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Quello che Scalfari non ha capito sul peccato (ma solo lui?)

Il peccato è la rottura della relazione con Dio
 
302156 236011973115727 371877826 nProprio in nome del dialogo, ma non come di solito si pensa. Bensì, per mostrare l'utilità che ha un cattolico a dialogare con un laico, ho deciso di scrivere questa considerazione. Un amico mi ha mandato il link dell'articolo di Scalfari, apparso su Repubblica.it. L'ho letto e ovviamente mi sono confermato che in Italia siamo tutti C.T. della nazionale, siamo tutti "primi ministri", siamo tutti teologi. Anche e soprattutto i matematici e i giornalisti lo sono. Come già Benedetto XVI avevo detto, in risposta a Odifreddi il 24 settembre scorso, credo che anche a Scalfari si possa dire: "posso soltanto invitarLa in modo deciso a rendersi un po' più competente".  Perché la lettura che Scalfari offre di papa Francesco e della storia teologica del cristianesimo non è tanto una interpretazione personale. Che sarebbe legittima. E' soprattutto una mancanza di conoscenza dei dati."Il peccato è un concetto eminentemente teologico, è la trasgressione di un divieto. Quindi è una colpa" dice Scalfari indicando il punto di partenza del suo ragionamento.

 

Il Vangelo di Paolo "ha alterato l'anima pagana e farisaica (Romano Penna)

 

Lo studio di Paolo ci permette di tornare al DNA della nostra identità cristiana

conversione1Vorrei fare qualche premessa alla mia chiacchierata su Paolo, se non altro per slegarlo dalla Famiglia Paolina, se mi permette per quanto questa benemerita famiglia  maschile e femminile si rifaccia all’Apostolo Paolo. Tuttavia il personaggio di Paolo o Saulo di Tarso è un personaggio fondamentale per il Cristianesimo, tanto di cappello a Don Alberione che ha assunto questo personaggio come punto di riferimento e fondamento della spiritualità di questa famiglia religiosa, ma Paolo sta al fondamento del Cristianesimo. Paolo è di 2000 anni fa più o meno contemporaneo di Gesù, quindi il bimillenario di Cristo in realtà corrisponde più o meno al bimillenario di Paolo, pur non essendosi mai incontrati nella loro vita terrena. Dunque Paolo è apparentemente un uomo del passato e tuttavia riflettere sul suo messaggio non significa affatto allontanarsi dal presente. Ci si può allontanare dal presente o dal proprio luogo di collocamento o in linea orizzontale fuggendo proprio lontano, oppure ci si può in qualche modo distanziare, ma questo è un distanziamento fasullo, in realtà scendendo in profondità, scavando un pozzo, chi scava un pozzo si allontana solo dalla superficie ma non si allontana in un’altra regione, in un altro contesto.

 

Epifania: Cristo si rivela offrendo a tutti gli uomini la salvezza di Dio

I "lontani" (Magi) vanno da Gesù e lo adorano; i "vicini" (sacerdoti di Gerusalemme) rimangono indifferenti o turbati

8cg 171C’è un paradosso significativo nel brano di vangelo della Silennità dell'Epifania. Gesù è nato a Betlemme di Giudea, la città di Davide, a pochissima distanza da Gerusalemme (otto chilometri in tutto). A Gerusalemme i sacerdoti e gli scribi conoscono bene le parole del profeta Michea che annunciano la nascita del Messia a Betlemme. Eppure nessuno di loro si muove. Anzi, quando alcuni stranieri, venuti da lontano, fanno ricordare questa profezia “il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.” Dall’altra parte stanno alcuni magi, sapienti che vengono dall’oriente a cercare il re dei Giudei che è nato. Hanno visto sorgere una stella e l’hanno interpretata come compimento di un’altra profezia, questa volta la profezia di un veggente pagano, Balaam. Questi, ammirando dall’alto l’accampamento di Israele, aveva detto: “Io lo vedo, ma non ora; io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele.” Sono bastate queste parole per spingere i magi a un viaggio lungo e disagiato, per onorare il re dei Giudei.

 

La solidarietà di Dio: un viaggio all'incontrario

 

Il Natale ci parla di un “viaggio all’incontrario” rispetto a quello che l’umanità sta percorrendo nella storia

8cg 75E' il viaggio di un Dio che si abbassa fino ad essere adagiato su una mangiatoia e poi su una croce, che «svuota se stesso, assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2,6-7), che sceglie la via della solidarietà e della condivisione con ogni essere umano. E’ semplicemente sconcertante! Eppure è proprio questo abbassamento di Dio che si fa solidale con gli uomini attraverso l’Incarnazione del suo Figlio Gesù, ad indicarci la via che può far cambiare rotta alla storia umana salvandola dall’abisso dell’autodistruzione. La strada che l’umanità, soprattutto in Occidente, sta percorrendo, va in tutt’altra direzione e non è solo il Vangelo o l’insegnamento della Chiesa a venirci a dire che questa è fallimentare. Ecco cosa scrive Albert Nolan nel suo libro “Cristiani si diventa” (ed. EMI): «L’ideale culturale del mondo occidentale è l’individuo autonomo, autosufficiente, che si è fatto da sé, che se ne sta per conto suo e senza obblighi verso niente e nessuno». Purtroppo «l’individualismo occidentale si sta diffondendo su tutta la terra. Fa parte della globalizzazione neoliberista e distrugge altre culture più comunitarie.

 

Santa Famiglia: elogio dell'accoglienza, del rispetto, della gentilezza

 

"Una parola gentile, un'atto di accoglienza possono riscaldare tre mesi d'inverno"


63606 150582974991961 8278327 nIn una società dei contrasti, del disprezzo, dell’egoismo e dell’individualismo come la nostra, la gentilezza sta diventando una merce sempre più rara. È forse fuori luogo chiedersi: anche nelle nostre famiglie cristiane, parrocchiali, religiose? Ci auguriamo di no, ma la domanda forse non è del tutto superflua. C'è un proverbio giapponese che dice: «una parola gentile può riscaldare tre mesi d'inverno"; un altro che viene dalla Russia: «Una parola gentile è come un giorno di primavera"; e un terzo dalla Cina: «un po' di profumo aderisce sempre alla mano che porge delle rose». Se ne potrebbero citare tanti altri perché ogni cultura ha i suoi. Per stare in "casa nostra": Madre Teresa di Calcutta era solita ripetere: «Nessuno venga a voi senza andarsene migliore e più contento». La gentilezza è senza dubbio una "virtù" da riscoprire. Diciamo virtù perché non si esaurisce in questo o quel gesto garbato, di buona educazione, ma è costituita da un insieme di qualità, è un "habitus" che rende la persona buona, sensibile ai bisogni degli altri, generosa e premurosa, compassionevole e sempre motivata nel suo agire dall'attenzione verso il prossimo. In una parola: è un atteggiamento che plasma l'identità della persona.

 
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