodi spiccatamente simbolici che lo circondano nel racconto della crocifissione». Lo stesso autore, non certo incline al massimalismo mariano, insiste in maniera inattesa sul carattere teologico o meglio storico-salvifico della scena, costruita secondo la formula rivelatoria: «In questa formula, chi parla rivela il mistero della speciale missione salvifica che l'interlocutore intraprenderà; quindi, la condizione di figlio e quella di madre, proclamate dalla croce, hanno valore per il piano di Dio e sono in relazione con quello che si sta compiendo con l'innalzamento di Gesù sulla croce». Giovanni non solo afferma che l'identità di Maria consiste nell'essere madre e quella del discepolo di essere figlio, ma trasmette la convinzione che l'«episodio ai piedi della croce è il completamento dell'opera che il Padre ha dato da fare a Gesù, nel contesto dell'adempimento della Scrittura».
Circa l'atteggiamento fondamentale da assumere di fronte a Maria, dopo la rivelazione della sua maternità nell'ordine della grazia, non c'è dubbio che esso sia costituito dall'accoglienza, proprio come ha fatto il discepolo amato: «E da quell'ora il discepolo la accolse tra i suoi beni» (Gv 19,27).

 

Pentecoste: familiarizziamoci con lo Spirito Santo!

 

«Chi è presso di me è presso il fuoco»
Origene (185-254), Omelia su Geremia Libro I [III]

Lo Spirito Santo: Spirito creatore, Spirito di Cristo, Amore che unisce il Padre e il Figlio, Spirito che anima la Chiesa, Spirito che trasfigura il cosmo, Spirito che muove l’intimo dei cuori, Spirito promesso e atteso, desiderato e imprevedibile, memoria e novità, impeto del vento e soffio leggero, scriba della nuova alleanza…
Alcune letture che invitano ad esporsi al Vento per vivere del suo respiro, esporsi al Fuoco per consumarsi della sua fiamma, nel cuore e nella Chiesa.

Dai "Discorsi" di un anonimo autore africano del sec. VI
Discorso 8, 1-3; Patrologia Latina 65, 743-744

Ora [a Pentecoste] la Chiesa, radunata per opera dello Spirito Santo, esprime la sua unità in tutte le lingue. Perciò se qualcuno dirà a uno di noi: Hai ricevuto lo Spirito Santo, per quale motivo non parli in tutte le lingue? Devi rispondere: Certo che parlo in tutte le lingue, infatti sono inserito in quel corpo di Cristo cioè nella Chiesa, che parla tutte le lingue. Che cosa altro in realtà volle significare Dio per mezzo della presenza dello Spirito Santo, se non che la sua Chiesa avrebbe parlato in tutte le lingue? Si compì in questo modo ciò che il Signore aveva promesso: Nessuno mette vino nuovo in otri vecchi, ma si mette vino nuovo in otri nuovi e così ambedue si conservano (cfr. Lc 5, 37-38). Perciò quando si udì parlare in tutte le lingue, alcuni a ragione andavano dicendo: "Costoro si sono ubriacati di mosto" (At 2, 13).

Infatti erano diventati otri nuovi rinnovati dalla grazia della santità, in modo che ripieni di vino nuovo, cioè dello Spirito Santo, parlando tutte le lingue, erano ferventi, e rappresentavano con quel miracolo evidentissimo che la Chiesa sarebbe diventata cattolica per mezzo delle lingue di tutti i popoli. Celebrate quindi questo giorno, come membra dell’unico corpo di Cristo. Infatti non lo celebrerete inutilmente se voi sarete quello che celebrate. Se cioè sarete incorporati a quella Chiesa, che il Signore colma di Spirito Santo, estende con la sua forza in tutto il mondo, riconosce come sua, venendo da essa riconosciuto. Lo Sposo non ha abbandonato la sua Sposa, perciò nessuno gliene può dare un’altra diversa.

 
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