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Spiritualità

Per una vita vissuta con Maria nella Chiesa

 
Ad ogni cristiano, tanto più al cristiano erudito, sorge spontanea e doverosa la domanda: Perché vivere e agire “con Maria”? Non è fondamentale e normativo vivere e agire “con Cristo, per Cristo, in Cristo”, a gloria del Padre nello Spirito Santo? Perché “aggiungere” anche Maria? 
 
Certamente non sono da porre sullo stesso piano Gesù e Maria, il Creatore e la creatura, il Signore e la serva, il Redentore e la prima redenta, il Figlio Dio-uomo e la pura creatura, anche se per grazia unica e potenza divina è diventata veramente madre di Dio secondo la carne che da lei il Verbo ha assunto «per noi e per la nostra salvezza». Tra Dio e la creatura c’è un abisso, tra il Figlio e la Madre una distanza infinita. Egli è l’unico Mediatore tra il Padre e l’umanità (1 Tm 2, 5-6), anzi tra il Padre Creatore e il cosmo tutto da lui creato: poiché tutto è stato creato per mezzo di lui (Gv 1,3), e in vista di lui (Col 1,16), e in lui tutto sussiste (Col 1,17), lui, che porta l’intero universo con la potenza della sua parola (Eb 1,3).
 
 

La spiritualità dell'avvento (Mt 24, 37-44)

 
Non siamo ancora quello che dobbiamo essere, dobbiamo diventarlo. Per cui la spiritualità dell'avvento implica l'attesa del dono per riconoscerlo e accoglierlo.
 
Questa pagina ci presenta in trasparenza molte icone della venuta di Dio nella nostra vita, quasi sovrapposte: l'una richiama l'altra, da quella più immediata della venuta d'ogni giorno all'ultima, attraverso Cristo Risorto, che è appunto l'immagine del compimento del nostro cammino storico, personale e comunitario: una sovrapposizione in cui l'immagine successiva completa quella precedente. L'avvento ci vuole educare all'accoglienza della venuta di Dio nella nostra vita, ci vuole sensibilizzare alla consapevolezza della nostra condizione di creature, al riconoscimento del dono di Dio e alla sua accoglienza. Sono tre momenti della spiritualità dell'avvento.
 

Esempi di fede: Maria, modello e maestra di fede

 
“Se vogliamo capire che cos’è la fede – ha detto Papa Francesco –, dobbiamo narrare il suo percorso, il cammino degli uomini credenti”.
 
Dopo aver meditato su diversi aspetti della fede attraverso la vita di alcune grandi figure dell'Antico Testamento – Abramo, Mosè, Davide, Elia –, continuiamo a percorrere la storia della nostra fede anche attraverso alcuni personaggi del Nuovo Testamento, dove, con Cristo, la Rivelazione raggiunge pienezza e compimento: Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio[1].

 

 

L'urgenza di una vera conversione (Enzo Bianchi)

 
La chiesa di Dio che è in Italia vive un’ora che dovrebbe essere di scelte e decisioni molto importanti per il futuro della fede cristiana nella nostra terra.
 
Sarà capace di operare un mutamento profondo, impostole innanzitutto dalla fine di un mondo e dall’affacciarsi dei germogli di una nuova stagione? Sarà capace di quella “conversione pastorale” alla quale la chiama papa Francesco, conversione pastorale urgente perché la primavera inaugurata da papa Francesco ormai è attestata e il rischio grande è che finisca proprio per risultare estranea, anacronistica rispetto all’inedita situazione antropologica, sociale, culturale. Sono ormai passati più di quattro anni dall’inizio del pontificato di papa Francesco: non sono pochi, considerando anche che questo papato non potrà essere lungo come quello di Paolo VI o di Giovanni Paolo II, con la conseguente possibilità di incidere per lungo tempo nella vita della chiesa cattolica.
 
 

La spiritualità oggi: dov’è? (Giuseppe La Torre)

 
Un’eloquente testimonianza personale sulla ricerca di Dio e sull’incontro con il mondo cristiano-orientale da parte di un cristiano non ortodosso.
 
Il monachesimo cristiano è espressione della spiritualità cristiana, e il monachesimo odierno non è altro che un ramo tardivo di quell’albero secolare piantato un tempo dai padri in Egitto nel III secolo il cui seme risale all’era apostolica, a coloro che (come Paolo vive e consiglia in I Cor 7, 32-34) “si facevano eunuchi in vista del regno dei cieli” (Mt 19, 12). Il Nuovo Testamento ci testimonia come già nell’era apostolica convivevano nel cristianesimo una corrente di itineranti celibi dediti alla preghiera e alla predicazione e, all’interno della comunità locale, donne e uomini dediti a un impegno spirituale più radicale. Il contesto era quello di vivere gli ultimi tempi e quindi dare poca considerazione ai beni di questo mondo, perché stava per finire. Senza l’attesa del ritorno del Signore non c’è ricerca appassionata, perché manca la motivazione che rende ogni cosa terrena provvisoria e la stessa vita come un viaggio verso casa. Immaginiamo un detenuto a cui inaspettatamente è annunciata la scarcerazione per il giorno dopo: ebbene, la sua libertà non comincerà “domani”.
 
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