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Mistagogia: compito della Chiesa (Boselli)

 
Proponiamo il testo di una intervista concessa dall’Autore a partire del suo volume “Il senso spirituale della liturgia” (Qiqajon 2011)
 
1. Il futuro della Chiesa in Occidente prevede una drastica diminuzione delle attività ecclesiali, ma non perderà l’essenziale se riscoprirà il primato dell’azione di Dio nell’ascolto e nella celebrazione. Può spiegare il senso di questa tesi che emerge dal suo volume? In effetti, molti segni annunciano che nei prossimi decenni il cristianesimo in Occidente sarà segnato da una profonda trasformazione, del resto già in atto da anni. Questo significherà ridimensionare o perfino rinunciare a quelle attività ecclesiali non essenziali per investire energie e forze nelle quattro perseveranze della Chiesa che gli Atti degli apostoli ricordano: l’insegnamento degli apostoli, la comunione, lo spezzare il pane e la preghiera. Vi è qui il primato dell’ascolto della parola di Dio e della liturgia, che sono l’origine e al tempo stesso il fine dell’essere e dell’agire della Chiesa. Parola di Dio ed Eucaristia sono l’unità di misura di ogni attività ecclesiale, non solo in senso quantitativo ma soprattutto in senso qualitativo: l’ascolto della Parola e lo spezzare il pane rivelano da sé sole l’essenziale e il superfluo di ciò che la Chiesa fa.
 
In Occidente si potrebbe un giorno arrivare a una Chiesa che non fa nient’altro che radunarsi alla domenica per celebrare l’Eucaristia, cioè per fare memoria della Pasqua di Cristo. Se anche un giorno la Chiesa fosse nelle condizioni di poter fare unicamente questo, essa farebbe comunque l’essenziale, ciò che è davvero irrinunciabile per essere e vivere come Chiesa di Cristo nel mondo: annunciare la morte del Signore finché egli venga. 
 
2. In che senso il fedele impara più dalla liturgia che dai padri della Chiesa e dai teologi? 
 
Lo scrive Prosper Gueranger nelle Institutions liturgiques: “L’autorità della liturgia è superiore a quella dei padri e dei teologi” e io lo sottoscrivo pienamente. Vi è unaauctoritas della liturgia della Chiesa che, contenendo quella degli antichi padri e dei teologi, la supera di gran lunga perché è l’auctoritas della fede della Chiesa. La liturgia è fede della Chiesa in atto. Alla luce delle sante Scritture e della Tradizione, la fede della Chiesa ha ispirato le preghiere liturgiche, ha plasmato i gesti sacramentali, si è resa visibile nell’iconografia e nell’architettura, udibile nei canti e nella musica. Mi ha sempre fatto molto pensare quello che nel 1956 Simon Weil scrisse a padre Couturier: «Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la Messa, sento come una specie di certezza che questa fede è la mia». Per questo, la liturgia è per il credente la prima scuola di fede, dove si conosce il mistero di Dio celebrandolo. Nella liturgia la fede è confessata, nutrita, confermata, ad un tempo custodita e trasmessa. Quello che la liturgia realizza è un apprendimento integrale della fede, perché avviene non solo razionalmente ma anche attraverso i sensi: il mistero lo si ascolta, lo si vede, lo si tocca, lo si gusta, lo si odora e per questo il mistero di Dio agisce in modo efficace in chi lo celebra. Celebrare il mistero di Dio significa conoscerlo e interiorizzarlo per tramandarlo di generazione in generazione. Pensiamoci bene, ciascuno di noi si è trovato a sapere a memoria il lungo e complesso testo del Credo Niceno-costantinopolitano senza averlo studiato e imparato, ma semplicemente partecipando alla liturgia fin da bambino. Domenica dopo domenica l’assemblea liturgica ce lo ha insegnato.    
 
3. L’emersione della domanda di una preghiera più personale e silenziosa, di una coltivazione più intensa della devotio quali sollecitazioni offre alla celebrazione comunitaria dei misteri?
 
Oggi vi è la domanda, proveniente soprattutto dai giovani, di una liturgia più contemplativa e meno festaiola. Più spirituale e meno didascalica. Più sapienziale e meno didattica. La celebrazione comunitaria del mistero ha bisogno di quello che io chiamo “clima contemplativo”, cioè di tempi di silenzio, di spazi di interiorizzazione di ciò che nella liturgia si ascolta, si dice e si fa. Questo richiede una grande conversione soprattutto da parte dei presbiteri: loro per primi devono riscoprire che la liturgia vale per se stessa e non va strumentalizzata per altri scopi. Il cardinale Dannels ha scritto: “Spesso la liturgia è diventata una scuola. Vi si vuole mettere di tutto. La vera liturgia si celebra nei monasteri. Là, almeno, non serve a nulla! Non è catechesi e le omelie sono fatte di poche parole: non è nulla di molto artistico, ma è bella in sé. Consiste nell’accoglienza gustosa di Cristo attraverso l’azione liturgica”. La liturgia ha il proprio fine in sé stessa: è glorificazione di Dio e santificazione del credente, e in questo modo realizza ciò che significa. Se la liturgia è un atto di amore della Chiesa per Cristo suo Sposo e Signore, si può dire della liturgia quello che San Bernardo diceva dell’amore: “Amor sibi sufficit”, l’amore basta a sé stesso. Davvero, la celebrazione del mistero di Dio basta a sé stessa.   
 
4. La partecipazione attiva dei fedeli auspicata dalla riforma liturgia del Vaticano II richiede oggi una più equilibrata connessione fra esteriorizzazione e interiorizzazione?
 
La partecipazione attiva, cosciente e consapevole voluta dal Concilio è un’acquisizione irrinunciabile, e questo è un principio vitale per la liturgia cristiana. Detto questo, credo al contempo che negli ultimi decenni si è talvolta mal interpretato il senso e il valore della partecipazione attiva voluta dal Concilio. Un’eccessiva esteriorizzazione ha posto in ombra la necessaria interiorizzazione di cui ho già parlato. Lo ripeto, oggi si avverte il bisogno di una liturgia più contemplativa! Come ho scritto nel mio libro, oggi si riscopre che la liturgia prima di essere la somma delle emozioni di un gruppo umano è anzitutto interiorizzazione, ovvero ascolto e accoglienza. Per questo la liturgia dovrà sempre più divenire per il cristiano spazio di contemplazione, tempo di interiorizzazione, ovvero esperienza di ascolto della Parola, di preghiera, di adorazione e di reale incontro con Dio. Al termine di una celebrazione eucaristica domenicale il fedele dovrebbe dire in cuor suo: «Ho vissuto una vera esperienza spirituale che mi ha nutrito come uomo e come credente». 
 
5. La riemersione di antichi formalismi, di un «senso del mistero» più oscuro (come quelli greci) che manifestato (cristiani), della deriva spettacolare ed emozionale come vanno comprese?
 
Il mistero cristiano non ha nulla di misterioso, perché Gesù Cristo lo ha raccontato con gesti e parole pienamente comprensibili alle persone del suo tempo, anche a quelle più semplici. Le due grandi tentazioni oggi per la liturgia sono la spettacolarizzazione e la deriva emozionale, entrambe un tradimento dell’autentico senso del mistero cristiano. A immagine di Gesù Cristo, la liturgia cristiana non deve avere nulla di mondanamente spettacolare, perché nel cristianesimo l’essenziale è invisibile agli occhi. Una liturgia spettacolare incanta gli occhi di tutti ma non converte il cuore di nessuno! Per la liturgia il Concilio ha parlato di “nobile semplicità”: questo è l’unico antidoto allo spettacolare e all’emozionale. Una liturgia nobile nella  semplicità di mezzi, di stile e di forma. Nella liturgia la forma è sostanza. Ma nei prossimi anni la grande tentazione alla quale si dovrà resistere con più forza è quella di una liturgia emozionale. Pur di rendere la liturgia coinvolgente e attrattiva a volte si cede alla dittatura delle emozioni che caratterizza la cultura dominante. Si tradisce il vero spirito della liturgia cristiana quando si realizza una liturgia che ricerca unicamente l’emotività dei partecipanti al fine di suscitare sentimenti e affetti fini a sé stessi. Occorre sempre ricordare che la liturgia cristiana è loghikè latreía(Rm 12,1), ossia è anzitutto culto secondo la parola, culto razionale, nella quale la ragione ha il primato. Il primato non l’hanno le mie emozioni ma la parola di Dio, non i miei sentimenti ma l’azione della grazia divina nei sacramenti. 
 
6. Perché la «sola Scriptura» è insufficiente?
 
Semplicemente perché, prima in Israele poi nella Chiesa, la “sola Scriptura” non è mai esistita. Non c’è mai stato, infatti, il libro delle Scritture senza l’ekklesía, senza l’assemblea liturgica, sia essa d’Israele o quella cristiana. Gli esegeti hanno mostrato che la liturgia è stata in modo decisivo, sebbene non esclusivo, il grembo dove i testi dell’Antico come del Nuovo Testamento sono stati generati. Lo “sta scritto” è l’esito di un processo che parte dall’azione di Dio nella storia. Il popolo di Dio riconosce che quella è un’azione salvifica di Dio e lo ratifica confessandolo nella celebrazione cultuale. Per attestarlo in un modo che permanga nello spazio e nel tempo, lo mette per iscritto e a quello scritto vi si sottomette. L’assemblea liturgica dice dunque l’impossibilità della “sola Scriptura”. Questo significa che l’ascolto delle Scritture avviene pienamente e autenticamente solo all’interno della Chiesa perché in essa sono nate. Non vi sono, infatti, le Scritture e accanto la Tradizione, ma le Scritture nella Tradizione. 
 
7. Se la lectio divina ci introduce alla comprensione spirituale della Scrittura la mistagogia ci fa comprendere il senso spirituale dei gesti della liturgia: è la sua tesi di fondo. Quali passi proporre alle comunità cristiane?
 
L’idea matrice del mio libro è proprio questa: la mistagogia è per la liturgia ciò che la lectio divina è per le Scritture. Io non ho inventato davvero nulla, ma nel mio piccolo mi sono limitato a interpretare la liturgia cercando di imitare i grandi Padri mistagoghi. Loro per primi hanno applicato alla liturgia il metodo con il quale si interpretavano le Scritture, soprattutto la tipologia ma non solo. Nel mio libro propongo quella che, forse con poca fantasia, chiamo “lectio della liturgia”. Questa idea mi è venuta nel costatare che se con il Concilio ai credenti è stata di nuovo posta nelle mani la Bibbia, tuttavia ciò che è stato decisivo è stato insegnare loro, in questi ultimi trent’anni soprattutto in Italia, un metodo per nutrirsi del senso spirituale delle Scritture. Questo metodo è la lectio divina insegnata da monaci e pastori, e che ora molti fedeli sanno praticare anche da soli. Purtroppo per la liturgia questo non è avvenuto! Si è fatta una grande riforma liturgica ma non è stato insegnato ai fedeli il modo per far proprio il senso spirituale della liturgia. La mistagogia è quel metodo che permette di nutrirsi della liturgia che si celebra. Siamo troppo preoccupati di come si celebra e non a sufficienza se spiritualmente si vive di ciò che si celebra. Questo vale per ogni cristiano ma soprattutto per i presbiteri i quali, per essere dei veri mistagoghi, sono chiamati per primi a nutrirsi spiritualmente della liturgia che ogni giorno celebrano: la liturgia delle ore al pari  dell’eucaristia. 
 
8. Perché la «fractio panis» è la fonte e il culmine dell’agire etico?
 
In particolare in questo tempo di crisi? Perché lo spezzare il pane è un gesto tanto profetico quanto sacramentale. Nelle sue lezioni di teologia sacramentaria, al mio maestro Louis-Marie Chauvet ho più volte sentito dire, quasi gridare, che l’economia teologale del culto sacramentale è inseparabile dall’economia sociale. La fractio panis è il gesto eucaristico originario che contiene una verità teologica che è al tempo stesso una verità sociale, direi politica nel senso più alto del termine. Il pane spezzato, infatti, realizza la comunione nella comunità cristiana e al contempo esprime un modello di polis, cioè di convivenza umana, di communitas. Di questa comunione la Chiesa è sacramento e profezia per il mondo. L’eucaristia è una realtà sociale quanto teologica, è crogiuolo di un’etica a servizio dell’uomo. Per questo, è nella prassi eucaristica che noi credenti siamo chiamati a riconoscere il più alto magistero sociale, così che in essa il cristiano può trovare una risposta convincente alla questione etica, ma anche politica e culturale che l’attuale crisi pone alla società occidentale.