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La pace ci chiede molto di più della guerra: siamo disposti ad accettarlo?

 

Le preghiere, il digiuno di oggi e le responsabilità di domani

DSC00529Stiamo vivendo tutti con particolare partecipazione queste ore. L'appello rivolto domenica scorsa da Papa Francesco per una giornata di digiuno e preghiera per la pace in Siria (ma anche negli altri posti dimenticati nel mondo dove si muore a causa della guerra) ha fatto breccia nel cuore di molti. Ci ha dato «qualcosa da fare» in una situazione in cui abbiamo sperimentato troppo a lungo un'impotenza che - alla fine - ha generato indifferenza. Proprio per questo - però - dobbiamo anche porci una domanda di fondo: per che cosa preghiamo oggi quando invochiamo da Dio il dono della pace? In occasioni come questa corriamo sempre infatti un grosso rischio: quello di pensare alla preghiera come qualcosa di fondamentalmente magico, un momento per invocare dall'alto un intervento di Dio che da solo risolva una situazione ingarbugliata in cui il mondo si è andato a cacciare. Una parentesi che ci permetta di tornare poi domani - con grande tranquillità - a farci gli affari nostri.

 

La pace, dono di Dio e profezia dei cristiani (Enzo Bianchi)

 

Rimanere nella Parola per ricomprendere lo shalom, la pace evangelica
 
P1030368Il mio contributo, certo del primato dell'Evangelo, va alle fonti, alla parola di Dio, per rileggere e ricomprendere lo shalom, la pace evangelica. Per arrivare ad una visione cristiana della pace si possono percorrere due vie: la prima è quella di fare un discorso primario, diretto, senza mediazioni, un discorso che nasce solo dall'ascolto della Parola; l'altra via è quella di aprire un discorso che tenga conto dei dati biblici ma che, volendosi capace di ricezione anche da uomini non cristiani, si apra alla sapienza umanistica, cerchi un dialogo, un confronto con essi. Questa seconda via è quanto mai necessaria e urgente ed io non penso affatto a minimizzarla, tuttavia in questa occasione preferirei fermarmi alla prima possibilità, sia perché credo sia primaria ed essenziale per percorrere poi la seconda, sia perché è innanzi tutto a livello biblico che si registra una scarsità di contributi sulla pace anche nel periodo (gli anni sessanta) che vide una fecondità di interventi su questo tema; inoltre non vorrei che restassero delle diffidenze nei confronti dell'annuncio di pace biblico, soprattutto per quel che riguarda l'Antico Testamento, purtroppo così sovente ritenuto, nella storia della chiesa, fonte di teologia della guerra, almeno di quella detta «Guerra Santa». Occorre subito fare una precisazione sul linguaggio biblico perché purtroppo il nostro termine «pace» nel linguaggio corrente risulta molto depauperato rispetto ai termini shalom dell'Antico e eirene del Nuovo Testamento.

 

L'OMELIA (Severino Dianich)

 

Il Concilio Vaticano II ha messo in onore il termine classico "omelia"

imagesIl termine "omelia" che sta avendo fortuna nel magistero papale, in realtà non faceva parte del linguaggio cattolico prima del Vaticano II. Si usava la parola "predica". È stato il Concilio a rimettere in onore il termine classico "omelia". Agli inizi di questo nuovo pontificato stiamo assistendo a un fatto straordinario: se sfogliamo le pagine de L'Osservatore Romano, possiamo notare che in gran parte sono occupate dalle omelie della celebrazione eucaristica quotidiana del Papa, più che da discorsi programmatici, encicliche o documenti. Non saprei dire, naturalmente, se si tratta di una precisa idea di Papa Francesco, di voler dare al suo magistero soprattutto la forma dell'omelia. Ma il fatto risveglia la prospettiva di un magistero papale, meno impostato giuridicamente e moralisticamente e più chiaramente scaturito dalla meditazione della parola di Dio all'interno dell'azione liturgica. Riflettendo sulla teologia del papato, in un mio libro di pochi anni fa, ponevo infatti l'interrogativo: come mai un'enciclica, firmata a tavolino nelle stanze del palazzo, dovrebbe avere più valore per la coscienza cattolica di un'omelia pronunciata dal Papa all'ambone, mentre, nella ricca atmosfera di grazia del sacramento, egli celebra l'eucaristia, meditando con il suo popolo le sante pagine della parola di Dio? Il termine "omelia" che sta avendo una particolare fortuna anche nel magistero papale, in realtà non faceva parte dell'abituale linguaggio cattolico prima del Vaticano II. La parola più usata era "la predica". Ora, "fare la predica", è diventata un'espressione poco simpatica. Chi si sente fare la predica in genere si irrita, perché rimproverato e, per di più, in maniera pedante e noiosa. Dal grande patrimonio dei Padri della Chiesa ci sono pervenute in grande abbondanza le loro prediche, pronunciate nelle celebrazioni liturgiche: le edizioni antiche come quelle contemporanee le intitolano: "Omelie di... su...". Abbiamo in mano parole di Basilio o del Crisostomo o di Agostino o di Leone Magno o di Gregorio, e di tanti altri, che predicavano al loro popolo soprattutto durante la messa, commentando il vangelo di Giovanni, o la Lettera ai Filippesi, o la Genesi, o il profeta Geremia, ecc.

 

La pace di Cristo non è la tranquillità del mondo, ma testimonianza della logica del Vangelo

 

Messaggio di Papa Francesco all'Angelus di domenica 18 agosto


Nella Liturgia di oggi ascoltiamo queste parole della Lettera agli Ebrei: «Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,1-2). E’ un’espressione che dobbiamo sottolineare in modo particolare in questo Anno della fede. Anche noi, durante tutto questo anno, teniamo lo sguardo fisso su Gesù, perché la fede, che è il nostro “sì” alla relazione filiale con Dio, viene da Lui, viene da Gesù. E’ Lui l’unico mediatore di questa relazione tra noi e il nostro Padre che è nei cieli. Gesù è il Figlio, e noi siamo figli in Lui. Ma la Parola di Dio di questa domenica contiene anche una parola di Gesù che ci mette in crisi, e che va spiegata, perché altrimenti può generare malintesi. Gesù dice ai discepoli: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione» (Lc 12,51). Che cosa significa questo? Significa che la fede non è una cosa decorativa, ornamentale; vivere la fede non è decorare la vita con un po’ di religione, come se fosse una torta e la si decora con la panna. No, la fede non è questo. La fede comporta scegliere Dio come criterio-base della vita, e Dio non è vuoto, Dio non è neutro, Dio è sempre positivo, Dio è amore, e l’amore è positivo! Dopo che Gesù è venuto nel mondo non si può fare come se Dio non lo conoscessimo. Come se fosse una cosa astratta, vuota, di referenza puramente nominale; no, Dio ha un volto concreto, ha un nome: Dio è misericordia, Dio è fedeltà, è vita che si dona a tutti noi.

 

E' una falsa spiritualità quella che non comprende la preziosità delle cose

Dio solo non basta (Michele Do)

È una falsa spiritualità quella che non comprende la preziosità delle cose. Tantissimi anni fa ho letto una frase che mi è rimasta impressa ed era il titolo di un numero della Vie spirituelle, rivista dedicata ai contemplativi: Coloro ai quali Dio solo basta. L’Evangelo parla un altro linguaggio: Dio solo non basta. Gesù quando si trova di fronte la moltitudine di coloro che lo avevano seguito dice ai suoi discepoli una parola così umana: "Come faremo a dare da mangiare a tutta questa gente? Perché se li rimando a casa digiuni, verranno meno lungo la via"."' Pagina meravigliosa sulla quale si può fondare davvero la rivoluzione cristiana. Nessuno dev'essere digiuno di cose. D'altra parte questa è anche la linea del miracolo di Cana di Galilea: sembrerebbe un miracolo inutile ed è invece il "miracolo della gioia nuova e antica", come scrive Dostoevskij. Lo stesso paradiso terrestre, senza una presenza amica, non bastava. All'attesa inespressa, muta, alla preghiera inarticolata di Adamo, alla sua tristezza Dio risponde creando la donna, la compagna dell'uomo! Dio scendeva sì, sul vespro, a passeggiare con l'uomo, ma sul volto dell'uomo c'era ugualmente un velo di tristezza, di solitudine: Dio dovette allora rivelarsi attraverso il sacramento di una presenza amica. Questa è la linea evangelica!

 
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