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Consacrazione o affidamento? Una corretta spiritualità mariana

 


beato angelicoIn qualsiasi tema teologico non è da sottovalutare il problema del linguaggio. La parola infatti non è un'etichetta che poniamo sulle realtà, ma un'espressione che fa tutt'uno con la cosa che vogliamo indicare. Anche parlando di Maria dobbiamo vigilare perché il linguaggio sia preciso e trasmetta genuinamente i contenuti che la riguardano.

Accogliere Maria

Per regolare il nostro linguaggio nei riguardi di Maria, dobbiamo rifarci al celebre episodio narrato da Giovanni, dove Gesù dall'alto della croce rivela e dona Maria come madre del discepolo amato (Gv 19,25-27). Esiste ormai un consenso tra gli esegeti nel considerare questo episodio una "scena di rivelazione" – secondo la formula di Michel De Goedt – per cui l'interpretazione del testamento filiale di Gesù verso sua madre non costituisce l'obiettivo principale della scena. Se fosse così, l'episodio si ridurrebbe a un atto rientrante nella sfera privata e familiare, e risulterebbe – secondo la pittoresca espressione di R. Brown – «un pesce fuor d'acqua in mezzo agli episodi spiccatamente simbolici che lo circondano nel racconto della crocifissione». Lo stesso autore, non certo incline al massimalismo mariano, insiste in maniera inattesa sul carattere teologico o meglio storico-salvifico della scena, costruita secondo la formula rivelatoria: «In questa formula, chi parla rivela il mistero della speciale missione salvifica che l'interlocutore intraprenderà; quindi, la condizione di figlio e quella di madre, proclamate dalla croce, hanno valore per il piano di Dio e sono in relazione con quello che si sta compiendo con l'innalzamento di Gesù sulla croce». Giovanni non solo afferma che l'identità di Maria consiste nell'essere madre e quella del discepolo di essere figlio, ma trasmette la convinzione che l'«episodio ai piedi della croce è il completamento dell'opera che il Padre ha dato da fare a Gesù, nel contesto dell'adempimento della Scrittura».
Circa l'atteggiamento fondamentale da assumere di fronte a Maria, dopo la rivelazione della sua maternità nell'ordine della grazia, non c'è dubbio che esso sia costituito dall'accoglienza, proprio come ha fatto il discepolo amato: «E da quell'ora il discepolo la accolse tra i suoi beni» (Gv 19,27).

 

Pentecoste: familiarizziamoci con lo Spirito Santo!

 

«Chi è presso di me è presso il fuoco»
Origene (185-254), Omelia su Geremia Libro I [III]

Lo Spirito Santo: Spirito creatore, Spirito di Cristo, Amore che unisce il Padre e il Figlio, Spirito che anima la Chiesa, Spirito che trasfigura il cosmo, Spirito che muove l’intimo dei cuori, Spirito promesso e atteso, desiderato e imprevedibile, memoria e novità, impeto del vento e soffio leggero, scriba della nuova alleanza…
Alcune letture che invitano ad esporsi al Vento per vivere del suo respiro, esporsi al Fuoco per consumarsi della sua fiamma, nel cuore e nella Chiesa.

Dai "Discorsi" di un anonimo autore africano del sec. VI
Discorso 8, 1-3; Patrologia Latina 65, 743-744

Ora [a Pentecoste] la Chiesa, radunata per opera dello Spirito Santo, esprime la sua unità in tutte le lingue. Perciò se qualcuno dirà a uno di noi: Hai ricevuto lo Spirito Santo, per quale motivo non parli in tutte le lingue? Devi rispondere: Certo che parlo in tutte le lingue, infatti sono inserito in quel corpo di Cristo cioè nella Chiesa, che parla tutte le lingue. Che cosa altro in realtà volle significare Dio per mezzo della presenza dello Spirito Santo, se non che la sua Chiesa avrebbe parlato in tutte le lingue? Si compì in questo modo ciò che il Signore aveva promesso: Nessuno mette vino nuovo in otri vecchi, ma si mette vino nuovo in otri nuovi e così ambedue si conservano (cfr. Lc 5, 37-38). Perciò quando si udì parlare in tutte le lingue, alcuni a ragione andavano dicendo: "Costoro si sono ubriacati di mosto" (At 2, 13).

Infatti erano diventati otri nuovi rinnovati dalla grazia della santità, in modo che ripieni di vino nuovo, cioè dello Spirito Santo, parlando tutte le lingue, erano ferventi, e rappresentavano con quel miracolo evidentissimo che la Chiesa sarebbe diventata cattolica per mezzo delle lingue di tutti i popoli. Celebrate quindi questo giorno, come membra dell’unico corpo di Cristo. Infatti non lo celebrerete inutilmente se voi sarete quello che celebrate. Se cioè sarete incorporati a quella Chiesa, che il Signore colma di Spirito Santo, estende con la sua forza in tutto il mondo, riconosce come sua, venendo da essa riconosciuto. Lo Sposo non ha abbandonato la sua Sposa, perciò nessuno gliene può dare un’altra diversa.

 

Maria, Regina degli apostoli, meno lontana da noi, più nostra

 

ANCHE LA REGINA APOSTOLORUM TRAFITTA DALLA SPADA DELLA PAROLA DI DIO

immagine regina apostolorumNon è ancora del tutto fugato quel modo di presentare la Vergine, come se ella conoscesse tutto, e fin dal grembo materno. Lei, si dice, godeva la visione beatifica, aveva la scienza infusa ... Simili schemi di pensiero derivano da queste premesse: l'ignoranza è conseguenza del peccato originale; Maria, essendo immacolata, fu esente dal peccato originale; quindi lei era immune dall'ignoranza, ed ebbe in dono la conoscenza perfetta su tutto e su tutti. Mettendo così il carro davanti ai buoi, è poi logico considerare «antimariani» quei brani del Vangelo ove si dice che la Vergine rimaneva meravigliata, era colta da stupore, o non capiva. Il Concilio Vaticano II non esita ad affermare che la madre di Gesù «avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla Croce»1. È stata, questa, una delle frasi più felici dei testi conciliari. Essa ha dato il via a una serie impressionante di studi sulla fede della Madonna. La stessa enciclica Redemptoris Mater dedica ben otto paragrafi (dal 12 al 19) al cammino di fede percorso dalla santa Vergine tra oscurità e prove. Nella sua esperienza di credente, «non è difficile - scrive il Papa al n. 17 - notare ... una particolare fatica del cuore, unita a una sorta di notte della fede, per usare le parole di san Giovanni della Croce, quasi un 'velo' attraverso il quale bisogna accostarsi all'invisibile e vivere nell'intimità col mistero. È infatti in questo modo che Maria, per molti anni, rimase nell'intimità col mistero del suo Figlio, e avanzava nel suo itinerario di fede, man mano che Gesù 'cresceva in sapienza ... e grazia davanti a Dio e agli uomini (Lc 2,52)». Non v'è dubbio che sia questa l'immagine esatta di Maria, garantita dai santi Vangeli.

 

San Giuseppe: santo sì, ma lavoratore

 

SAN GIUSEPPE: santo sì, ma lavoratore!

san giuseppeL'aspetto sociale del lavoro con l'apporto della sua concretezza derivante dalla spiritualità vissuta nelle Case della Famiglia Paolina


Il cammino profetico dei fondatori è sempre segnato da "intuizioni", piccole luci interiori emerse nella preghiera, nella riflessione personale e sperimentate nel loro accrescersi passando da piccole fiammelle a grandi fari accesi nella notte nel percorso umano e sociale vissuto da questi "uomini di Dio" che solcano la storia come "maestri", desiderosi di procedere nascostamente nel loro impegno indipendentemente dall'essere più o meno compresi o più o meno acclamati. Così anche il Beato Giacomo Alberione, il nostro Primo Maestro, definito qualche anno prima della sua morte da Paolo VI "umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile e raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all'opera" ci sprona col suo stile "volutamente nascosto" a farci riflettere e interrogarci sulle note che risuonano dalla sua spiritualità pienamente accordata sulla vita ecclesiale ed apostolica del suo tempo. Sicuramente fu così anche per la "devozione a S. Giuseppe" che egli visse personalmente e trasmise ai suoi fin dai primi anni di fondazione dell'opera paolina. Il 5 ottobre del 1921 lui stesso scelse per sé il nome di Giuseppe, emettendo in quel di Alba la professione religiosa con i suoi primi discepoli.

 

Il servizio di guida in una comunità: lo stile del Buon Pastore

 

Il servizio di guida in una comunità


pasgallaSia nell'Antico che nel Nuovo Testamento la designazione di Dio come Pastore esprime, in un linguaggio toccante e significativo, l'intenso amore di Dio per il suo popolo, definisce la salvezza e il sacrificio che ce l'ha donata come atto d'amore, di un amore intenso e portato all'estremo. La prospettiva del Pastore può ispirare un rinnovamento pastorale nell’esercizio dei vari ministeri nella Chiesa.
Nella “Lettera ai cercatori di Dio” si afferma: «Una delle vie per vivere la memoria di Gesù e sentirsi membra del suo corpo, che è la Chiesa, consiste nel fare a nostra volta quello che lui ha fatto: servire e amare… Il servizio nel confronto dei fratelli si è dall’inizio concretizzato in un compito molto importante: la cura del corpo di Cristo, che è la Chiesa, la comunità dei cristiani». L’immagine del Buon Pastore evoca, a questo proposito, varie piste di cammino per un responsabile di un gruppo/comunità e per ogni serio educatore alla fede.

Il bel pastore

Il termine greco che viene tradotto con “buono” è kalòs; questo aggettivo, in realtà, esprime il concetto di bello, eccellente, ammirabile. Quando è unito a nomi di uomini indica persone competenti, di animo nobile, moralmente buoni, che sanno confortare e confermare il prossimo. Gesù ripete più volte che lui è il pastore, quello bello, perché porta in sé tutta la bellezza e la grazia di Dio. Dunque, non è solo buono e misericordioso, ma bello. La bontà è certamente la qualità migliore, perché incoraggia, consola, rincuora, approfondisce relazioni. La bontà aiuta, però non può fare innamorare. Ciò che sconvolge la mente e che attira più di qualsiasi forza al mondo è la bellezza.
Non possiamo amare noi stessi se non ci piacciamo almeno un poco, nonostante le nostre pigrizie e vizi. Nemmeno la vita riusciamo ad amare se non la scopriamo, almeno a sprazzi, bella e interessante. Nemmeno la comunità riusciamo ad amare se non vediamo in lei, pur dietro a tanti difetti, una qualche grazia. La bellezza degli astri incanta più di qualsiasi ragionamento su di essi. È la bellezza che ci salverà. Gesù, il Signore, si presenta dunque come la bellezza fatta pastore, con tutto ciò che questo comporta di fedeltà, protezione, guida, affidabilità, salvezza. Ecco perché sin dai primi secoli l’immagine del pastore divenne determinante per la comunità cristiana. Gesù è la bellezza che si fa aiuto, sostegno, cura, misericordia, perdono. Egli non teme di passare neppure attraverso dolore, croce e martirio: anzi, proprio così sa attirare a sé tutti coloro che hanno occhi per vedere e un cuore ancora capace di emozioni e sentimenti (Gv 19,37).

 
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