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L'enciclica non scritta di papa Benedetto

 

L’ENCICLICA NON SCRITTA DI PAPA BENEDETTO

(Aldo Maria Valli)

benedetto-xviSi sente dire in giro, anche da qualcuno nelle parrocchie, tra i fedeli: “Ma il Papa non doveva, non poteva. Non si scende dalla croce”.
È forse il commento più avvilente, specie se fatto da credenti. Il Papa non sta scendendo dalla croce: ci sta salendo. Sta facendo l’esperienza dell’abbassamento, della spogliazione di sé.
L’esperienza più radicale di abbandono nelle braccia del Signore.
Chissà quale tumulto di emozioni e di pensieri nella sua anima. Poi la scelta. Una scelta nata dalla preghiera, dall’ascolto di Dio, dal confronto con lui.
Si dice: “Il Papa stava scrivendo un’enciclica sulla fede, ma non l’avremo”. Non è vero. L’enciclica sulla fede l’ha scritta: sta in questa sua sofferta decisione di farsi da parte agli occhi del mondo per mettersi sotto uno sguardo che conta infinitamente di più. È un’enciclica silenziosa, ma non meno efficace. E, non a caso, come sempre sono i più semplici a comprenderla. Mentre i dotti fanno scorrere fiumi di parole per indagare le ragioni occulte delle dimissioni, gli umili hanno già capito: il Papa sta facendo l’esperienza di Gesù nell’orto del Getsemani: «Ora l’anima mia è turbata». E dal turbamento nasce l’abbandono nelle braccia del Padre. Si potrebbe dire, e tutti lo diciamo prima o dopo, «salvami da quest’ora». Ma la fede sta nell’abbandono, nello spogliarsi di sé.

 

Le Lettere pastorali dei Vescovi per l'anno della fede

 

Lettere pastorali sull’Anno della fede

UNA RASSEGNA CHE INTERESSA LA NOSTRA CHIESA ITALIANA

luce1-300x225Nel magistero episcopale italiano sono presenti elementi che descrivono la fede “con cui crediamo”, “che crediamo” e “per cui viviamo”. Dopo un’analisi attenta alla realtà attuale, l’investimento pastorale è sull’educazione alla fede nella sua globalità. Alcune sottolineature concrete per vivere al meglio questo anno particolare.

Nella lettera apostolica Porta fidei (11 ottobre 2011) papa Benedetto XVI indicava gli scopi dell’Anno della fede, che si è aperto l’11 ottobre scorso: «Susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza. Sarà un’occasione propizia per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, in particolare nell’eucaristia, e perché la testimonianza di vita dei cristiani cresca in credibilità. Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sull’atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve far proprio».

Nella nota pubblicata il 6 gennaio 2012 dalla Congregazione per la dottrina della fede, tra le indicazioni pastorali per l’Anno della fede, si legge: «Ogni vescovo potrà dedicare una sua lettera pastorale al tema della fede, richiamando l’importanza del concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa cattolica e tenendo conto delle specifiche circostanze pastorali della porzione di fedeli a lui affidata». I vescovi italiani hanno adempiuto questa esortazione, ognuno con la propria competenza e originalità. Non potendo, per limiti di spazio, citare tutte le lettere pastorali dei vescovi italiani, ne offriamo una rassegna non esaustiva seguendo alcuni fili conduttori.

 

Omelia problema di comunicazione e di contenuti

 

L’omelia è davvero finita?

8cg 199Per molti fedeli, a quanto pare, è diventato il momento più temuto della messa. L’omelia del sacerdote produce sempre più scenari disarmanti. I più tenaci guardano l’orologio.
Altri invece si arrendono facilmente al gruppo di teste ciondolanti tra i banchi. Una vera penitenza sembra suggerire uno spassosissimo quanto interessante libretto dal titolo esplicito: Avete finito di farci la predica? Riflessioni laicali sulle omelie (Effatà, pp. 160, euro 10) di Claudio Dalla Costa. Ma al di là della vena ironica, il volume esprime una condivisibile preoccupazione per lo stato di salute dell’omelia.
L’allarme viene da lontano se già alla fine degli anni ’60 il cardinale Yves Congar affermò: «Nonostante trentamila prediche domenicali la Francia è ancora un paese cattolico». Eppure è stato un tema centrale nell’ultimo Sinodo dei vescovi e anche monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, non ha usato giri di parole per dire che ormai le omelie domenicali sono ridotte a «una poltiglia melensa», quasi una «pietanza immangiabile» o, comunque, ben «poco nutriente».

 

Suicidio pastorale per i giovani preti

 

SUICIDIO PASTORALE PER I GIOVANI PRETI?

ordinazione19 maggio 2012: nella cattedrale di Reggio Emilia-Guastalla vengono ordinati presbiteri cinque giovani del seminario. Notizia normale, dal momento che in questo periodo in molte diocesi si celebrano le ordinazioni sacerdotali. La cosa che ci ha incuriosito è che sul settimanale diocesano La Libertà sono comparsi alcuni contributi, a partire da questo evento, soprattutto per quanto riguarda la pastorale che dovrebbe caratterizzare la vita dei “preti giovani”.

È il rettore del seminario di Reggio Emilia, don Gabriele Burani, a lanciare la provocazione, comparando il calo numerico dei preti e alcuni rischi di “squilibrio” che ne derivano sulle scelte concrete dei giovani preti. Se si pensa – afferma don Burani – che nel 1986 nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla vi erano 410 preti diocesani, nel 2001 321 e oggi 260, di cui il 30% dai 75 anni in su e solo quattro al di sotto dei 30 anni, si comprende l’affermazione alquanto scontata, ma che fa pensare: «Ci saranno sempre meno preti disponibili per i servizi pastorali».

Il sovraccarico

Il rettore fa notare che l’istituzione Chiesa, la quale «ha responsabili con un’età media così alta (più di 65 anni) tende a bloccarsi, a sclerotizzarsi, non per cattiva volontà ma per motivi naturali, anagrafici: le rivoluzioni non si aspettano da chi è in età di pensione», dal momento che «più si va avanti negli anni più si diventa conservatori, diffidenti nei confronti dei cambiamenti, poco disposti a rinnovarsi, a mettersi in gioco». Il timore di don Burani è che «si chiederà ai 100 presbiteri in attività ciò che in passato facevano 500 presbiteri» e che «sulle spalle dei giovani preti (ma anche di tutti gli altri) vengano legati pesanti fardelli, troppo pesanti, al punto da snaturare l’identità della vocazione: attese spropositate, richieste di tutti i generi e conseguente diminuzione del tempo della preghiera, dei colloqui spirituali, della riflessione».

 

Per una fede matura nel mondo digitale

 

PER UNA FEDE MATURA NEL MONDO DIGITALE
Padre Antonio Spadaro, sj

immagine don Alberione1.    La rete è un ambiente

Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana. Se fino a qualche tempo fa la Rete era legata all’immagine di qualcosa di «freddo», di tecnico, che richiedeva competenze specifiche, oggi è un luogo da frequentare per stare in contatto con gli amici che abitano lontano, per leggere le notizie, per comprare un libro o prenotare un viaggio, per condividere interessi e idee. E questo anche in mobilità grazie a quelli che una volta si chiamavano «cellulari» e che oggi sono veri e propri computer da tasca.
Ma che cos’è internet? Internet non è come la rete idrica, o quella del gas. Non è un insieme di cavi, fili, modem e computer. Sarebbe errato identificare la “realtà” e l’esperienza di internet alla infrastruttura tecnologica che la rende possibile. Sarebbe come dire, per fare un esempio, che il “focolare domestico” (home) si possa ridurre all’edificio abitativo (house) di una famiglia.
Internet è innanzitutto una esperienza. Finché si ragionerà in termini strumentali non si capirà nulla della Rete e del suo significato. La Rete “è” una esperienza, cioè l’esperienza che quei cavi rendono possibile così come le pareti domestiche rendono possibile l’esperienza del «sentirsi a casa». Internet dunque è uno spazio di esperienza che sempre di più sta diventando parte integrante, in maniera fluida, della vita quotidiana: un nuovo contesto esistenziale.

 
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