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Spiritualità

Meglio una briciola di gioia (vera)

 
La gioia è la «perla preziosa» del cristiano. Anzi, della gioia, quella vera non quella effimera che «va a braccetto con la mondanità e il consumismo», ne «abbiamo bisogno tutti, ne ha bisogno ogni essere umano, creato per gioire dell’amore del suo Creatore».
 
Parole di Papa Francesco nella prefazione al libro di un parroco romano, don Maurizio Mirilli. Un briciolo di gioia... purché sia piena è il titolo del volume (Cinisello Balsamo, San Paolo Edizioni, 2018, pagine 112, euro 10) che conduce il lettore attraverso un percorso di scoperta o quasi di riconquista di quel dono evangelico tanto prezioso quanto così spesso dimenticato dalla Chiesa quando questa si dimostra ripiegata su se stessa e autooccupata. Originario del Salento, una vocazione sbocciata nelle parrocchie della periferia romana, sacerdote dal 2004, don Mirilli da quasi cinque anni è alla guida della comunità del Santissimo Sacramento a Tor de’ Schiavi. È qui che, grazie all’aiuto di alcune religiose e di un nutrito gruppo di volontari laici, ha dato concretezza al sogno di dare una casa alle tante persone con disabilità del quartiere.
 
 

La spiritualità dell'avvento (Mt 24, 37-44)

 
La ragione per cui Dio viene sempre sta nel fatto che non lo possiamo accogliere in una sola situazione, in un solo momento: da ciò la nostra temporalità
 
Questa pagina ci presenta in trasparenza molte icone della venuta di Dio nella nostra vita, quasi sovrapposte: l'una richiama l'altra, da quella più immediata della venuta d'ogni giorno all'ultima, attraverso Cristo Risorto, che è appunto l'immagine del compimento del nostro cammino storico, personale e comunitario: una sovrapposizione in cui l'immagine successiva completa quella precedente. L'avvento ci vuole educare all'accoglienza della venuta di Dio nella nostra vita, ci vuole sensibilizzare alla consapevolezza della nostra condizione di creature, al riconoscimento del dono di Dio e alla sua accoglienza. Sono tre momenti della spiritualità dell'avvento.
 

Cristo Re, identikit della festa che chiude l'anno liturgico

 
È la solennità che celebra la regalità di Cristo, Signore del tempo e della storia, inizio e fine di tutte le cose e al quale tutti gli uomini e le altre creature sono soggetti.
 
È la solennità che conclude l’anno liturgico, cade negli ultimi giorni di novembre e celebra la regalità di Cristo, Signore del tempo e della storia, inizio e fine di tutte le cose. Il colore liturgico è il bianco. Oltre ai cattolici, è celebrata anche da anglicani, presbiteriani e alcuni luterani e metodisti. Raffigurazione di Cristo Re nel polittico dell'Agnello Mistico di Jan van Eyck. Raffigurazione di Cristo Re nel polittico dell'Agnello Mistico di Jan van Eyck. Come nasce questa festa? Fu introdotta da papa Pio XI, con l’enciclica “Quas primas” dell’11 dicembre 1925, a coronamento del Giubileo che si celebrava in quell’anno.
 
 

Non rubare (in ogni modo). Un comandamento da ripensare

 
«Nessuno è padrone assoluto dei beni, bensì un amministratore della Provvidenza»
 
Il tema è non rubare: un comandamento su cui non sembrerebbe esserci molto da discutere. Nell’accezione comune è l’imperativo a non impossessarsi delle cose altrui. Il mondo ridotto a due soli schieramenti: chi possiede e chi ruba. I primi da tutelare, i secondi da perseguire. Ma nella sua udienza del 7 novembre 2018 papa Francesco ha rovesciato il tavolino e invece di parlare del furto ci ha parlato del possesso. Quasi a volerci dire che a seconda delle condizioni, il possesso può essere la prima forma di tradimento della volontà di Dio. Per partire ci ha ricordato che la Dottrina sociale della Chiesa parla di «destinazione universale dei beni» a significare che «i beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano».
 

La libertà dei profeti ci libera (Luigino Bruni)

 
Gli incontri che accendono vocazioni spirituali e civili
 
Le comunità e i movimenti generativi sono stati quelli che hanno messo le persone che li costituiscono nelle condizioni di ripetere, in varie forme, la stessa esperienza del fondatore. Gli stessi miracoli, la stessa libertà, gli stessi frutti. La storia del cristianesimo ne è eloquente dimostrazione: la fecondità dell’esperienza cristiana sono le migliaia di comunità e movimenti generati dalla stessa radice, che hanno rivissuto nel tempo e nello spazio le stesse esperienze dei primi tempi: pani che si moltiplicano, storpi che camminano, crocifissi che risorgono.
 
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