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Testamento ai romani (Paolo VI)

 
Il 16 ottobre 1977 Paolo VI celebrava l’ 80° compleanno
 
Il testo occupa poco meno di tre pagine manoscritte, dai caratteri chiari e con pochissime correzioni; i capoversi sono elegantemente rientranti e, dalla metà della seconda pagina, la scrittura tende a inclinarsi leggermente verso destra. La grafia è quella, inconfondibile, di Paolo VI nell’autografo del discorso preparato per la messa del 16 ottobre 1977, rintracciato dalla cura di monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia.Quella celebrazione era stata proposta dalla diocesi di Roma e dal Sinodo dei vescovi per la ricorrenza dell’ottantesimo compleanno del Papa. «Si è voluto fare festa, una festa d’origine personale e domestica, diventata comunitaria e universale» dirà Paolo VI durante la preghiera domenicale dell’Angelus nello stesso giorno.
Accadde quarant’anni or sono; vale tuttavia la pena tornare sulle parole di Montini in quella circostanza. Sette anni prima il Pontefice aveva pubblicato il motuproprio Ingravescentem aetatem con il quale definiva l’età dei cardinali in rapporto al loro ufficio e, in particolare, escludeva dall’elettorato attivo in conclave gli ultraottantenni. Non mancarono reazioni vive e risentimenti perfino acidi per quella decisione montiniana; alla sua personale scadenza ottuagenaria, perciò, non mancava una certa attenzione.
 
Il Papa Paolo VI accennò, forse, ma con sapiente levità, parlando di una età «umanamente poco invidiabile» e ne indicò le ragioni. Anzitutto «perché la durata della nostra vita costituisce, tutto sommato, una grande responsabilità; tale è il senso del tempo concesso alla nostra esistenza terrena». La durata nel tempo si apre, di conseguenza, alla meditazione dell’eterno: «Ottenere l’assistenza divina a questi miei vecchi anni (nell’autografo aveva inizialmente scritto “ultimi giorni”), dei quali riconosco, in ordine al mio destino finale, la loro decisiva importanza».
 
Si avverte qui l’ispirazione agostiniana; la medesima che guiderà tanti anni dopo, in un testo del 6 aprile 2005, il cardinale Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, in un’ampia riflessione sui processi educativi di maturazione quando, dilungandosi sul valore e significato del tempo, dirà che il presente è “visione”: di ciò ch’è stato, ma soprattutto di ciò che può essere ed è proprio in quest’aspetto di visione che «si radica la dimensione dell’atteggiamento contemplativo, elemento necessario per la maturazione».
 
Montini coglierà l’occasione anche per impostare una meditazione su Roma «centro di universale umanesimo» come titolerà L’Osservatore Romano del 17-18 ottobre; direi di più: come per un lascito testamentario ai romani. Il tutto mi pare articolato in tre momenti interiormente congiunti. Al principio c’è la coscienza della propria “romanità” in quanto vescovo di Roma. Montini la visse come una grazia fatta da Cristo alla sua persona, riassumendola con l’espressione paolina: «Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me».
 
La citazione di Galati 2, 20 è fra le più ripetute (ben ventisei volte) nei suoi discorsi ambrosiani, dove nessun’altra paolina la pareggia; nel magistero romano ricorre esplicitamente non meno di sedici volte. Le «parole d’infinita carità» per Cristo «hanno governato la mia umilissima attività, durante la mia lunga permanenza romana» confessa il Papa al compimento dei suoi ottant’anni.
 
Paolo vi sentì fortemente l’essere vescovo e vescovo di Roma. Ricorderei al riguardo due momenti speciali durante il suo pontificato, importanti ambedue secondo profili distinti, ma complementari. La riorganizzazione del vicariato, anzitutto, effettuata con la costituzione apostolica Vicariae potestatis in Urbe (6 gennaio 1977), che armonizzò il governo pastorale della città con gli orientamenti e il magistero del Vaticano ii. Già da dieci anni, però, Montini aveva avviato, per primo in maniera sistematica, le visite pastorali alle parrocchie romane. Di fatto le inizierà il 31 marzo 1968 con la parrocchia di San Leone Magno. Per introdurre questa tradizione (conservata dai successori sino a oggi), cogliendo l’occasione dell’«anno della fede», aveva pubblicato la costituzione apostolica Praegraves supremi pontificatus (8 febbraio 1967), facendola seguire da un’ampia lettera indirizzata «alla popolazione della Diocesi di Roma» (5 marzo 1967) accompagnata da una «preghiera», resa pubblica il successivo 8 ottobre.
 
C’è, quindi, il passaggio al secondo tema dell’omelia: per Montini, Roma non è una geografia ma una patria spirituale. Dice: «Sì, Roma ho amato, nel continuo assillo di meditarne e di comprenderne il trascendente segreto, incapace certamente di penetrarlo e di viverlo, ma appassionato sempre, come ancora lo sono, di scoprire come e perché “Cristo è Romano”».
 
Quest’espressione, che Beatrice rivolge a Dante verso la fine della seconda cantica (Purgatorio, XXXII, 102), oltre che dalle letture dantesche Montini l’avrà colta, e più volte, dalle labbra di Eugenio Pacelli, di cui fu stretto collaboratore sin da quando nel 1930 Pio XI lo nominò segretario di Stato e poi, dal 1939, sulla cattedra di Pietro. Anche per Pacelli, infatti, Papa “romano”, Roma non era affatto una geografia, bensì il cuore dell’universalismo cattolico. Montini dirà lo stesso.
Si mostra qui il terzo aspetto dell’omelia per l’ottantesimo compleanno. Montini parla ai romani, ma descrive al tempo stesso il profilo della sua personale romanità: «E a voi, romani, quasi unica eredità ch’io vi possa lasciare, io raccomando di approfondire con cordiale e inesauribile interesse, la vostra “coscienza romana”, abbia essa all’origine la nativa cittadinanza di questa urbe fatidica, ovvero la permanenza di domicilio o l’ospitalità ivi goduta; “coscienza romana” che qui essa ha virtù d’infondere a chi sappia respirarne il senso d’universale umanesimo, non pure emanante dalla sua sopravvivenza classica, ma ancor più dalla sua spirituale vitalità cristiana e cattolica».
 
Quella celebrazione domenicale e quell’omelia ebbero un testimone d’eccezione: l’arcivescovo di Monaco e Frisinga, cardinale Joseph Ratzinger, presente a Roma per la quarta assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sulla catechesi nel nostro tempo. In un’intervista rilasciata a Gianni Cardinale nel 2003 per il mensile «30giorni» egli così ricordò Paolo vi: «Il 16 ottobre celebrò una messa solenne a San Pietro. In quell’occasione mi ha impressionato per come ha citato il verso della Divina Commedia in cui Dante parla di “quella Roma onde Cristo è romano”. Paolo vi era considerato un po’ un intellettuale che aveva difficoltà ad essere caldo con gli altri. In quel momento aveva manifestato un calore inaspettato proprio per Roma. Io non conoscevo o non mi ricordavo di queste parole di Dante. Mi impressionarono molto. Con queste parole Paolo vi voleva esprimere il suo amore per Roma che è divenuta la città del Signore, il centro della sua Chiesa».
 
di Marcello Semeraro

Ultimo aggiornamento ( Martedì 17 Ottobre 2017 11:46 )

 

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