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Otto anni di udienze del papa Benedetto: Cristo al centro della nostra vita

 

Otto anni di udienze generali con Benedetto XVI: Cristo al centro della nostra vita
 
8cg 120Sei marzo 2013: è il primo mercoledì senza udienza generale di papa Benedetto: un appuntamento dedicato principalmente alla catechesi. Diversi gli argomenti trattati nei suoi 348 incontri del mercoledì con i fedeli, oltre 5 milioni, in quasi 8 anni di ministero petrino: dal ciclo degli apostoli e dei testimoni della fede all’Anno Paolino per arrivare alla catechesi sulla preghiera e infine all’Anno della fede. Ripercorriamo, in questa sintesi curata da Sergio Centofanti, i momenti principali di questi appuntamenti:

Nella sua prima udienza generale del 27 aprile 2005, Benedetto XVI spiega il perché del suo nome: un richiamo a Benedetto XV, Papa della riconciliazione, prima e durante la prima guerra mondiale, ma soprattutto a San Benedetto da Norcia, patrono del suo pontificato, “fondamentale punto di riferimento per l’unità dell’Europa” che ai suoi monaci raccomandava di non anteporre nulla a Cristo:

“All’inizio del mio servizio come Successore di Pietro chiedo a San Benedetto di aiutarci a tenere ferma la centralità di Cristo nella nostra esistenza. Egli sia sempre al primo posto nei nostri pensieri e in ogni nostra attività!”. (27 aprile 2005)

 

Presbiteri nell'anno della fede

Presbiteri nell’anno della fede

DSCN1922Perché un anno della fede? Parto da questa domanda non perché abbia voglia di ripetere quanto già ben sappiamo sulle circostanze, le motivazioni e i documenti che ne hanno accompagnato l’indizione, ma allo scopo di sgomberare subito il campo da un pensiero latente o una riserva che può essersi insediata nella nostra mente, che farebbe ritenere questo anno, tutto sommato, qualcosa di convenzionale, una iniziativa al pari di altre da accogliere come un adempimento cui dar seguito per rispetto verso chi lo ha promosso, ma nulla di più. Sono convinto, invece, che si tratti di una opportunità straordinaria da afferrare con prontezza per due ragioni. Anche l’anno della fede è un segno – un segno dei tempi – che risulterà tanto più fecondo quanto più lo vivremo intensamente. E che sia il segno di una cosa di valore lo dicono non solo le ricorrenze da celebrare, ma il discernimento sul tempo che viviamo di cui è frutto. E le cose di valore si lasciano apprezzare se sono scelte e fatte oggetto di cura.

 

L'enciclica non scritta di papa Benedetto

 

L’ENCICLICA NON SCRITTA DI PAPA BENEDETTO

(Aldo Maria Valli)

benedetto-xviSi sente dire in giro, anche da qualcuno nelle parrocchie, tra i fedeli: “Ma il Papa non doveva, non poteva. Non si scende dalla croce”.
È forse il commento più avvilente, specie se fatto da credenti. Il Papa non sta scendendo dalla croce: ci sta salendo. Sta facendo l’esperienza dell’abbassamento, della spogliazione di sé.
L’esperienza più radicale di abbandono nelle braccia del Signore.
Chissà quale tumulto di emozioni e di pensieri nella sua anima. Poi la scelta. Una scelta nata dalla preghiera, dall’ascolto di Dio, dal confronto con lui.
Si dice: “Il Papa stava scrivendo un’enciclica sulla fede, ma non l’avremo”. Non è vero. L’enciclica sulla fede l’ha scritta: sta in questa sua sofferta decisione di farsi da parte agli occhi del mondo per mettersi sotto uno sguardo che conta infinitamente di più. È un’enciclica silenziosa, ma non meno efficace. E, non a caso, come sempre sono i più semplici a comprenderla. Mentre i dotti fanno scorrere fiumi di parole per indagare le ragioni occulte delle dimissioni, gli umili hanno già capito: il Papa sta facendo l’esperienza di Gesù nell’orto del Getsemani: «Ora l’anima mia è turbata». E dal turbamento nasce l’abbandono nelle braccia del Padre. Si potrebbe dire, e tutti lo diciamo prima o dopo, «salvami da quest’ora». Ma la fede sta nell’abbandono, nello spogliarsi di sé.

 

Le Lettere pastorali dei Vescovi per l'anno della fede

 

Lettere pastorali sull’Anno della fede

UNA RASSEGNA CHE INTERESSA LA NOSTRA CHIESA ITALIANA

luce1-300x225Nel magistero episcopale italiano sono presenti elementi che descrivono la fede “con cui crediamo”, “che crediamo” e “per cui viviamo”. Dopo un’analisi attenta alla realtà attuale, l’investimento pastorale è sull’educazione alla fede nella sua globalità. Alcune sottolineature concrete per vivere al meglio questo anno particolare.

Nella lettera apostolica Porta fidei (11 ottobre 2011) papa Benedetto XVI indicava gli scopi dell’Anno della fede, che si è aperto l’11 ottobre scorso: «Susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza. Sarà un’occasione propizia per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, in particolare nell’eucaristia, e perché la testimonianza di vita dei cristiani cresca in credibilità. Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sull’atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve far proprio».

Nella nota pubblicata il 6 gennaio 2012 dalla Congregazione per la dottrina della fede, tra le indicazioni pastorali per l’Anno della fede, si legge: «Ogni vescovo potrà dedicare una sua lettera pastorale al tema della fede, richiamando l’importanza del concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa cattolica e tenendo conto delle specifiche circostanze pastorali della porzione di fedeli a lui affidata». I vescovi italiani hanno adempiuto questa esortazione, ognuno con la propria competenza e originalità. Non potendo, per limiti di spazio, citare tutte le lettere pastorali dei vescovi italiani, ne offriamo una rassegna non esaustiva seguendo alcuni fili conduttori.

 

Omelia problema di comunicazione e di contenuti

 

L’omelia è davvero finita?

8cg 199Per molti fedeli, a quanto pare, è diventato il momento più temuto della messa. L’omelia del sacerdote produce sempre più scenari disarmanti. I più tenaci guardano l’orologio.
Altri invece si arrendono facilmente al gruppo di teste ciondolanti tra i banchi. Una vera penitenza sembra suggerire uno spassosissimo quanto interessante libretto dal titolo esplicito: Avete finito di farci la predica? Riflessioni laicali sulle omelie (Effatà, pp. 160, euro 10) di Claudio Dalla Costa. Ma al di là della vena ironica, il volume esprime una condivisibile preoccupazione per lo stato di salute dell’omelia.
L’allarme viene da lontano se già alla fine degli anni ’60 il cardinale Yves Congar affermò: «Nonostante trentamila prediche domenicali la Francia è ancora un paese cattolico». Eppure è stato un tema centrale nell’ultimo Sinodo dei vescovi e anche monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, non ha usato giri di parole per dire che ormai le omelie domenicali sono ridotte a «una poltiglia melensa», quasi una «pietanza immangiabile» o, comunque, ben «poco nutriente».

 
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