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Siate forti e coraggiosi: il ruolo dell'educatore cristiano in una società che cambia

Siate forti e coraggiosi: il ruolo dell'educatore cristiano in una società che cambia
 
spettatori 01Dio Padre è certezza che la vita umana ha un fondamento e un ancoraggio. Non è assente dalla vita quotidiana della famiglia, percorre le sue strade e incrocia i suoi percorsi.  Educare vuol dire porsi di fronte alle nostre paure, le ansie, le preoccupazioni, le notti insonni e le incertezze del domani, esse possono diventare frustrazioni o porte verso la speranza. Proporre una ricetta sicura è impossibile, perché sono tante le variabili che intervengono per poter codificare e ridurre l'educazione a formule risolutive e infallibili. L'educazione non è uno stato o una condizione ma un percorso pieno di incognite e spesso ci si trova a rimettere in discussione esperienze e certezze, in special modo quando si hanno più figli.

 

Semplicemente Bergoglio

Semplicemente, Bergoglio: testimonianza di un collaboratore di Papa Francesco da Vescovo di Buenos Aires

untitledUNA CHIESA POVERA, FRATERNA, LIBERA, SEMPLICE, GENEROSA, GIOIOSA Testimonianza diretta di un collaboratore di papa Bergoglio da vescovo di Buenos Aires. Mons. Victor M. Fernández è rettore dell’Università cattolica della capitale argentina ed è stato consulente teologico del cardinale ad  Aparecida. Un ritratto dal vivo, carico di simpatia e di parresia. Un aiuto per “capire” papa Francesco. Ben oltre la novità dei gesti di papa Francesco osannato dai mass-media, mi sembra importante aiutare a comprendere il suo pensiero, a partire dal suo operato come arcivescovo. Premetto che il mio approccio non è critico, ma di cuore e a partire da profonde convinzioni personali.

1. Sentimento popolare profondo.
La parola “popolo” è una di quelle che Bergoglio usa con una luce particolare negli occhi. Valorizza il popolo come soggetto collettivo, che dovrebbe trovarsi al centro delle preoccupazioni della Chiesa e di ogni altro potere. Non è da poco affermarlo,mentre in alcuni settori della società e della Chiesa il popolo viene considerato soltanto una massa piena di difetti che devono venire risanati dall’azione formativa di “saggi e prudenti”.  Non possiamo ignorare che, come vescovo, ha sempre insistito con i suoi preti che non solo fossero misericordiosi, ma che sapessero anche adattarsi alla gente, non adottassero una morale o una prassi ecclesiale rigida, non complicassero la vita della gente con precetti calati autoritariamente dall’alto. «Siamo qui per dare al popolo quello di cui il popolo ha bisogno» è convinzione che ripete con insistenza. Sono convinto che non si tratti di populismo opportunista (lo si chiami come si vuole), ma piuttosto della certezza in ciò che lo Spirito opera nel popolo, e lo compie secondo modelli e categorie spesso irriconoscibili agli ambienti colti o agiati che, nella loro incapacità di comprendere, sono soliti mostrare il medesimo autoritarismo irragionevole da loro criticato.

 

Lo stile pastorale del card Ersilio Tonini: quello manifestato da papa Francesco

 

 

 

Il card Ersilio Tonini ha manifestato lo stesso stile pastorale di papa Francesco

Nato in una famiglia di umili origini, ha iniziato nel seminario di Piacenza. Memorabile il lascito dell'appartamento nello splendido Palazzo arcivescovile a un nucleo di tossicodipendenti. Il Cardinale Ersilio Tonini, Arcivescovo emerito di Ravenna-Cervia, è nato il 20 luglio 1914 a Centovera di Sangiorgio Piacentino, terzo di cinque figli di Cesare e Celestina Guarnieri, umili salariati agricoli. A undici anni è entrato nel Seminario di Piacenza, dove ha completato gli studi superiori; è stato ordinato sacerdote il 18 aprile 1937 dal Vescovo Ersilio Menzani. Fino al 1939 è stato vice-rettore del Seminario piacentino, poi si è trasferito a Roma per studiare Diritto Civile e Canonico alla Università Lateranense. Rientrato nel 1943 a Piacenza, ha iniziato a insegnare Italiano, Latino e Greco, venendo contemporaneamente nominato Assistente spirituale dei gruppi Fuci e dei Laureati cattolici. Risale al 1947 il suo primo incontro con il mondo della comunicazione sociale, quando ha assunto la Direzione del settimanale diocesano "Il nuovo giornale", in un momento segnato da forti contrasti sociali e dalla lotta di classe. Il 14 maggio 1953 viene nominato Parroco a Salsomaggiore, dove fa costruire il grande "Oratorio Don Bosco", e contemporaneamente assiste spiritualmente le universitarie del Collegio di Castelnuovo Fogliano dell'Università Cattolica.

 

Attualità di don Primo Mazzolari

 

Attualità di don Primo Mazzolari (Sebastiano Cesca)


Lavanda-dei-piediLE TRACCE, L'EREDITA', L'ISOLAMENTO

A 40 anni dalla scomparsa del suo eccezionale "curato di campagna", Bozzolo, un paesino agricolo della bassa mantovana di 4000 anime, conserva ancora segni significativi della presenza di don Primo Mazzolari. Il visitatore che arriva nella chiesa principale del paese, la bella parrocchiale dedicata a S. Pietro, trova in testa alla navata destra una lastra tombale che reca semplicemente scritto PRIMO MAZZOLARI - SACERDOTE e due date: quella del battesimo (1890) e quella della morte (1959). Addossato al muro c'è il nudo bassorilievo ovale di un ramoscello d'ulivo innestato su un tronco. A pochi metri di distanza, oltre la sacrestia, si trova lo studio, ove per 27 anni dal '32 al '59, don Primo ha letto, meditato e scritto, attorniato da cumuli di carte e libri.

 

La sofferenza: un bene o un male per l'uomo? (padre Bartolomeo Sorge)

 

La sofferenza. Un bene o un male per l'uomo? 

 

2004790607Grazie all'incontro tra la ragione e la fede è possibile giungere a comprendere in certa misura il senso della sofferenza; essa, cioè: non è una fatalità; non è un castigo; ma viene dall'amore e porta all'amore. La sofferenza è compagna inseparabile di ogni esistenza umana. C'è la sofferenza fisica del corpo, con l'esperienza della malattia, del deperimento organico, della morte. C'è la sofferenza morale dell'anima, più dilaniante di quella fisica, causata dall'ingratitudine, dall'abbandono, dal tradimento, dall'emarginazione, dal disprezzo e ancor più dalle proprie colpe. C'è la sofferenza psicologica, che spesso fa da corollario al dolore fisico e al dolore morale e si manifesta sotto forma di tristezza, delusione, pessimismo, scoraggiamento, depressione. Talvolta, poi, queste diverse forme di sofferenza si sovrappongono una all'altra fino a trasformarsi in veri e propri flagelli sociali, come nel caso delle calamità naturali, delle epidemie, delle catastrofi, della fame e della guerra. Che dire dello sterminio di milioni di ebrei nei lager nazisti, delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, delle pulizie etniche, della sopraffazione di milioni di bambini innocenti? Tutte queste forme di sofferenza non sono altro che aspetti particolari del problema più generale del «male», che consiste nell'essere privati di un bene, del quale invece si dovrebbe disporre secondo l'ordine normale delle cose. Di fronte a questi drammi, la ragione umana non può fare a meno d'interrogarsi: perché il male, perché la sofferenza? Se esiste un Dio buono e onnipotente, perché non interviene? Dov'era Dio ad Auschwitz?

 
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