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Intervista a don Severino Dianich su temi teologici ed ecclesiali

 
Don Severino Dianich è una delle voci più autorevoli della teologia italiana. Animatore e presidente per lunghi anni dell'Associazione teologica italiana (ATI) ha insegnato teologia sistematica nello Studio teologico fiorentino, lasciando una traccia originale sui temi dell'ecclesiologia. 
 
È in atto una radicale riforma delle strutture della teologia in Italia (facoltà e istituti di scienze religiose). Che impressione ne ha? «Non posso dare un giudizio su come di fatto stiano andando le cose, poiché non sono aggiornato sugli ultimi sviluppi. Ritengo che l'inserimento delle nostre istituzioni accademiche nel cosiddetto "processo di Bologna", che ha creato uno spazio comune europeo per le università, sia una grande occasione per la Chiesa italiana, perché può dare origine a un rapporto fra teologia e università più favorevole che nel passato. Non avrei invece alcuna illusione sulla possibilità che le università statali creino all'interno delle loro strutture facoltà di teologia confessionali. Oltre alle difficoltà di natura politica, c'è il ben noto e dibattuto problema della scientificità della teologia confessionale e quindi della difficoltà di collocarla, dato il suo carattere epistemologico del tutto singolare, all'interno del quadro universitario.
 
 

Santi Pietro e Paolo, le rocce della prima Chiesa

 Il primo Papa e l'apostolo delle genti. Uomini e carismi diversi uniti in un'unica festa che la liturgia celebra il 29 giugno, poiché, fin dalle origini, le comunità cristiane hanno identificato in queste due figure le radici stesse della Chiesa. Nella fedeltà a Cristo, fino a dare la vita
 
Di Simone (poi ribattezzato Pietro da Gesù stesso) i Vangeli, solitamente molto parchi nelle caratterizzazioni psicologiche, ci offrono un ritratto vivido. E' irruento, sanguigno: parla e agisce d'impulso, al punto da meritarsi i rimproveri del Maestro. Ma è anche colui che, ispirato dallo Spirito Santo, intuisce prima degli altri la natura divina di Gesù: «Io credo Signore che tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». Da qui la chiamata a una particolarissima missione, quella di guida e sostegno della comunità. «E io ti dico che sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa.
 

Il Sacro Cuore di Gesù pulsa per la nostra salvezza (Cristina Siccardi)

 
Amare con tutto il cuore il Cuore incarnato del Figlio di Dio significa vivere autenticamente la Fede e non solo assaporarla con l’intelletto
 
Che cos’è il tempo per Dio e per la Sua Chiesa? Un mezzo. E come tale deve essere considerato anche dai credenti in Cristo. Non sappiamo per quanto tempo permarranno gli scandali dottrinali e morali in cui si trova la Chiesa contemporanea, la certezza sta nel sapere che la Sposa di Cristo tornerà un giorno a risplendere di fronte a tutti e i Sacri Cuori di Gesù e di Maria trionferanno all’unisono. Il tempo è un mezzo al servizio della Verità e un mezzo di prova per chi professa la Fede. Per esempio sono passati ben duecento anni prima di giungere alla piena devozione del Sacro Cuore di Gesù, che si festeggerà il 23 di questo mese. La pubblicazione della Vie abrégée (Vita breve) di santa Margherita-Maria Alacoque (1647-1690) di Padre Croiset fu messa all’Indice e quella di Monsignor Languet nel 1729 suscitò reazioni sarcastiche. Disprezzo e scherni colpirono i centri di devozione dove i seguaci della santa di Paray-le-Monial resistettero: gli eretici giansenisti, gli ingegni eletti e perfino i vescovi si opposero con sdegno ai sostenitori di quella che essi chiamavano beffardamente «teologia muscolare».
 

Recitare o essere? (don Angelo Casati)

 
Quale perdita per la società, se la Chiesa, che nel mondo dovrebbe apparire come lo spazio dove risplende la libertà e l’umanità dei rapporti, diventasse luogo di relazioni puramente formali, deboli e fiacche, non sincere e intense
 
Mi succede – qualcuno la ritiene una mia ossessione – di avere in sospetto ogni parola che, poco o tanto, sembra recitata, ogni atteggiamento che, poco o tanto, sembra studiato. Si recita una parte. A volte mi sorprendo a guardarmi. E mi chiedo: “Stai recitando? Stai celebrando o recitando? Stai pregando o recitando? Stai predicando o recitando? Stai parlando o recitando?”. Nella recita non ci sei. C’è una parte che indossi. Che non è la tua. Gesù incantava Gesù non recitava. Forse per questo o anche per questo, incantava. Era autentico, aderente la vita, non a una parte da recitare. E la gente lo sentiva vero. A differenza di altri. A differenza, per esempio, di una certa frangia – non tutti! – di farisei che “recitavano”: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini. Allargano i loro filatteri, allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare rabbì dalla gente”(Mt.23,5-7).
 

Eucaristia e forme della carità: il servizio (Luciano Manicardi)

 
L’eucaristia compagina e ordina intorno all’amore preveniente di Dio rivelato in Cristo e comunicato grazie allo Spirito santo il rapporto del cristiano con il tempo e lo spazio, con il corpo e con l’altro, con la realtà sociale e politica e con il cosmo intero.
 
Da lì discende una “prassi eucaristica” che si configura come lotta contro la tentazione del consumo e del possesso in favore dell’instaurazione di una logica di comunione, di gratuità e di giustizia. Il magistero eucaristico è essenzialmente anti-idolatrico e rivela che l’amore cristiano è un “lavoro”, un opus, una fatica, un’ascesi che porta l’uomo a operare delle rinunce, a dire dei “no” in vista di un “sì” più grande e nobile. Memoriale della pasqua di Cristo, l’eucaristia rende operanti nella vita del credente le energie della resurrezione che lo guidano a passare dalla morte del peccato alla vita in Cristo, dal regime del consumo a quello della comunione. L’eucaristia plasma il discernimento degli idoli che abitano il cuore dell’uomo e che traversano l’esistenza sociale e l’atmosfera culturale del tempo in cui si vive. 
 
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