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Spiritualità

L’affermazione: “conoscere è uguale a cambiare” è un mito (Amedeo Cencini).

 
“Nel dialogo e nell’incontro personale con Cristo le semplici impressioni soggettive non bastano"
 
Gli elementi di conoscenza approfondita alla luce della Parola garantiscono l’oggettività che  tuttavia non può essere mai completa; elementi di affettività provenienti dal nostro vissuto possono introdurre distorsioni nella percezione di Cristo e così lo sforzo di volontà basato su una religiosità personale possono allontanarci dall’esprimere la vera religiosità gradita al Dio biblico. L’affermazione: “conoscere è uguale a cambiare” è un mito. Colui che conosce il bene non per questo lo fa. Quando la conoscenza diventa l’obiettivo del processo formativo, succede che se il cambiamento non si realizza, si dirà che il soggetto non ha imparato abbastanza, oppure che è cattivo, ingrato, non generoso.

 

 

Discepola · Camminare dietro le spalle di Cristo ·

 
Gesù ha dato alla Chiesa una forma discepolare 
 
Una delle problematiche importanti che la riflessione teologica ha affrontato negli ultimi decenni è quella della figura di Chiesa che Gesù avrebbe delineato: la forma di Chiesa voluta da Gesù non solo per quella del suo tempo, evidentemente, ma per quella di ogni tempo. A ben esaminare i Vangeli, una delle forme dominanti della Chiesa voluta da Gesù (e che vuole per tutti i tempi) è certamente la figura discepolare (cf. D. Bonhöffer, Sequela, Queriniana, Brescia 2001). Gesù ha raccolto attorno a sé discepoli, li ha educati al Regno, li ha istituiti soggetti di Chiesa, cosicché questa è stata pensata non provvisoriamente, ma per sempre, come Chiesa di discepoli che in buona sostanza significa di imitatori e testimoni di Cristo (cf. Ch.M. Guillet, La Chiesa. Comunità di testimoni nella storia, Queriniana, Brescia 1990). 
 

Essere creature nuove (Giovanni Vannucci)

 
Contempliamo l’evento della Pentecoste, della discesa dello Spirito santo sugli apostoli riuniti nel cenacolo a Gerusalemme. Dobbiamo riflettere su alcuni punti che mi sembrano importanti ed essenziali di questo evento. 
 
Prima di tutto dobbiamo domandarci: cosa è avvenuto negli apostoli? Prima del giorno della discesa dello Spirito santo vediamo gli apostoli con delle caratteristiche prettamente umane, li vediamo entusiasti e pavidi, pronti a seguire Cristo e pronti a tradirlo; anche dopo la sua risurrezione li vediamo chiusi nel cenacolo per paura, non ancora aperti a quell’evento che si era compiuto in Cristo e non ancora pronti ad annunciarlo a tutte le genti. Dopo la Pentecoste sono totalmente trasformati. Hanno la certezza che il Cristo, col quale hanno vissuto e col quale hanno avuto una consuetudine di amicizia e di discepolato, è la nuova immagine di Dio che è apparsa sulla terra.
 
 

Figli di Dio non si nasce. Si diventa (di Ignace de la Potterie)

 
La figliolanza divina è sempre un dono gratuito della grazia, non può prescindere dalla grazia donata gratuitamente nel battesimo e riconosciuta e accolta con libertà e responsabilità nella fede. 
 
Secondo una teologia sempre più diffusa, con l’incarnazione del Figlio deriverebbe in maniera automatica l’attribuzione immediata a ogni uomo della figliolanza divina. Nel senso che ogni uomo, che lo sappia o no, che lo accetti o no, vive già radicalmente in Cristo. Secondo tale teologia, Cristo, prima ancora di essere il capo della Chiesa, è il capo di tutto il creato. Ogni uomo gli appartiene prima ancora di essere raggiunto e trasformato dal suo Spirito. Questa concezione pretende trovare un avallo nell’affermazione di san Tommaso d’Aquino secondo cui «considerando la generalità degli uomini, per tutto il tempo del mondo, Cristo è il capo di tutti gli uomini, ma secondo gradi diversi» (Summa theologiae III, 8, 3) ripresa dalla costituzione pastorale Gaudium et spes dell’ultimo Concilio: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo» (22).
 

Redenta in «modo sublime» · Nel segno di Maria ·

 
Da Maria Sorella alla valorizzazione delle donne nella Chiesa. Il titolo di «sorella nostra» dato a Maria è antico, sebbene poco frequente. Ai suoi inizi esso esprimeva soprattutto venerazione, mentre oggi serve a indicare la Vergine di Nazaret in una prospettiva storica ed esistenziale. 
 
La teologia deduca dalla realtà di Maria Sorella la valorizzazione delle donne nella Chiesa .Ormai è giunta l’ora di rilanciare, con più convinta ragione teologica e con accresciuto entusiasmo testimoniale, lo sforzo prodotto dalla mariologia negli ultimi anni di pensare Maria di Nazaret come la Sorella (cfr. S. Pintor, Maria sorella nella fede, Bologna, Dehoniane, 1979; V. Vacca, Sorella, in Nuovo Dizionario di Mariologia, a cura di S. De Fiores e S. M. Meo, Cinisello Balsamo, Paoline, 1985, pp. 1323-1326).In verità molti Padri della Chiesa (da Atanasio a Epifanio, da Agostino a Cirillo d’Alessandria) si riferivano a Maria come a una Sorella di fede. 
 
 
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