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Spiritualità

Ogni profeta che non fa quello che insegna è un falso profeta

 
La Didachè
 
La Didaché conobbe un’enorme diffusione nella chiesa antica. Clemente di Alessandria e Origene la citano come sacra Scrittura e altri padri, tra i quali Atanasio, ne raccomandano la lettura. Nel IV secolo Eusebio di Cesarea dichiarò che essa non rientrava tra i libri canonici (Storia ecclesiastica 3,25,4).  A partire dalla fine del III secolo i primi quattro capitoli della Didachè furono inseriti in alcuni scritti liturgici e disciplinari, ma il testo integrale scomparve, probabilmente a motivo della sua esclusione dal canone scritturistico. Fu ritrovato a Costantinopoli nel 1873 in un manoscritto dell’XI sec., attualmente conservato nella biblioteca patriarcale di Gerusalemme. Il manoscritto, pubblicato dieci anni più tardi, destò un vivissimo interesse tra gli studiosi e conobbe una straordinaria diffusione.
 

Quel lavoro dedicato solo a Dio. Un atlante storico della liturgia ·

 
«La parola greca leitourgìa ci fa già capire perché la Chiesa delle origini scelse questa espressione per indicare l’offerta di preghiere e ringraziamenti a Dio».
 
L’autore, il gesuita Keith F. Pecklers, inizia dall’etimologia per rendere il suo Atlante storico della liturgia (Milano, Jaca Book, 2017, pagine 260, euro 80) il più universale ma meno generico possibile. Non a caso, l’immagine in sovraccoperta è un capolettera miniato tratto da un salterio domenicano di metà Quattrocento e sul retro è raffigurata una vetrata di Kim En Joong dedicata a santo Stefano che decora la basilica di Saint-Julien de Brioude in Francia. Opere lontane nel tempo e nello spazio ma legate da una stessa destinazione d’uso, dallo stesso desiderio di dialogare con Dio attraverso gesti, immagini, parole, riti condivisi.
 

La luce della Trasfigurazione: · Anniversario della morte di Paolo VI

 
La festa della domenica, Pasqua della settimana, è quest’anno 2017 accresciuta dalla coincidenza con quella della Trasfigurazione del Signore. Le accomuna il tema della luce. 
 
La Domenica, infatti, è, come cantava nell’inno Hic est dies sant’Ambrogio, «il giorno vero di Dio, sereno di mistica luce»; nel mistero della Trasfigurazione, per suo verso, il volto di Gesù «brillò come il sole»: un sole che non tramonterà mai, ma che risplenderà per sempre di una luce serena, che non acceca, attira lo sguardo e rallegra per il suo divino fulgore, commentava Pietro il Venerabile.A noi questa festa è cara anche perché ci ricorda il transito al cielo del beato Paolo VI, il cui corpo, che poi onoreremo, è deposto in queste Grotte. In una biografia di Cristina Siccardi è definito «il Papa della luce». Il suo permanente anelito alla luce rimane definitivamente scolpito in quel mirabile Pensiero alla morte che, quando l’apprendemmo dopo che fu letto nella congregazione generale dei cardinali il 10 agosto 1978, lasciò attoniti e commossi.
 
 

Il clero di oggi. I «nuovi» sacerdoti? Solidi ma flessibili

 
Eccoli, il prete, il religioso e la religiosa del ventunesimo secolo. Solidi, ma anche flessibili; fermi nelle certezze della fede, ma capaci di adattarle pastoralmente alle provocazioni dei tempi, all’incontro con persone tutte diverse.
 
Solidi e fermi ma anche pronti e reattivi a cambiare quando il cambiamento bussa, quando un dubbio attraversa la vita, quando l’organizzazione si rivela vecchia e incapace di incontrare la gente e dare risposte adeguate alle loro domande e alle provocazioni dei tempi. Solidi e fermi ma non disarmati quando dubbio e cambiamento affiorano dalla loro anima, dopo essere rimasti a lungo silenti, ed esigono spazio. Capaci di cambiare, anche in modo radicale e veloce. Sempre restando solidi e fermi, punti di riferimento per la comunità. Esistono? Forse qualcuno, qua e là, sì. Ma per ora questo rimane un obiettivo, ben chiaro a molti, forse, ma non a tutti, e che solo qualcuno sta concretamente cercando di perseguire. Eppure i segnali che qualcosa, anzi molto andrebbe modificato sono innumerevoli e parlano chiaro.
 
 

La carità sia senza finzione (Raniero Cantalamessa)

 
 “Amerai il prossimo tuo come te stesso” era un comandamento antico, scritto nella legge di Mosè (Lev 19,18) e Gesù stesso lo cita come tale (Lc 10, 27). Come mai dunque Gesù lo chiama il “suo” comandamento e il comandamento “nuovo”? La risposta è che con lui sono cambiati l’oggetto, il soggetto e il motivo dell’amore del prossimo.
 
1. Amerai il prossimo tuo come te stesso. È stato notato un fenomeno curioso. Il fiume Giordano, nel suo corso, forma due mari: il mare di Galilea e il mar Morto, ma mentre il mare di Galilea è un mare brulicante di vita e tra le acque più pescose della terra, il mar Morto è, appunto un mare “morto”, non c’è traccia di vita in esso e intorno ad esso, solo salsedine. Eppure si tratta della stessa acqua del Giordano. La spiegazione, almeno in parte, è questa: il mare di Galilea riceve le acque del Giordano, ma non le trattiene per se, le fa defluire in modo che esse possano irrigare tutta la valle del Giordano. Il mar Morto riceve le acque del Giordano e le trattiene per se, non ha emissari, da esso non esce una goccia d’acqua. È un simbolo. Non possiamo limitarci a ricevere amore, dobbiamo anche donarlo. L’acqua che Gesù ci da, deve diventare in noi “fontana che zampilla” (Gv 4, 14).

 

 
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