Home Spiritualità La difficile arte di attaccare bottone: A colloquio con Sabina Nicolini

La difficile arte di attaccare bottone: A colloquio con Sabina Nicolini

 
 
«L’ultima cosa al mondo che avrei pensato di fare era quella di consacrare la mia vita a Dio» scrive Loredana, raccontando con franchezza come l’iniziativa dello Spirito ha scompaginato i suoi piani e l’ha portata a “fare famiglia” in un modo imprevisto e imprevedibile. 
 
Loredana fa parte delle Apostole della vita interiore, «donne consacrate — si legge nel loro sito internet — che si dedicano a tempo pieno ad aiutare i fratelli nel cammino verso Dio», un nuovo carisma fiorito in Italia e negli Stati Uniti. «Il periodo di formazione dura almeno cinque anni — si legge nel sito — due anni di filosofia e almeno tre, se non cinque, di teologia. Terminati gli studi accademici, continuiamo a coltivare la nostra formazione intellettuale, attraverso la lettura di libri o la frequenza a corsi di approfondimento, a vari livelli». La cultura non è un optional per le apostole, è la radice stessa del loro carisma. «La vita è un dono troppo grande per essere sciupato in qualcosa meno della perfezione — scrive Elena citando Thomas Merton — ma la quotidianità con la sua opacità e la sua pesantezza a volte rischia di farcelo dimenticare.
 
Un verso di una poesia, o gli accordi di una vecchia canzone possono riaprire in un attimo orizzonti che sembravano destinati a restare chiusi, e toccare il cuore di chi da tempo non entra più in una chiesa, o è allergico a prediche e omelie. «Fin da piccola — continua Elena — ho sempre cercato quello che poteva rendermi profondamente felice. Crescendo ho capito sempre di più che non dovevo guardare a qualcosa ma a Qualcuno». Qualcuno capace di ridonare ogni giorno intera, nuova e fresca l’attrattiva della vita, ma all demanding, che chiede tutto, come scrive la romanziera americana Flannery O’Connor. «E così mi ritrovo un mondo nuovo di zecca. Sarà che oggi è lunedì, e le cose devono essere risorte ieri anche loro, perché hanno quell’odore dei vestiti appena comprati, e il colore fresco di una staccionata appena dipinta, quasi surreale. Il lunedì è un regalo. Promessa di una settimana tutta nuova» scrive Sabina Nicolini, ispirandosi al suo amato Chesterton nel blog La fontana del villaggio. Nel post intitolato L’universo, il lunedì e tre poesie, fa dialogare una bellissima poesia di Czes?aw Milosz, Speranza, con Forse un mattino andando di Eugenio Montale e Alba di Jorge Luis Borges; nel forum di discussione spunta persino una canzone di Giorgio Gaber, L’illogica allegria. «Ero troppo felice perché non lo potessero essere anche gli altri» scrive parlando della sua vocazione. È questo il vero motore nascosto di ogni annuncio cristiano, e, in particolare, del carisma delle Apostole della vita interiore, continua Sabina, che ha accettato di aiutarci a capire meglio di che si tratta. 
 
Non portate l’abito; non c’è nessun segno visibile del vostro essere suore e siete totalmente immerse nel mondo.
 
A dire il vero non siamo “suore”, nel senso di religiose. Siamo anzi in cammino per comprendere sempre meglio la nostra identità ecclesiale, alla luce del magistero e del cammino appassionante della Chiesa, nella quale lo Spirito Santo fa sorgere forme nuove di consacrazione. Parliamo di noi stesse come di persone consacrate, senza alcun riserbo sulla nostra identità, ma giuridicamente siamo un’associazione privata di fedeli, e non un istituto religioso. Le carte raccolte nel nostro archivio tradiscono un paio di bozzetti di un abito. A guardare quelle linee nette, quasi squadrate, e quel colore acceso tipo carta da zucchero noi tiriamo un sospiro di sollievo. Nel disegno compare anche uno stemma, all’altezza del cuore, che raffigura Gesù e la donna samaritana al pozzo. A testimoniare che le prime furono tentate dall’idea di un abito. Non so bene per quanto questa idea sia loro ronzata in testa, ma quel bozzetto non trovò mai nessuna attuazione pratica. Fino al 1996 le Apostole vestivano con la gonna, sì, però all’abito non si pensava più. Anzi, le persone che incontravano nel loro apostolato, fatto di missioni parrocchiali, testimonianze, ma soprattutto evangelizzazione spicciola per le strade e all’università, le incoraggiavano a rimanere “così”, “come loro”, più raggiungibili, senza la separazione di un segno così forte. Rinunciare al segno visibile, dunque, ma non per un disprezzo di questo segno, anzi. Ne abbiamo stima, eppure non lo sentiamo per noi. Avvertiamo che il Signore ci dona, e ci chiede, altri segni: la gioia, la vicinanza, la nostra umanità messa a disposizione degli altri, la nostra parola che confessa molto presto, nell’incontro, chi è Colui che ci fa vivere così. Questa rinuncia al segno distintivo è il nostro modo di manifestare che anche Dio si è fatto vicino, spogliando se stesso per divenire simile agli uomini (cfr. Filippesi 2, 6-7), rinunciando a quella protezione che un abito potrebbe dare. Non direi che intendiamo mimetizzarci o essere lievito nella pasta, come altre forme di vita consacrata descrivono se stesse. Ci accade al contrario di essere molto visibili lì dove andiamo, di non passare troppo inosservate per lo stile di iniziativa che ci contraddistingue, e che ci porta ad “attaccare bottone” facilmente, a coinvolgere le persone, ognuna di noi con il suo stile. Fare questo senza un abito, ma cercando di curare, con sobrietà e buon gusto, la nostra femminilità, significa, come ha definito un sacerdote nostro amico, vivere una “verginità esibita”. Che non è un paradosso, se sappiamo che la verginità per il Regno dei cieli è un dono dato dal Padre per fare del corpo un corpo di amore, un corpo che sa accogliere, farsi casa per una moltitudine di fratelli e di sorelle. La nostra vita dice appartenenza: a Cristo e a una specifica esperienza di consacrazione secondo un carisma. Appartenenza che non vuole però diventare uno status autoreferenziale: il proprio specifico nella Chiesa è sempre vissuto “per”, cioè al di fuori di se stessi.
 
Non avete un lavoro che vi sostenga e vivete di carità, dal cibo agli abiti. Come vivete questa dipendenza totale? 
 
Nella semplicità, è la prima risposta che mi viene in mente. Cioè accogliendo ogni cosa come un dono. Sperimentiamo spesso che è più facile donare che saper ricevere: ricevere con semplicità, come segno di mutua dipendenza, come rinuncia all’autosufficienza. Ricevere per poi condividere, e ridonare con creatività (spesso la provvidenza materiale è molto generosa e sorpassa le nostre necessità, quindi ci permette di donare a nostra volta a chi ne ha bisogno). Il fare questo a partire dalle cose materiali ci educa a vivere la gratitudine anche per i doni spirituali, per gli incontri con le persone, per le situazioni e gli imprevisti. Ci educa a riconoscere cioè la dipendenza radicale che come persone viviamo nei confronti del Padre. È un allenamento a vincere quella tendenza al controllo che è fortissima e rende la vita tanto pesante, e non fa più riconoscere negli avvenimenti (che vengono così “subiti”) la traccia di Dio. Il vivere insieme ci aiuta a imparare questo, attraverso l’esempio delle sorelle e il discernimento, cioè il chiederci l’un l’altra: cosa vuole dire questo evento? A cosa ci sta richiamando? Come ci sollecita questa novità? Le nostre scelte apostoliche nascono da questi imprevisti, dalle novità, più che da precise strategie. Cerchiamo di delineare insieme alcune priorità, alla luce della Parola di Dio, dei richiami che la Chiesa rivolge, ma poi cerchiamo di lasciare alla provvidenza il controllo delle attività, e di permettere al Signore, che è un potente navigatore, di ricalcolare i percorsi.
 
La musica nel vostro carisma; a giudicare dalle testimonianze raccolte sul vostro sito internet, una continua fonte di sorprese e scoperte.
 
Scoperte, davvero. Perché la nostra formazione è filosofica, teologica, e pensavamo che meditazioni, catechesi, testimonianze potessero essere dei mezzi efficaci per “lasciar vedere” Gesù (le spiegazioni servono a chi lo ha già visto e vuole capire di più ma a tutti noi, come quei greci che avvicinarono l’apostolo Filippo, Dio vuole prima riempire lo sguardo: “Vogliamo vedere Gesù”!). Insomma, catechesi e tanti bei discorsi. Poi, pian piano, sono arrivate sorelle che portavano con loro uno strumento. Pianoforte, chitarra, violino. E insieme alle parole arrivava anche la musica. Il cantare insieme. Poche hanno una competenza musicale specifica, ma quando cantiamo insieme la gente pensa che siamo tutte bravissime. È che “vedono” qualcosa. Lo sentono nell’anima: che Dio tocca il cuore, che fa vibrare delle corde intime, profonde. Abbiamo iniziato a intrecciare le nostre testimonianza, nelle scuole ad esempio, con dei brani musicali, con dei canti. Abbiamo visto che la musica fa scendere le nostre parole più in profondità. Raccoglie l’attenzione, smussa alcune barriere, penetra anche lì dove c’era del pregiudizio. Si insinua. È pericolosa, insomma. Cattura. Una professoressa in una scuola ci ha detto che parlando e cantando abbiamo fatto vedere ai ragazzi che Dio è bellezza. Abbiamo iniziato allora a proporre delle serate di annuncio, di testimonianza, in cui la musica la fa da protagonista. È come se aiutasse ogni altra parola a raggiungere il cuore. 
 
di Silvia Guidi