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“So a chi ho creduto” (1 Tm 1, 12): che cosa significa ‘mistero’ nella fede cristiana?

 
Un velo di mistero impenetrabile circondava il divino... con il cristianesimo grande novità...
 
«Sia a un dio, sia a una dea consacrato, Caio Sestio, figlio di Caio Calvino pretore, per decreto del senato rifece». Così recita l’iscrizione di un altare romano della fine del II secolo a.C. che è ora custodito nel Museo Palatino, all’interno dell’area archeologica del Palatino, dove Augusto ed i suoi successori hanno avuto la loro residenza. Anche san Paolo, giunto ad Atene, dichiara di aver trovato “un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto” (At 17, 23). Questi due documenti, l’uno epigrafico e l’altro letterario, testimoniano della consapevolezza dell’uomo pagano di allora di non essere in grado di svelare il mistero del volto di Dio. L’ellenismo e la romanità imperiale non credevano più nei loro dei o, almeno, essi non riscaldavano più i loro cuori.
 

I simboli dei 4 evangelisti (Giancarlo Biguzzi)

 
Il simbolo dell’evangelista Luca è il toro. Ma perché? E da dove vengono quel simbolo per Luca, quello del leone per Marco (basti pensare al leone di Venezia, dovuto alla tomba e alla basilica di S. Marco), quello dell’uomo per Matteo, e infine quello dell’aquila per Giovanni?
 
La prima origine dei quattro simboli è antica quanto il profeta Ezechiele. Egli, giovane figlio di Buzi che era sacerdote del tempio di Gerusalemme, fu nel numero dei circa 10.000 che nel 597 a.C. furono deportati da Gerusalemme in terra babilonese, in Mesopotamia. Là ricevette la chiamata profetica mentre si trovava sulle sponde del canale Kebar (Ezechiele 1,1). Descrivendo la sua vocazione, Ezechiele dice di avere veduto il carro della gloria divina recato da quattro esseri misteriosi, ognuno dei quali aveva quattro volti: precisamente d’uomo, di leone, di toro e d’aquila (Ezechiele 1,4-10). 
 

I monti di Dio (Enzo Bianchi)

 
Rifletterò solo su tre montagne: il monte Moriah, il Sinai-Oreb e infine la mia esperienza di salita e discesa dal monte Nebo
 
Il paesaggio da cui provengo è quello collinare del Monferrato e delle Langhe, colline e colline senza fine – le cui cime chiamiamo “brich” –, colline quasi sempre coperte di vigne e, solo se rivolte a nord, boschive. Ma anche in una terra collinare salire il “brich” era per me qualcosa di straordinario: il paesaggio si apriva e si potevano vedere le alpi e distinguere bene le cime del Monviso, il monte visto ovunque, il massiccio del monte Bianco e il monte Rosa; si poteva volgere lo sguardo fin dove giungeva il Piemonte, la terra “ai piedi dei monti”. Il mare ligure non si vedeva, così quando si riusciva ad andare al mare l’emozione era grande davanti a quella distesa azzurra che incuteva soprattutto curiosità: cosa ci sarà oltre il mare?, ci chiedevamo…
 

Spiritualità della meditazione del Santo Rosario

 
Il Santo Rosario, preghiera semplice molto sentita da tanti cristiani
 
Il Santo Rosario è la preghiera più facile per tutti e tutt’ora la più diffusa. E’ strumento di grazie, è meditazione della vita di Gesù e di Maria. E’, per tutti, contemplazione, conforto, letizia e speranza. Brevemente accenniamo alla sua storia. Poiché la sua nascita è dovuta alla pietà popolare ed è strettamente legata al culto della Madonna. Secondo le prescrizioni di Carlo Magno (768 – 814), i laici dovevano conoscere a memoria, come preghiere rituali, il Pater e il Credo. Poi, verso la fine dell’11° secolo, viene ad aggiungersi l’Ave Maria, che consisteva soltanto nelle parole dell’angelo ad Elisabetta. Nel secolo 13°, fu aggiunta la parola Gesù e nel 15°, anche la petizione di una buona morte. La forma attuale appare per la prima volta nel 1563, in un breviario certosino, divenendo uso comune verso la metà del Seicento.  Ne seguì, con graduale sviluppo, quello che poi si chiamò Rosario, di cui erroneamente, in epoca più tarda, fu ritenuto inventore o primo diffusore, San Domenico. Papa San Pio V, invece, dopo la vittoria di Lepanto (1571), istituì la festa del Santo Rosario.
 
 

La libertà dei due misteri

 
Non chiudersi in rappresentazioni strumentali di Dio: le distorsioni del volto di Dio
 
Al termine del libro di Giobbe, rivolgendosi a uno dei tre sapienti orientali, Dio dice: «La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe» (Gb 42,7). L’affermazione è davvero sorprendente. Pur a costo di rompere l’amicizia con Giobbe, essi si erano messi decisamente dalla parte di Dio e si erano fatti un punto di onore di difendere le verità che caratterizzavano il suo essere e il suo agire. Giobbe, invece, dopo le più o meno convinte parole rassicuranti iniziali, aveva rasentato la bestemmia con tutta una serie di accuse lanciate direttamente a Dio, sia perché lo riteneva responsabile di tutte le sue disgrazie sia perché ai suoi occhi egli agiva arbitrariamente o in maniera indifferente nel governo del creato e della storia del genere umano. Ci si sarebbe perciò aspettati un elogio da parte di Dio per i tre sapienti e una rampogna nei confronti di Giobbe. Invece, avviene il contrario.
 
 
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