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La difficile arte di attaccare bottone: A colloquio con Sabina Nicolini

 
 
«L’ultima cosa al mondo che avrei pensato di fare era quella di consacrare la mia vita a Dio» scrive Loredana, raccontando con franchezza come l’iniziativa dello Spirito ha scompaginato i suoi piani e l’ha portata a “fare famiglia” in un modo imprevisto e imprevedibile. 
 
Loredana fa parte delle Apostole della vita interiore, «donne consacrate — si legge nel loro sito internet — che si dedicano a tempo pieno ad aiutare i fratelli nel cammino verso Dio», un nuovo carisma fiorito in Italia e negli Stati Uniti. «Il periodo di formazione dura almeno cinque anni — si legge nel sito — due anni di filosofia e almeno tre, se non cinque, di teologia. Terminati gli studi accademici, continuiamo a coltivare la nostra formazione intellettuale, attraverso la lettura di libri o la frequenza a corsi di approfondimento, a vari livelli». La cultura non è un optional per le apostole, è la radice stessa del loro carisma. «La vita è un dono troppo grande per essere sciupato in qualcosa meno della perfezione — scrive Elena citando Thomas Merton — ma la quotidianità con la sua opacità e la sua pesantezza a volte rischia di farcelo dimenticare.
 
 

Ogni profeta che non fa quello che insegna è un falso profeta

 
La Didachè
 
La Didaché conobbe un’enorme diffusione nella chiesa antica. Clemente di Alessandria e Origene la citano come sacra Scrittura e altri padri, tra i quali Atanasio, ne raccomandano la lettura. Nel IV secolo Eusebio di Cesarea dichiarò che essa non rientrava tra i libri canonici (Storia ecclesiastica 3,25,4).  A partire dalla fine del III secolo i primi quattro capitoli della Didachè furono inseriti in alcuni scritti liturgici e disciplinari, ma il testo integrale scomparve, probabilmente a motivo della sua esclusione dal canone scritturistico. Fu ritrovato a Costantinopoli nel 1873 in un manoscritto dell’XI sec., attualmente conservato nella biblioteca patriarcale di Gerusalemme. Il manoscritto, pubblicato dieci anni più tardi, destò un vivissimo interesse tra gli studiosi e conobbe una straordinaria diffusione.
 

Quel lavoro dedicato solo a Dio. Un atlante storico della liturgia ·

 
«La parola greca leitourgìa ci fa già capire perché la Chiesa delle origini scelse questa espressione per indicare l’offerta di preghiere e ringraziamenti a Dio».
 
L’autore, il gesuita Keith F. Pecklers, inizia dall’etimologia per rendere il suo Atlante storico della liturgia (Milano, Jaca Book, 2017, pagine 260, euro 80) il più universale ma meno generico possibile. Non a caso, l’immagine in sovraccoperta è un capolettera miniato tratto da un salterio domenicano di metà Quattrocento e sul retro è raffigurata una vetrata di Kim En Joong dedicata a santo Stefano che decora la basilica di Saint-Julien de Brioude in Francia. Opere lontane nel tempo e nello spazio ma legate da una stessa destinazione d’uso, dallo stesso desiderio di dialogare con Dio attraverso gesti, immagini, parole, riti condivisi.
 

La luce della Trasfigurazione: · Anniversario della morte di Paolo VI

 
La festa della domenica, Pasqua della settimana, è quest’anno 2017 accresciuta dalla coincidenza con quella della Trasfigurazione del Signore. Le accomuna il tema della luce. 
 
La Domenica, infatti, è, come cantava nell’inno Hic est dies sant’Ambrogio, «il giorno vero di Dio, sereno di mistica luce»; nel mistero della Trasfigurazione, per suo verso, il volto di Gesù «brillò come il sole»: un sole che non tramonterà mai, ma che risplenderà per sempre di una luce serena, che non acceca, attira lo sguardo e rallegra per il suo divino fulgore, commentava Pietro il Venerabile.A noi questa festa è cara anche perché ci ricorda il transito al cielo del beato Paolo VI, il cui corpo, che poi onoreremo, è deposto in queste Grotte. In una biografia di Cristina Siccardi è definito «il Papa della luce». Il suo permanente anelito alla luce rimane definitivamente scolpito in quel mirabile Pensiero alla morte che, quando l’apprendemmo dopo che fu letto nella congregazione generale dei cardinali il 10 agosto 1978, lasciò attoniti e commossi.
 
 

Il clero di oggi. I «nuovi» sacerdoti? Solidi ma flessibili

 
Eccoli, il prete, il religioso e la religiosa del ventunesimo secolo. Solidi, ma anche flessibili; fermi nelle certezze della fede, ma capaci di adattarle pastoralmente alle provocazioni dei tempi, all’incontro con persone tutte diverse.
 
Solidi e fermi ma anche pronti e reattivi a cambiare quando il cambiamento bussa, quando un dubbio attraversa la vita, quando l’organizzazione si rivela vecchia e incapace di incontrare la gente e dare risposte adeguate alle loro domande e alle provocazioni dei tempi. Solidi e fermi ma non disarmati quando dubbio e cambiamento affiorano dalla loro anima, dopo essere rimasti a lungo silenti, ed esigono spazio. Capaci di cambiare, anche in modo radicale e veloce. Sempre restando solidi e fermi, punti di riferimento per la comunità. Esistono? Forse qualcuno, qua e là, sì. Ma per ora questo rimane un obiettivo, ben chiaro a molti, forse, ma non a tutti, e che solo qualcuno sta concretamente cercando di perseguire. Eppure i segnali che qualcosa, anzi molto andrebbe modificato sono innumerevoli e parlano chiaro.
 
 
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