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Teologo del post concilio- Max Seckler (Rino Fisichella)

 
 
Il 23 settembre Max Seckler compie 90 anni. Al pubblico italiano questo teologo forse dice poco; eppure, per la teologia fondamentale del postconcilio, il nome richiama a una delle personalità più qualificanti del XX secolo.
 
Ordinato sacerdote per la diocesi di Stuttgart nel 1952, ha perfezionato gli studi alla Sorbona e all’Institut Catholique di Parigi, quindi alla Gregoriana, all’Angelicum e infine a Monaco, dove è stato assistente di Heinrich Fries. Una rapida carriera accademica che lo ha portato a ricoprire dal 1964 al 1993 una delle cattedre più prestigiose al mondo, quella di teologia fondamentale a Tubingen. La sua produzione teologica può essere facilmente suddivisa in due settori che comunque si intrecciano fino a formare un tutt’uno. Instinkt und Glaubenswille nach Thomas von Aquin (1961), segna la sua prima opera di grande spessore storico e speculativo, a cui farà seguito Das Heil in der Geschichte. Geschichtstheologisches Denken bei Thomas von Aquin (1964), da dove emerge la capacità di entrare nei meandri del pensiero di Tommaso riuscendo a distinguerlo dalle interpretazioni del tomismo successivo.
 
La frequentazione di Tommaso non gli ha impedito di accedere con altrettanta passione a Cusano, Pascal, Guardini a cui i suoi scritti fanno riferimento, e le cui prospettive teologiche aprono orizzonti di pensiero che egli ha saputo mediare e sviluppare per dare alla “scienza della fede” il suo moderno statuto epistemologico. La sintesi accurata di questo percorso trova nei due volumi Glaubenswissenchaft und Glaube, (2013) la sua redazione finale dove, fin dal titolo si evidenziano gli obiettivi di fondo: produrre un’epistemologia teologica alla luce delle intuizioni originarie della Scuola di Tubingen. 
 
Il suo pensiero teologico, infatti, si fa un tutt’uno con la ricerca e la produzione del suo remoto predecessore nella cattedra di teologia fondamentale, Johann Sebastian Drey. Se oggi possediamo l’opera omnia di uno dei fondatori della Scuola Cattolica di Tubingen, lo dobbiamo al lavoro indefesso e intelligente di Seckler che negli ultimi decenni ha dedicato ogni sforzo per portare a compimento l’impresa. Sono stati pubblicati a sua cura i volumi che raccolgono tutti gli scritti del teologo di Tubingen. Dal Tagebuch (1812-1817), fino alle Prelectiones dogmaticae (1815-1834), per giungere al più conosciuto Kurze Einleitung in das Studium der Theologie (1819), e passando per altri studi “minori”, Seckler in maniera certosina ha reso un incredibile servizio alla scienza teologica pubblicando l’edizione critica di questi scritti con le fonti da cui Drey attingeva.
 
Una produzione incredibile che si raccoglie nei cinque volumi pubblicati con circa tremila pagine. Qui si può verificare quanto l’idea di storia della salvezza fosse la chiave di volta per fondare un pensiero che lentamente, ma inesorabilmente, ha portato i frutti insperati anche se con più di un secolo di ritardo. In contrapposizione al razionalismo e a una dominante visione dell’idealismo, Drey faceva emergere il valore della coscienza storica. All’epoca si insegnava a Tubingen che la Chiesa non era un sistema dottrinale che viveva fuori dal tempo, ma il soggetto di una trasmissione viva della fede che avveniva nella storia. Il principio della coscienza storica, permetteva di ritrovare le ricchezze del passato, facendole rivivere con la novità che portava con sé proprio perché inserito nella dinamica storica.
 
Il recupero della Tradizione come un processo vivo e dinamico permetteva di parlare della Chiesa cattolica come di un soggetto centrale e fondamentale di trasmissione. La comunità dei credenti era il punto forte di questa visione ecclesiologica che si faceva forte del concetto di testimonianza come categoria capace di esprimere l’ascolto della fede creduta dalla Chiesa nel corso dei secoli, e la sua capacità di annuncio per le generazioni future. Questa prospettiva permetteva di acquisire, in un Paese a forte trazione culturale luterana, un’identità che poneva il cattolicesimo in una situazione se non di parità, almeno di non sudditanza con le altre confessioni. 
 
Se dopo più di un secolo si è arrivati alla teologia del Vaticano ii, questo è indice di una fecondità di pensiero che ha superato il limite del tempo per incidere in maniera determinante nella vita della Chiesa. Max Seckler con la sua opera ha permesso di scoprire quanto lungimirante fosse il pensiero teologico del suo predecessore a Tubingen, e così facendo, ha reso un servizio ineguagliabile alla storia della teologia. 
 
Se si entra a fondo nell’ermeneutica del pensiero di Seckler, comunque, si potrà toccare con mano quanto i temi enucleati un tempo da Drey, Mohler e altri maestri di Tubingen, siano patrimonio acquisito nei suoi scritti, proprio alla luce del Vaticano II. Tutto questo coniugato con la sua prospettiva teologica secondo cui la verità della rivelazione ha in se stessa la possibilità di una giustificazione che ne attesta la credibilità. La teologia, per sua stessa natura, ha il compito di rendere evidente il carattere peculiare della verità rivelata, legittimandola dinanzi alla ragione critica di ogni epoca.
 
Uno scritto del 1980, per alcuni versi, permette di comprendere il fondamento e l’orientamento di questo amico teologo nei suoi cinquant’anni di ricerca. Analizzando la peculiarità della scuola di Tubingen nello spirito di Drey, così Seckler si esprime: «Essa ha conseguito la proprio fisionomia particolare e la propria consistenza non nei contenuti materiali di un sistema fisso, ma nel punto di incrocio di diversi campi di forze. Sono i campi della fede, del pensiero e della vita. Così si spiega perché questa teologia sia caratterizzata in maniera particolare dalla compresenza e dall’intreccio di ecclesialità, scientificità e vitalità.
 
L’arte consistette nel saper prendere in modo del tutto serio ciascuna di queste dimensioni, senza però rinunciare ad alcune di esse per amore di una in particolare. Non si volle aiutare la Chiesa mediante concessioni alla scienza. Si lasciò certo la scienza in tensione con la fede, ma non come nemica della fede. Si intese servire la vita, ma pur sempre per mezzo della ragione e nella disciplina della verità... Tenere testa a questa tensione richiede uno sforzo costante, ma tutto ha il suo prezzo.
 
Un’ecclesialità che si sviluppi da una libera affermazione di se stessi ha un aspetto diverso da un’ecclesialità che finisca per sacrificare sull’altare della religione anzitutto la propria testa. Importante è solo che si tratti di un’indipendenza non contro la Chiesa, ma nella Chiesa. Di tutto questo Drey ha dato un esempio sia teorico che pratico. A lui rendiamo onore, continuando nel suo spirito il nostro lavoro». Servizio alla Chiesa e nella Chiesa, dunque, ma nella dedizione perenne alla verità che rende liberi.
 
 
 

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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