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Spiritualità

Nel segno di Roncalli

 
Esce il carteggio inedito fra Turoldo e Capovilla 
 
È stato un legame di fede e di affetto, nutrito di rispetto e simpatia, quello tra David Maria Turoldo e Loris Francesco Capovilla, nel segno di Papa Roncalli. Lo testimonia il libro, in uscita il 26 maggio, a cura di Marco Roncalli e Antonio Donadio, David Maria Turoldo, Loris Francesco Capovilla. Nel solco di papa Giovanni. Lettere inedite (Milano, Servitium, 2017, pagine 189, euro 13) che attraverso un carteggio finora sconosciuto — costituito da 56 lettere, in larga parte autografe (19 di Turoldo a Capovilla, 37 di Capovilla a Turoldo) risalenti agli anni tra il 1963 e il 1991 — offre un quadro illuminante delle vicende della Chiesa e della società dagli anni del concilio Vaticano II.È Giovanni XXIII, sottolineano i curatori, «il silente terzo protagonista» di questo intenso scambio epistolare: ma è un silenzio che non evapora in una presenza muta e marginale. Al contrario, s’impone l’eloquenza evangelica del «Papa buono» che finisce per pervadere, in filigrana, le lettere di Capovilla (1915-2016) e Turoldo (1916-1992). 
 

Al passo del più debole · Una meditazione di don Mazzolari

 
Il crocifisso «è l’offerta piena. Non si è tenuto niente, né un lembo di veste, né una goccia di sangue, né la Madre. Ha dato tutto: consummatum est». Con queste parole — una delle sue Sette parole di Pasqua — don Primo Mazzolari raccontava il Cristo crocifisso e apriva al mistero glorioso della risurrezione.
 
Oggi si moltiplicano i crocifissi. I cristiani copti trucidati nelle chiese in Egitto; le vittime inermi di un terrorismo fanatico che uccide a Stoccolma come in Nigeria; i bambini, le donne e gli uomini senza nome che perdono la vita nella disperata ricerca di una terra che li accolga. Sono tutti morti innocenti e crocifissi: sono gli «sconfitti della vita» come li chiamava Giovanni Paolo II. Per tutti costoro, Gesù morendo in croce e risorgendo, scriveva Mazzolari, ha tracciato «un inno di gloria avviato dalle Mani di una madre». E in questo amore totale e gratuito si può cogliere la speranza. «L’Amore non è colui che dà — continuava — ma Colui che viene» e che può nascere in una stalla e morire sul Calvario «perché mi ama».

 

 

Adamo perché piangi?

 
Il paradiso perduto dell’amore divino dalla Genesi a Dostoevskji ·
 
«Adamo, dove sei? Perché piangi Adamo, fratello mio?». Alla domanda del Signore Dio: «Adamo, perché piangi?» (Genesi, 3, 9), il libro della Genesi parla solo della vergogna di Adamo e di Eva, che «si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino» (3, 8), e non delle loro lacrime. Ebbene, la prima domenica di quaresima della liturgia bizantina celebra il “paradiso perduto” e comincia con il ricordo dell’uomo cacciato dal paradiso. Ecco che cosa canta: «Adamo un tempo si sedette per piangere davanti alla porta del paradiso e, la testa tra le mani, disse: “Dio di tenerezza, abbi pietà di me, povero peccatore”. Adamo, padre dell’umanità, si lamentava con grandi gemiti e i suoi singhiozzi riempivano tutto il vasto deserto, poiché la sua anima era tormentata da quel pensiero: “Ho offeso il Dio che amo”. Non rimpiangeva tanto il paradiso e la sua bellezza, quanto l’aver perso l’amore di Dio che, insaziabilmente e in ogni momento, attira l’anima a Lui». l dialogo tra Raskolnikov e Marmeladov in una rappresentazione teatrale di «Delitto e castigo» di  Dostoevskji
 

L’opera dello Spirito (Soeur Isabelle, o.p.)

 
Che cosa è la vita spirituale? I cristiani rispondono: la vita nello Spirito. Ma che cosa significa questo in un tempo in cui altri parlano sinceramente di “spiritualità senza Dio”? Che cosa ci dice lo Spirito di se stesso nel Vangelo?
 
Gv 16,5.11: Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato.

 

 

Noi teologi, costruttori di nuovi ponti (Armando Matteo)

 
«Il nostro ruolo è ripensare costantemente la Parola per metterla a disposizione della generazione alla quale apparteniamo"
 
 
I teologi? «Per l’opinione pubblica, oggi, sembra che servano solo a preparare i giovani preti, le religiose e i docenti di religione. Ma anche Papa Francesco nella Evangelii Gaudium non sembra riporre grande fiducia in buona parte del loro lavoro raccomandando che non si accontentino di 'una teologia da tavolino' ma abbiano a cuore la finalità evangelizzatrice. Insomma, oggi la teologia sembra in crisi e incapace di superare i propri limiti che sono l’autoreferenzialità, il fare accademia, un linguaggio distante dalla gente. Tutto questo si traduce in una sostanziale incapacità di tradurre il Vangelo in modo che possa parlare alla generazione presente». Armando Matteo insegna Teologia fondamentale all’Urbaniana di Roma.
 
 
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