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Come alleviare le sofferenze dello spirito

 
Accanto al malato 
 
«Integrare le cure spirituali nelle cure palliative: un approccio globale alla persona»: questo il titolo scelto da Christina M. Puchalski per il seminario che si è tenuto giovedì 24 agosto alla Pontificia Accademia per la Vita nell’ambito del progetto Pal-Life per la promozione della medicina palliativa. Fondatrice e direttrice del George Washington Institute for Spirituality and Health e docente alla School of Medicine della stessa università americana, la professoressa ha subito ricordato come le cure palliative migliorino la qualità della vita dei pazienti non solo attraverso il controllo dei sintomi fisici ma anche con la presa in carico della sofferenza psicosociale e spirituale.
 
Spesso ripiegati su un tecnicismo esasperato, i medici «rischiano di trascurare il dovere etico» — ha ribadito durante il seminario — di alleviare anche la sofferenza dello spirito. Eppure la mancanza di un approccio di diagnosi e cura spirituale «può rivelarsi grave quanto la mancanza degli oppioidi per trattare il dolore» e il distress esistenziale e spirituale sono la prima causa di richiesta eutanasica nei malati gravi o morenti. Sentirsi di peso per gli altri, perdere il senso della propria vita e della propria malattia, non riuscire a perdonare, non sentirsi compresi: la vita spirituale, contrariamente a quanto si può pensare, si fa intensa alla fine della vita e chiede di essere ascoltata e condivisa.
 
Schiacciata da uno stile di vita nel quale l’efficienza e la salute sono divenuti idoli ai quali sacrificare tutta la persona, la spiritualità è al contrario «un aspetto dinamico ed intrinseco dell’umanità attraverso il quale le persone ricercano il significato ultimo delle cose e la trascendenza e fanno esperienza di se stessi, della famiglia, degli altri, della comunità, della società, della natura e, in ultima analisi, del sacro». Christina Puchalski, citando K. Dowling-Sing, ci ha ricordato che nel morire «passiamo dal caos all’arrenderci alla trascendenza», quel surrender importantissimo che alla fine, nel momento di massima debolezza e apparente inutilità, «ci apre ad un essere più profondo» e ci rende pienamente umani nel senso più divino possibile.
 
Quante volte, come professionisti, abbiamo sperimentato quanto da pazienti si possa soffrire nelle doglie di questo parto verso l’alto che pare così difficile da fare nel corso della vita: il nostro ruolo deve essere anche quello di divenire come le levatrici, di aiutare lo sbocciare di una vita vera. La tentazione — ricordava la professoressa — potrebbe essere quella di pensare che un simile compito sia riservato ai cappellani o agli assistenti spirituali: se certamente questi ultimi hanno un ruolo specifico e per alcuni aspetti insostituibile, molti studi dimostrano che tutti gli operatori in cure palliative dovrebbero essere formati per far emergere le domande spirituali e per offrire strategie di cura personalizzate.
 
La capacità di ascolto, di accompagnamento e il considerare gli aspetti spirituali e religiosi della sofferenza come un “segno vitale” hanno un impatto decisivo sul benessere dei malati: migliora l’adattamento alla malattia, diminuiscono ansia e depressione, viene favorito il mantenimento delle relazioni sociali. La Puchalski ha suggerito un vero e proprio metodo di “diagnosi spirituale” che permetta di cogliere esattamente il centro del problema, di stendere una sorta di “anamnesi spirituale” del paziente e di mettere a punto le strategie d’aiuto; un metodo fondato sull’ascolto che, ha ribadito, andrebbe insegnato agli studenti medici ed infermieri già dai primi anni di formazione universitaria. In una società dominata dal rumore e nella quale paradossalmente, parlando moltissimo, si fa sempre più fatica a dare peso alle parole, Christina Puchalski invita chi si accosta al malato alla fine della vita ad andare in direzione opposta.
 
«Ascoltare — scriveva Henri Nouwen da lei citato — è molto di più che permettere all’altro di parlare mentre si aspetta l’occasione di rispondere. Ascoltare è prestare la massima attenzione agli altri e accoglierli nel nostro vero essere. La bellezza dell’ascolto sta nel fatto che coloro che sono ascoltati iniziano a sentirsi accettati, iniziano a prendere più seriamente le loro parole e a scoprire veramente se stessi.
 
L’ascolto — continua Nouwen — è una forma di ospitalità spirituale con la quale si invitano gli estranei a divenire amici, a conoscere più pienamente se stessi e, alla fine, si permette loro di restare in silenzio con noi». E con tutta probabilità permette anche a noi di riscoprire la nostra umanità.
 
di Ferdinando Cancelli