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Per una vita vissuta con Maria nella Chiesa

 
Ad ogni cristiano, tanto più al cristiano erudito, sorge spontanea e doverosa la domanda: Perché vivere e agire “con Maria”? Non è fondamentale e normativo vivere e agire “con Cristo, per Cristo, in Cristo”, a gloria del Padre nello Spirito Santo? Perché “aggiungere” anche Maria? 
 
Certamente non sono da porre sullo stesso piano Gesù e Maria, il Creatore e la creatura, il Signore e la serva, il Redentore e la prima redenta, il Figlio Dio-uomo e la pura creatura, anche se per grazia unica e potenza divina è diventata veramente madre di Dio secondo la carne che da lei il Verbo ha assunto «per noi e per la nostra salvezza». Tra Dio e la creatura c’è un abisso, tra il Figlio e la Madre una distanza infinita. Egli è l’unico Mediatore tra il Padre e l’umanità (1 Tm 2, 5-6), anzi tra il Padre Creatore e il cosmo tutto da lui creato: poiché tutto è stato creato per mezzo di lui (Gv 1,3), e in vista di lui (Col 1,16), e in lui tutto sussiste (Col 1,17), lui, che porta l’intero universo con la potenza della sua parola (Eb 1,3).
 
Chi può paragonarsi a Dio? Anche l’opera della salvezza, operata dal Padre nello Spirito Santo per mezzo del Figlio incarnato immolato e risorto, non ha bisogno affatto di alcuna creatura e di nessun apporto creato. Dunque, né Maria, né gli angeli, né gli uomini e neppure la Chiesa, che è il popolo di Dio e la sua famiglia, sono necessari a Dio; ma se lo sono, è per pura grazia e divino beneplacito, in tutto e sempre subordinati a Cristo, unica fonte di grazia, di verità e di vita (cfr. Gv 1,17), per tutti e per sempre, sulla terra e in cielo. Perché allora vivere e agire “con Maria”?  Rispondo in maniera perentoria: Per realizzare la volontà di Dio. È Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – che ha voluto Maria “al centro”. Se infatti per divina disposizione Cristo è “il centro”, e nessuno può porre altro fondamento al di fuori di lui, come afferma l’apostolo Paolo: «Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (1 Cor 3,11), Maria è stata posta da Dio “al centro”: al centro del suo eterno progetto di creazione e di redenzione, al centro della sua storia di salvezza con l’uomo, al centro del mistero di Cristo, al centro del mistero della Chiesa, al centro – dunque – anche della nostra vita, se non vuole fuorviare dalle strade di Dio. Perché allora vivere e agire “con Maria”? Per essere “noi stessi”, quali Dio ci vuole.
 
1. MARIA “AL CENTRO” DEL PROGETTO DI DIO
 
La Vergine Maria, quale «madre del Figlio di Dio e perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo» (LG 53), necessariamente è “al centro” del progetto eterno di Dio sulla creazione dell’universo e sulla salvezza dell’uomo. Se infatti tutte le cose sono state create in vista del Cristo (cfr. Col 1, 16), Figlio incarnato: la Madre che gli avrebbe dato la natura umana, attraverso la quale avrebbe ricapitolato in sé tutte le cose, era contemporaneamente prevista e predestinata con lui, prima della creazione del mondo: non poteva infatti essere “figlio” se non avesse avuto una “madre”. Perciò il Concilio afferma, con tutta la tradizione della Chiesa: «La beata Vergine è stata predestinata fino dall’eternità quale Madre di Dio insieme con l’incarnazione del Verbo divino» (LG 61). Questa divina “predestinazione eterna” ha un duplice aspetto: da parte di Dio predestinante e da parte della creatura predestinata. Da parte di Dio predestinante, Maria, che ha in sé, come Adamo ed Eva, la pienezza della natura umana ed è quindi come ogni uomo un “microcosmo” che ricapitola per disposizione del Creatore tutte le altre creature, angeliche e cosmiche, è stata resa adatta per grazia alla dignità e funzione di Madre di Dio, incomparabilmente al di sopra di tutte le creature, celesti e terrestri (LG 53). Perciò, quasi plasmata dallo Spirito Santo come nuova creatura, fu da Dio adornata fin dal primo istante della sua concezione dagli splendori di una santità del tutto singolare, per essere immune da ogni macchia di peccato e tuttasanta agli occhi del suo Signore. È la “piena di grazia”, nel senso pieno e permanente della parola, come scrisse già Pio IX nella Bolla Ineffabilis Deus, dicendo: «Iddio, fin da principio e prima dei secoli, scelse e preordinò al suo Figlio una Madre, nella quale si sarebbe incarnato e dalla quale poi, nella felice pienezza dei tempi, sarebbe nato; e, a preferenza d’ogni altra creatura, la fece segno a tanto amore da compiacersi in lei sola con una singolarissima benevolenza. Per questo mirabilmente la ricolmò, più di tutti gli Angeli e di tutti i Santi, dell’abbondanza di tutti i doni celesti, presi dal tesoro della sua Divinità. Così ella, sempre assolutamente libera da ogni macchia di peccato, tutta bella e perfetta, possiede una tale pienezza di innocenza e di santità, di cui, dopo Dio, non se ne può concepire una maggiore, e di cui, all’infuori di Dio, nessuna mente può riuscire a comprendere la profondità» (Ineffabilis Deus, proemio). Da parte della creatura predestinata, cioè da parte della Vergine Maria, Dio volle e attese una partecipazione pienamente cosciente e pienamente libera. Dio creando l’uomo – uomo e donna – gli diede insieme con l’anima immortale che informa il suo corpo anche il dono della libertà, il libero arbitrio, la capacità di orientarsi responsabilmente verso il bene, e – purtroppo – anche verso il male. E di questa libertà che ha donato alla sua creatura Egli è divinamente rispettoso. Perciò volle per il Figlio suo che si sarebbe incarnato una Madre capace di aprirsi totalmente a lui, con tutte le capacità fisiche e le potenze intellettuali, ma in piena assoluta libertà. Non la volle come uno strumento passivo nelle sue mani, ma cooperatrice libera e gioiosa al suo disegno di salvezza, con la fede e l’obbedienza (LG 56). «Volle dunque il Padre delle misericordie che l’accettazione della predestinata Madre precedesse l’incarnazione» (LG 56): non prima del suo consenso, non senza il suo consenso, il Verbo si fece carne. Non è questo il luogo per approfondire gli ineffabili rapporti della Vergine col Padre del cielo, che le ha dato il Figlio Unigenito perché fosse anche suo Figlio, unico Figlio comune di ambedue, perché unica divina persona sussistente in ambedue le nature, quella divina e quella umana (Concilio di Calcedonia); né gli inesprimibili rapporti con lo Spirito Santo, di cui rimane il luogo sacro dove si effonde, o – come una più recente tradizione afferma – è la Sposa su cui riversa la pienezza dei suoi doni divini. Ancor più misteriosi i rapporti del Figlio con la Madre, nella simbiosi dell’incarnazione, nell’osmosi della reciprocità: assunse da lei l’u - mano, le partecipò il divino. Questo ieri, oggi e per l’eternità. Maria è l’Amata dal Dio Unitrino; Maria resterà per sempre, anche se Madre del Verbo, la Virgo Dei, la Vergine di Dio interamente a lui consacrata nella reciprocità dell’Amore, fino al compimento del suo progetto sull’uomo e sul cosmo, e per tutta la beata eternità. Maria – scrive il Concilio Vaticano II facendo propria un’antica terminologia –, è il santuario dello Spirito Santo: perciò il luogo santo della sua residenza divina in una creatura umana, lo spazio che l’accoglie e di lui si veste. Ora, lo Spirito Santo, pur essendo unico e infinito in se stesso, ha una duplice relazione: quella che dal Padre si riversa nel Figlio, quella che dal Figlio ritorna eternamente ed infinitamente al Padre. Quindi, in Maria egli opera un duplice orientamento fontale: egli è lo Spirito del Padre, perciò egli la unisce indissolubilmente e totalmente al mistero del Figlio, che per opera sua lei ha generato in carne umana; la mantiene fedelmente a lui congiunta, sempre, come madre, come compagna generosa, come discepola fedele. Ma egli è ugualmente lo Spirito del Figlio, che da lui procede, e quindi le infonde lo spirito filiale, la orienta al Padre in un impeto verginale d’amore, la rende partecipe dei pensieri del Padre, sempre in attento ascolto di ogni sua parola, in ubbidienza totale e perenne col Figlio ad ogni suo comando e ad ogni suo divino desiderio, totalmente donata alla sua gloria. La duplice azione dello Spirito Santo in Maria fa di lei il cuore del progetto del Padre, il centro dell’azione salvifica e filiale del Figlio, e la dilata con lui e in lui a tutta la famiglia umana e a tutto il creato. Maria dunque è “al centro” del progetto, ed è la gemma e la gloria più alta del Creatore. Già ieri sulla terra, tanto più oggi in cielo, «esaltata per la grazia di Dio dopo il Figlio al di sopra di tutti gli angeli e gli uomini» (LG 66).
 
2. MARIA “AL CENTRO” DELLA STORIA DELLA SALVEZZA
 
È necessario premettere con il Concilio: «I libri dell’Antico e del Nuovo Testamento e la veneranda Tradizione mostrano in modo sempre più chiaro la funzione della Madre del Salvatore nell’economia della salvezza, e ce la mettono quasi davanti agli occhi» (LG 55). Questo vale singolarmente per il Nuovo Testamento. Ma anche «i libri dell’Antico Testamento descrivono la storia della salvezza, nella quale lentamente viene preparandosi la venuta di Cristo nel mondo. E questi primi documenti come sono letti nella Chiesa e sono capiti alla luce dell’ulteriore e piena rivelazione – passo passo mettono sempre più chiaramente in luce la figura di una donna: la madre del Redentore» (LG 55). Il Concilio continua ricordando fra tutte la promessa fatta ai progenitori caduti in peccato circa la vittoria sul serpente (Gen 3, 15); la profezia della Vergine partoriente di Isaia (Is 7, 14) citata dal Vangelo di Matteo (Mt 1, 22-23); ugualmente la profezia di Michea, su «colei che deve partorire» (Mi 5, 2-3). Avrebbe potuto ricordare anche la promessa fatta e reiterata ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe, sul “seme”: «nel tuo seme si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12, 3; 22, 17, ecc.): seme di Abramo è Cristo, commenta san Paolo nella lettera ai Galati. Poteva ricordare anche la promessa fatta a Davide (2 Sam 7, 1-17; 1 Cr 17, 1- 15; Sal 132, 11), alla quale si richiamò l’angelo Gabriele nell’annuncio a Maria. Ma la volle ricordare soprattutto come «eccelsa figlia di Sion», quale parte viva e rappresentante del popolo di Israele e della sua sacralità, pur nella povertà della condizione sociale: «Essa primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza» (LG 55): non la salvezza dai nemici politici, ma la salvezza dal peccato e dalle sue inesorabili conseguenze; e la pone in parallelo col Sinai, il monte della prima alleanza: alleanza che ora si rinnova eterna con lei e in lei: «E infine con lei, eccelsa Figlia di Sion, dopo la lunga attesa della promessa, si compiono i tempi e si instaura una nuova Economia, quando il Figlio di Dio assunse da lei la natura umana, per liberare coi misteri della sua carne l’uomo dal peccato» (LG 55). La storia della salvezza ha “il suo centro” nel mistero di Cristo: Verbo incarnato, Agnello immolato e risorto, Signore glorificato alla destra del Padre. E Maria ne è, e rimane “al centro”.
 
3. MARIA “AL CENTRO” DEL MISTERO DI CRISTO
 
La Lettera della Congregazione per l’Educazione cattolica del 25 marzo 1988, inviata ai Rettori dei seminari e ai Presidi delle Facoltà teo logiche, intitolata: «La Vergine Maria nella formazione intellettuale e spirituale», n. 7, così sintetizza la dottrina del Concilio sull’intimo indissolubile rapporto della Vergine Madre col Figlio Redentore: «Il Concilio, illustrando la partecipazione di Maria alla storia della salvezza, espone soprattutto i molteplici rapporti che intercorrono tra la Vergine e il Cristo:
– di “frutto più eccelso della redenzione”, essendo stata redenta “in modo più sublime in vista dei meriti del Figlio suo”; perciò i padri della Chiesa, la liturgia e il magistero non hanno dubitato di chiamare la Vergine “figlia del suo Figlio” nell’ordine della grazia;
– di madre che, accogliendo con fede l’annuncio dell’angelo, concepì nel suo grembo verginale, per l’azione dello Spirito e senza intervento di uomo, il Figlio di Dio secondo la natura umana; lo diede alla luce, lo nutrì, lo custodì e lo educò;
– di serva fedele, che consacrò totalmente se stessa “alla persona e all’opera del Figlio, servendo al mistero della redenzione sotto di lui e con lui”; – di socia del Redentore: “Col concepire Cristo, generarlo, nutrirlo, presentarlo al Padre, soffrire col suo Figlio morente sulla croce, ella ha cooperato in modo del tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità”; – di discepola, che durante la predicazione del Cristo, “raccolse le parole, con le quali (il Figlio), esaltando il Regno al di sopra delle condizioni e dei vincoli della came e del sangue, proclamò beati quelli che ascoltano e custodiscono la parola di Dio (cfr. Mc 3, 35; Lc 11, 27- 28), come ella stessa fedelmente faceva (cfr. Lc 2, 19 e 51)”». Maria è “al centro” del mistero del Figlio suo, Dio e Redentore, «a lui unita da uno stretto e indissolubile vincolo» fin dall’Immacolata Concezione, perché Madre Vergine che ha accolto il Verbo prima nel cuore che nel corpo, per donarlo come Vita al mondo; e perché, per volontà del Padre e sua totale consacrazione, fu la sua indissolubile compagna sulla terra nel compimento di tutta la redenzione, e prese parte a tutti i misteri di Cristo (cfr. LG 66), da Nazaret al Calvario. Tuttora in cielo continua ad esercitare il suo “servizio regale” per la salvezza in Cristo di tutta l’umanità, con la sua molteplice intercessione e la sua carità materna.
 
4. MARIA “AL CENTRO” DELLA VITA DELLA CHIESA
 
Che Maria sia “al centro” della vita della Chiesa lo afferma a più riprese il Vaticano II, compendiando la dottrina dei Padri e della tradizione ecclesiale. Riproduco la sintesi che ne ha proposto la Lettera della Congregazione per l’Educazione cattolica del 25 marzo 1988, inviata ai Rettori dei seminari e ai Presidi delle Facoltà teologiche, intitolata: «La Vergine Maria nella formazione intellettuale e spirituale», n. 9: «In vista del Cristo, e quindi anche in vista della Chiesa, da tutta l’eternità Dio volle e predestinò la Vergine. Maria di Nazaret infatti:
– è “riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa”, per i doni di grazia di cui è adorna e per il posto che occupa nel corpo mistico;
– è madre della Chiesa, poiché essa è “madre di colui, che fin dal primo istante dell’incarnazione nel suo seno verginale, ha unito a sé come capo il suo corpo mistico che è la Chiesa”;
– per la sua condizione di vergine sposa madre è figura della Chiesa, la quale è anch’essa vergine per l’integrità della fede, sposa per la sua unione con il Cristo, madre per la generazione di innumerevoli figli;
– per le sue virtù è modello della Chiesa, che a lei si ispira nell’esercizio della fede, della speranza, della carità e nell’attività apostolica;
– con la sua molteplice intercessione continua ad ottenere per la Chiesa i doni della salvezza eterna. Nella sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora pellegrinanti. Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, mediatrice;
– assunta in corpo e anima al cielo, è “l’immagine” escatologica e la “primizia” della Chiesa, che in lei “contempla con gioia ... ciò che essa, tutta, desidera e spera di essere” e in lei trova un “segno di sicura speranza e di consolazione”».
Voglio soltanto sottolineare la presenza insostituibile di Maria nella vita della Chiesa, nella generazione e formazione di Cristo nelle anime attraverso i sacramenti, la Parola di Dio e ogni altra forma di apostolato, come afferma il Concilio, scrivendo: «Diede poi alla luce il Figlio, che Dio ha posto quale primogenito tra i molti fratelli (cfr. Rom 8, 29), cioè tra i fedeli, alla generazione e formazione dei quali essa coopera con amore di madre» (LG 63). Il papa Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Redemptoris Mater, completò l’insegnamento conciliare, affermando: «Maria è presente nella Chiesa come Madre di Cristo, ed insieme come quella Madre che Cristo, nel mistero della redenzione, ha dato all’uomo nella persona di Giovanni apostolo. Perciò, Maria abbraccia, con la sua nuova maternità nello Spirito, tutti e ciascuno nella Chiesa, abbraccia anche tutti e ciascuno mediante la Chiesa» (RM 47). E il papa Benedetto XVI aggiunge: «Essendo totalmente unita a Cristo, ella appartiene anche totalmente a noi. Sì, possiamo dire che Maria ci è vicina come nessun altro essere umano, perché Cristo è uomo per gli uomini e tutto il suo essere è un “esserci per noi”. Cristo, dicono i Padri, come Capo è inseparabile dal suo Corpo che è la Chiesa, formando insieme con essa, per così dire, un unico soggetto vivente. La Madre del Capo è anche la Madre di tutta la Chiesa; lei è, per così dire, totalmente espropriata da se stessa; si è data interamente a Cristo e con lui viene data in dono a tutti noi. Infatti, più la persona umana si dona, più trova se stessa. Il Concilio intendeva dirci questo: Maria è così intrecciata nel grande mistero della Chiesa che lei e la Chiesa sono inseparabili come sono inseparabili lei e Cristo. Maria rispecchia la Chiesa, la anticipa nella sua persona e, in tutte le turbolenze che affliggono la Chiesa sofferente e faticante, ne rimane sempre la stella della salvezza. È lei il suo vero centro di cui ci fidiamo, anche se tanto spesso la sua periferia ci pesa sull’anima... Da lei dobbiamo imparare a diventare noi stessi “anime ecclesiali”, così si esprimevano i Padri, per poter anche noi, secondo la parola di san Paolo, presentarci “immacolati” al cospetto del Signore, così come Egli ci ha voluto fin dal principio (Col 1, 21; Ef 1, 4)» (Benedetto XVI, Omelia 8 dicembre 2005).
 
5. MARIA “AL CENTRO” DELLA MIA VITA
 
Maria è anche e necessariamente “al centro” della mia vita, non perché io lo sappia o lo voglia, ma perché l’ha posta “al centro” lo stesso Dio Padre e ce l’ha donata Gesù, come Madre. Ogni madre è sempre al centro della vita di un figlio, specialmente quando ha pressante bisogno della sua presenza e del suo aiuto materno. È alla sorgente di ogni dono che scende su noi da Dio, essendo Madre del Verbo incarnato dalla cui pienezza ognuno ha ricevuto e riceve; ed è anche alla radice di ogni nostra scelta di Dio e per Dio. Il suo sì di accoglienza del Verbo, fonte di ogni grazia, fu e rimane il sì costitutivo di ogni scelta umana: perché non per sé, ma a nome di tutti pronunciò il suo fiat e si aprì ad accogliere Dio, perché si vestisse in lei della nostra carne umana, per salvarci. Dal suo sì, e non da altra radice, fiorisce ogni sì dell’uomo alla grazia di Dio. Così volle il Padre: perciò tutti siamo per divino volere radicati in lei e chiamati ad esprimere come lei e con lei la nostra personale risposta alla chiamata e al dono di Dio. Tanto più, che Gesù morendo, quale suo testamento per ogni discepolo e per ogni uomo, la costituì madre di tutti i redenti, madre nostra, da accogliere come il discepolo e da amare come l’ama lo stesso Figlio di Dio: «Ecco la tua Madre!». Il nostro dovere è quello di prendere coscienza di ciò che siamo, per volontà del Padre, per testamento del Figlio, con la grazia dello Spirito Santo; e di farne la nostra norma di vita. Quindi tutti dovrebbero, ubbidendo a Dio e a Gesù:
 
a) Amare Maria come figli
Amare Maria come figli È l’amore che unisce: unisce a Dio che è Amore; unisce Cristo Capo al suo mistico Corpo nello Spirito che è Amore; unisce tra loro le membra del Corpo di Cristo, e le vivifica e le guida a compiere ciascuna il proprio servizio a vantaggio di tutto il Corpo, che è la Chiesa. È l’amore che unisce la Madre ai fratelli del suo Gesù, per farne di tutti il suo Figlio, Capo e membra. È l’amore che ci unisce alla Madre come figli, per condividerne i pensieri, i progetti, le ansie e le speranze: per essere noi in lei e lei in noi, e prolungarne l’amore materno e l’azione nella nostra vita e nel nostro agire. È l’amore che ce la rende vicina, tanto da essere la nostra interlocutrice, la nostra ispiratrice, il nostro aiuto e il nostro conforto. Mai ameremo abbastanza Colei che Gesù vuole sia da tutti noi amata come lui stesso l’ama: è questa l’eredità che ci ha lasciato morendo: «Ecco il tuo Figlio– Ecco la tua Madre». Con queste parole, dice la liturgia, «Gesù dal patibolo della croce affidò alla Vergine Maria nella persona di Giovanni tutti i suoi discepoli, e li fece eredi del suo amore verso la Madre». Amare la Madre col suo amore di Figlio: come Figlio-Dio, che eternamente l’ha amata e l’ha scelta per Madre, colmandola di tutti i suoi doni e delle sue grazie; come Figlio-uomo, formato dalle sue carni immacolate e dal suo sangue purissimo, che con tutte le capacità anche umane, oltre che divine, l’ha amata e l’ama in modo ineguagliabile e sommo, trovando in lei aiuto perfetto e materno conforto, fin sotto la croce, e associandola oggi a sé nell’estendere a tutti la sua redenzione. Dunque, non ameremo mai abbastanza la Madre di Dio! Mai la penseremo abbastanza, e ci porremo con assoluta fiducia nelle sue mani misericordiose e materne, mai la onoreremo come l’ha onorata e la onora il Figlio di Dio! Eppure, ella è davvero la Madre nostra, di ciascuno di noi, dall’inizio della nostra esistenza sulla terra e per tutta l’eternità: la Madre che divinamente ci ama col Cuore stesso di Dio, del suo Gesù. Per questo ha detto sì all’annunciazione, per darci il Salvatore; per questo l’ha offerto al Padre sul Calvario e con lui si è offerta, per il perdono delle nostre colpe e l’infusione in noi della grazia dello Spirito Santo; per questo vive accanto a lui glorificata nei cieli, per essere sempre la nostra avvocata e la mediatrice di ogni grazia di cui abbiamo continuamente bisogno. Per questo Gesù morendo l’ha costituita nostra Madre, nostra propria Madre. Lei certo non verrà mai meno alla consegna del Figlio suo Dio, dopo averci accolti per suo testamento come figli, e ci amerà sempre, con tutta se stessa in Dio, fino alla nostra ultima felicità in paradiso. Per questo, ubbidendo al comando del Signore, anche noi come il discepolo amato la dobbiamo introdurre in tutto lo spazio umano e cristiano della nostra vita, e amarla perdutamente, perdendoci nel suo amore: paghi di amarla con tutte le nostre forze – e in questo non facciamo che ubbidire a Dio e prolungare Gesù! –, felici di esserne amati in modo superiore ad ogni immaginazione umana.
 
b) Consacrarci nella Chiesa alla sua persona e alla sua opera
Consacrarsi a Maria, in fondo, non è altro che rendere cosciente e personalmente sottoscrivere ciò che il Padre ha disposto e il Figlio ha realizzato, incarnandosi da lei per ricapitolarci in sé attraverso di lei, e immolandosi sulla croce per tutti, consacrandosi cioè come Vittima al Padre per tutti, non senza il suo consenso e la sua materna partecipazione, voluta da Dio. Giustamente il grande teologo Karl Rahner poteva scrivere: «Noi ci consacriamo a te, Vergine Santa e Madre, perché ti siamo già consacrati. Come non siamo edificati soltanto sulla pietra angolare che è Gesù Cristo, ma anche sul fondamento degli apostoli e dei profeti, così la nostra vita e la nostra salvezza dipendono in modo permanente dal tuo “sì”, dalla tua fede e dal frutto del tuo seno. Se dunque diciamo che vogliamo essere consacrati a te, confessiamo solo la nostra volontà di essere ciò che siamo, confessiamo che vogliamo accogliere ciò che siamo nel nostro spirito e nel nostro cuore e in tutta la realtà dell’uomo interiore ed esteriore». Come la consacrazione della Vergine il giorno dell’annunciazione, proprio abbracciando la volontà salvifica del Padre, è stata una consacrazione totale e perenne alla persona e all’opera salvatrice del Figlio – non solo alla persona, ma anche e specialmente all’opera del Figlio –, per cooperare sotto di lui e con lui all’umana redenzione (LG 56); così la nostra consacrazione a Maria non si limita alla sua persona, ma a tutta l’opera che come Madre del Redentore e dei redenti deve svolgere, come ieri sulla terra, così oggi in cielo, fino a che tutto non sia compiuto, e tutti i redenti siano introdotti nella patria beata. Se pensiamo alla sua persona, dovremmo dirle con san Giovanni Damasceno: «Anche noi oggi ti restiamo vicini, o Sovrana; sì, lo ripeto, Sovrana, Madre di Dio e Vergine, legando le nostre anime alla tua speranza, come ad un’áncora saldissima e del tutto infrangibile, consacrandoti mente, anima, corpo e tutto il nostro essere e onorandoti, per quanto è a noi possibile, “con salmi, inni e cantici spirituali” (Ef 5, 19). È impossibile una maniera adeguata... È sufficiente, in realtà, per quelli che serbano piamente la tua memoria, il dono preziosissimo del tuo ricordo: è questo il culmine di una gioia che non può essere sottratta. Di quale letizia, di quali beni non è ricolmo colui che ha fatto del suo intelletto lo scrigno del tuo santissimo ricordo? Questa è la nostra offerta di ringraziamento a te, il saggio del nostro umile pensiero che, mosso dall’amore per te, ha dimenticato la propria debolezza. Accetta comunque con benevolenza questo desiderio appassionato, sapendo che va al di là delle nostre forze» (Omelia I sulla Dormizione, 14). Se pensiamo all’opera che Dio le ha affidato, e Gesù ha convalidato col suo testamento, entriamo con lei nell’eterno progetto divino e con lei e in lei ci consacriamo al dono della misericordia che si stende di generazione in generazione, e che il Salvatore ha aperto come fonte col suo sacrificio. Perciò Giovanni Paolo II, nell’omelia tenuta a Fatima il 13 maggio 1982, poteva affermare: «Consacrarsi a Maria significa farsi aiutare da lei ad offrire noi stessi e l’umanità a “Colui che è Santo”, infinitamente Santo; farsi aiutare da lei – ricorrendo al suo Cuore di Madre, aperto sotto la croce all’amore verso ogni uomo, verso il mondo intero – per offrire il mondo, e l’uomo, e l’umanità, e tutte le nazioni, a Colui che è infinitamente Santo». Una consacrazione dunque al Cuore immacolato della Madre, anch’esso trafitto sotto la croce, e non solo di noi e delle nostre insignificanti persone, ma di tutto il mondo, nazioni e popoli, perché in Cristo immolato lo consacri all’Eterno Amore. La nostra consacrazione a Maria allora non è solo un affidamento di figli alla più tenera di tutte le madri, per averne aiuto e conforto, ma è una responsabile partecipazione di figli e di amici al suo amore verso ogni uomo e verso il mondo intero, e un impegno a viverlo – per quanto ci è concesso per grazia – nell’ambito della nostra vita quotidiana e delle nostre umili azioni umane. E tale consacrazione si compie con la Chiesa, nella Chiesa, e ammaestrati dalla Chiesa: per esprimere individualmente in noi ciò che la Chiesa ha compiuto e compie universalmente per tutti.
 
c) Immergerci nel suo mistero e imitarla
Vivere “in Maria” è una delle componenti della vera devozione propagata da san Luigi Maria da Montfort. Ma il modello a cui ispirarsi per “vivere in Maria” è lo stesso mistero trinitario e la presenza di Gesù Cristo nei suoi discepoli. Disse Gesù, nell’ultima Cena: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 15); e ancora: «Rimanete in me e io in voi... Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 15, 4.10). C’è una reciproca immanenza tra il Padre e il Figlio, tra Gesù e i suoi discepoli. Il punto di incontro però di questa reciproca immanenza – lui in noi, noi in lui – è dato dall’osservanza dei suoi comandamenti: anzi, questa osservanza dei comandamenti è la sola prova del vero amore, e dell’amicizia con lui: «Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando» (Gv 15, 14). Vivere dunque “in Maria” – e Maria in noi – vuol dire osservare i suoi comandamenti, che non sono parole pronunciate (una sola ne disse per noi, e rimane come suo monito perenne: «Qualsiasi cosa vi dica Gesù, fatela!»: Gv 2, 5). Sono piuttosto i suoi esempi, che ce la mostrano, e quando li viviamo imitandoli, portano Maria in noi e noi in Maria. Scrisse Paolo VI, nell’esortazione apostolica Signum magnum, n. 3: «Non si esaurisce nel patrocinio presso il Figlio la cooperazione della Madre della Chiesa allo sviluppo della vita divina nelle anime. Ella esercita sugli uomini redenti un altro influsso: quello dell’esempio. Influsso, invero, importantissimo, secondo il noto effato: Le parole muovono, gli esempi trascinano. Come, infatti, gli insegnamenti dei genitori acquistano un’efficacia ben più grande se sono convalidati dall’esempio di una vita conforme alle norme della prudenza umana e cristiana, così la soavità e l’incanto emananti dalle eccelse virtù dell’Immacolata Madre di Dio attraggono in modo irresistibile gli animi all’imitazione del divino modello, Gesù Cristo, di cui ella è stata la più fedele immagine»... Ancora Paolo VI, nell’esortazione apostolica Marialis cultus, n. 57: «La santità esemplare della Vergine muove i fedeli ad innalzare gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti. Si tratta di virtù solide, evangeliche: la fede e l’accoglienza docile della Parola di Dio (cfr. Lc 1, 26-38; 1, 45; 11, 27-28; Gv 2, 5); l’obbedienza generosa (cfr. Lc 1, 38); l’umiltà schietta (cfr. Lc 1, 48); la carità sollecita (cfr. Lc 1, 39-56); la sapienza riflessiva (cfr. Lc 1, 29-34; 2, 19.33.51); la pietà verso Dio, alacre nell’adempimento dei doveri religiosi (cfr. Lc 2, 21. 22-40. 41), riconoscente dei doni ricevuti (cfr. Lc 1, 46-49), offerente nel tempio (cfr. Lc 1, 22- 24), orante nella comunità apostolica (cfr. At 1, 12-14); la fortezza nell’esilio (cfr. Mt 2, 13-23), nel dolore (cfr. Lc 2, 34-35.49; Gv 19, 25); la povertà dignitosa e fidente in Dio (cfr, Lc 1, 48; 2, 24); la vigile premura verso il Figlio, dall’umiliazione della culla fino all’ignominia della croce (cfr. Lc 2, 1-7; Gv 19, 25-27), la delicatezza previdente (cfr, Gv 2, 1-11); la purezza verginale (cfr. Mt 1, 18-25; Lc 1, 26- 38); il forte e casto amore sponsale. Di queste virtù della Madre si orneranno i figli, che con tenace proposito guardano i suoi esempi, per riprodurli nella propria vita».
 
d) Venerarla e servirla
La venerazione, come l’amore verso Maria e l’imitazione delle sue virtù, sono le tre componenti comuni per tutti – pastori e fedeli – della vera devozione verso la Vergine proposte dal Concilio: «I fedeli a loro volta si ricordino che la vera devozione non consiste né in uno sterile e passeggero sentimentalismo, né in una certa quale vana credulità, bensì procede dalla fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della Madre di Dio, e siamo spinti al filiale amore verso la Madre nostra e all’imitazione delle sue virtù» (LG 67). Il primo atto di onore alla Madre di Dio, della quale – dicono i Padri – non sono degne tutte le cose del mondo, è conoscerne il mistero: quindi, studiare la sua figura e la sua funzione nel mistero della Trinità Santissima, nel mistero di Cristo e della Chiesa, nel mistero dell’uomo e della storia. Con quali mezzi? Il Concilio li detta ai teologi e ai predicatori, a quanti cioè sono incaricati di approfondire e annunciare la verità cristiana; e dice:«Con lo studio della sacra Scrittura, dei santi Padri, dei dottori e delle liturgie della Chiesa, condotto sotto la guida del magistero, illustrino rettamente gli uffici e i privilegi della beata Vergine, i quali sempre sono orientati verso il Cristo, origine della verità totale, della santità e della pietà» (LG 67). Studiando la Madre di Dio attraverso questi canali conoscitivi, proposti dal Concilio alla Chiesa, scopriremo sempre più il suo volto e la sua singolare missione nel progetto di salvezza del Padre, attuato in Cristo mediante lo Spirito Santo. Infatti, Maria:
– È l’immacolata Madre di Dio, che per noi ha accolto nel cuore e nel grembo il Verbo del Padre venuto a salvarci.
– È l’umilissima ancella del Padre, interamente consacrata a compiere fino all’ultimo giorno della storia umana la sua volontà salvifica per noi.
– È l’indissolubile cooperatrice del Salvatore, sua generosa ed eroica compagna in tutta la storia della nostra salvezza, dall’Annunciazione, alla Croce, e «fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti» (LG 62): ha vissuto con lui ogni sua azione, piccola o grande, con fede indubitata e ardente carità, «per restaurare la vita soprannaturale delle anime» (LG 61).
– È il santuario vivente dello Spirito Santo, eterno Amore, che le ha talmente dilatato il cuore, da renderla Madre di tutti gli uomini, capace di accogliere tutti – per testamento del Figlio morente – come figli, e di amarli tutti con lo stesso amore con cui ama Gesù.
– È la Madre della Chiesa, sacramento di salvezza, la sua più alta e perfetta realizzazione: sua radice e suo cuore, suo modello compiuto d’amore verginale allo Sposo divino e di tenerezza materna verso la famiglia umana, sua indissolubile cooperatrice nel donare a tutti la luce della Verità e la grazia della Vita.
– È la tua Madre dolcissima, che ti accompagna nel tuo cammino di realizzazione e ti vuole capace anche di condividere con lei le sue misericordie e le sue ansie, perché tutti gli uomini diventino un solo «uomo nuovo» in Cristo, nella loro esistenza terrena e nella loro vocazione eterna. Nasce allora spontaneo venerarla e onorarla, con tutta la Chiesa e anche privatamente, privilegiando il culto specialmente liturgico, e quelle pratiche ed esercizi di pietà verso di lei, raccomandati lungo i secoli dal magistero della Chiesa (LG 67): quindi, la celebrazione delle sue feste e delle memorie liturgiche, la recita del santo Rosario e di altre forme di pietà – come l’Inno Akathistos – raccomandati dal magistero, la celebrazione di novene, o tridui, o anche mesi dedicati a lei dalla pietà popolare, insieme con tante altre preghiere di lode e di impetrazione care al popolo di Dio... Ma il vero onore, che corrisponde al più profondo amore filiale, con cui venerare e onorare con tutta la Chiesa la Madre nostra amantissima (cfr. LG 53), è la vita. È questo l’insegnamento della Tradizione e del magistero: «Ben presto i fedeli cominciarono a guardare a Maria per fare, come lei, della propria vita un culto a Dio e del loro culto un impegno di vita. Già nel IV secolo, sant’Ambrogio, parlando ai fedeli, auspicava che in ognuno di essi fosse l’anima di Maria per glorificare Dio: “Dev’essere in ciascuno l’anima di Maria per magnificare il Signore, dev’essere in ciascuno il suo spirito per esultare in Dio”. Maria, però, è soprattutto modello di quel culto che consiste nel fare della propria vita un’offerta a Dio: dottrina antica, perenne, che ognuno può riascoltare, ponendo mente all’insegnamento della Chiesa, ma anche porgendo l’orecchio alla voce stessa della Vergine, allorché essa, anticipando in sé la stupenda domanda della preghiera del Signore: Sia fatta la tua volontà (Mt 6, 10), rispose al messaggero di Dio: Ecco la serva del Signore: sia fatto di me secondo la tua parola (Lc 1, 38). E il «sì» di Maria è per tutti i cristiani lezione ed esempio per fare dell’obbedienza alla volontà del Padre la via e il mezzo della propria santificazione» (MC 21).
 
e) Prolungare sulla terra come figli la maternità di amore e di grazia
 Maria si è definita ed è la «Serva del Signore »: tutta la sua vita sulla terra fu un continuato perfetto servizio al progetto divino per la salvezza; e «assunta in cielo, non ha deposto questa funzione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci le grazie della salute eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata» (LG 62). Come la Chiesa, quale vergine e quale madre dei fedeli, imita e prolunga la verginità e la maternità di Maria (LG 63-64), così ogni “figlio” e “amico” di Maria, facendo proprie per quanto gli è concesso le sue disposizioni, si impegna a prolungarne con la vita interiore e con l’azione esterna la presenza materna. Anzi, in certo modo, è ancora lei, la Madre, che agisce nei suoi figli, la Regina che opera per mezzo dei suoi servi. Per questo nel celebre atto di affidamento, che Giovanni Paolo II ha inciso nel suo stemma episcopale e pontificio: “Totus tuus”, alla fine si chiede alla Vergine il suo Cuore: Da mihi cor tuum. 
 
Ermanno Toniolo da Raggi di luce