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Non rubare (in ogni modo). Un comandamento da ripensare

 
«Nessuno è padrone assoluto dei beni, bensì un amministratore della Provvidenza»
 
Il tema è non rubare: un comandamento su cui non sembrerebbe esserci molto da discutere. Nell’accezione comune è l’imperativo a non impossessarsi delle cose altrui. Il mondo ridotto a due soli schieramenti: chi possiede e chi ruba. I primi da tutelare, i secondi da perseguire. Ma nella sua udienza del 7 novembre 2018 papa Francesco ha rovesciato il tavolino e invece di parlare del furto ci ha parlato del possesso. Quasi a volerci dire che a seconda delle condizioni, il possesso può essere la prima forma di tradimento della volontà di Dio. Per partire ci ha ricordato che la Dottrina sociale della Chiesa parla di «destinazione universale dei beni» a significare che «i beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano».
 

La libertà dei profeti ci libera (Luigino Bruni)

 
Gli incontri che accendono vocazioni spirituali e civili
 
Le comunità e i movimenti generativi sono stati quelli che hanno messo le persone che li costituiscono nelle condizioni di ripetere, in varie forme, la stessa esperienza del fondatore. Gli stessi miracoli, la stessa libertà, gli stessi frutti. La storia del cristianesimo ne è eloquente dimostrazione: la fecondità dell’esperienza cristiana sono le migliaia di comunità e movimenti generati dalla stessa radice, che hanno rivissuto nel tempo e nello spazio le stesse esperienze dei primi tempi: pani che si moltiplicano, storpi che camminano, crocifissi che risorgono.
 

Ode all’inquietudine

 
La forza del cristianesimo secondo Marion Muller-Colard ·
 
Prospettiva piuttosto inedita, quella messa in luce dall’ultimo libro di Marion Muller-Colard, L’inquietudine (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2018, pagine 109, euro 12), primo tradotto in italiano, vincitore del Premio miglior libro di spiritualità 2017 in Francia. Poetico, intuitivo, introspettivo, originale frutto di una narrazione spirituale che scaturisce dal fluire della vita in cui divino e umano continuamente s’intersecano. Prospettiva che si inserisce a pieno titolo nel solco di quella teologia al femminile ancora in fieri al cui centro è posta l’incarnazione. Se fulcro della vita cristiana è accogliere il divino nell’umano, non c’è altra via che lasciare ogni certezza e cedere al sorprendente, al meraviglioso.
 
 

Immaginare Dio nella postmodernità (Armando Matteo)

 
In questo tempo caratterizzato da un mutamento di scenario culturale e religioso rapido e repentino, quale immagine di Dio la chiesa intende trasmettere all'uomo d'oggi?
 
E quale immagine la chiesa è chiamata a dare di se stessa, perché la fede non diventi un "simulacro"? La chiesa deve attivare il dialogo al proprio interno e una prassi di ospitalità verso l'esterno. «A volte sembra possibile immaginare che non tutti stiamo vivendo nello stesso periodo storico. Alcuni è come se stessero ancora vivendo nel tempo del concilio di Trento, altri in quello del concilio Vaticano I. Alcuni hanno bene assimilato il concilio Vaticano II, altri molto meno; altri ancora sono decisamente proiettati nel terzo millennio. Non siamo tutti veri contemporanei, e questo ha sempre rappresentato un grande fardello per la chiesa e richiede moltissima pazienza e discernimento». Ha pienamente ragione il card. Martini, quando, con le parole ricordate, accenna a una questione fondamentale del nostro essere credenti di questo tempo: non siamo tutti veri contemporanei.
 

L’umiltà di Dio · Secondo John Henry Newman

 
«L’eterno Verbo, il Figlio unigenito del Padre, si è spogliato della sua gloria, è sceso su questa terra per esaltarci al cielo". 
 
Come si potrebbe descrivere il nucleo centrale della nostra fede? Con il beato John Henry Newman (1801-1890) possiamo affermare: «L’eterno Verbo, il Figlio unigenito del Padre, si è spogliato della sua gloria, è sceso su questa terra per esaltarci al cielo. Sebbene Dio, si è fatto uomo; sebbene Signore dell’universo, si è fatto servo; sebbene ricco, si è fatto povero per noi, perché noi diventiamo ricchi per mezzo della sua povertà (cfr. 2 Corinzi, 8, 9)». Queste riflessioni si ispirano a un discorso su «Il mistero della divina condiscendenza», tenuto da Newman, poco dopo la sua conversione, per cattolici e altri credenti.
 
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