Home Spiritualità Andare avanti come vedendo l’Invisibile (don Giovanni Mazzillo)

Andare avanti come vedendo l’Invisibile (don Giovanni Mazzillo)

 
«Dappertutto intorno a noi la speranza è ancora a casa sua e ci sprona dalle fessure della storia».
 
Il titolo è tratto dalla lettera agli Ebrei. L’autore di questo testo, recepito tradizionalmente nell’epistolario paolino, è certamente diverso da Paolo, e tuttavia non prescinde dalle sue idee di fondo. Nel suo procedere a volte in maniera omiletica, a volte in maniera più riflessiva, la lettera invita il popolo di Dio a restare fedele, rimettendosi continuamente alla sequela di Cristo. Menziona verso la fine i grandi personaggi biblici, evidenziando, con i cimenti di volta in volta affrontati, anche la forza ricevuta per poterli superare. O meglio per poter procedere oltre. In tutto ciò l’autore coniuga insieme la fede con la speranza: «La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio» (Eb 11,1-2). Si tratta di una fede capace di scorgere l’Invisibile lì dove i nostri occhi non vedono che il visibile e talora solo i suoi cascami.
 
Essa caratterizza tutti i personaggi biblici, come tutti i testimoni della speranza, anche se l’espressione letteraria si riferisce direttamente a Mosè: «Per fede, egli lasciò l'Egitto, senza temere l'ira del re; infatti rimase saldo, come se vedesse l'invisibile» (Eb 11,27). Cercando di raccogliere tale grande lezione, cercherò di farvi continuo riferimento attraverso tre momenti di un unico percorso: 1) Quando gli ideali diventano reali; 2) Uscire dall’amnesia della nostra grandezza; 3) Speranza e solidarietà: un binomio inscindibile.
 
1) Quando gli ideali diventano reali
 
Per ciò che riguarda il presente contributo, il convegno [“La Bibbia sulle strade dell’uomo”, Catanzaro, 15/11/2012] contiene già nei suoi titoli tutti gli indispensabili “ingredienti”. Più che di elementi generici, si tratta di punti di forza, oltre che di motivazioni tanto ideali, quanto reali. O meglio: di ideali da accogliere e trasformare in dati reali, dunque da realizzare. Si tratta infatti di un cammino che, da una parte, è quello della “Bibbia sulle strade dell’uomo”, ma dall’altra, è la nostra risposta concretamente storica a quella proposta storica.
 
È pertanto anche il nostro cammino sulle strade della Bibbia. Dall’intero contesto scelto per quest’edizione annuale del convegno riaffiora l’urgenza di recuperare la speranza nell’attuale emergenza della storia. Riaffiora la speranza come virtus, nel senso di spinta valoriale e fermento energetico. Una virtù che non è solo cristiana, ma anche indispensabilmente umana, in quanto molla e motore di ogni avanzamento della storia umana. Di un avanzamento positivo verso il futuro.
 
Proprio il futuro, che soprattutto in questo nostro tempo appare fosco e poco rassicurante, richiede la speranza come molla e come compagna di viaggio, che ne anticipi e ne sostenga il cammino. Ma la richiede, come cercheremo di dimostrare, non disgiunta dalla solidarietà. La richiede anche come insieme di punti di riferimento terminali, anche se non perfettamente individuabili nella loro effettiva realizzazione finale, perché la speranza conserva sempre, com’è nella sua natura, l’inedito e il non prevedibile.
 
Tuttavia nella sua più intima struttura essa contiene anche una positività come realizzazione del bene e come felicità a disposizione non semplicemente di un singolo o di una classe, di una nazione e neanche di una “zona”, una “euro-zona”, a danno e a spese degli altri. Piuttosto come opportunità storica di una realizzazione per tutti, come tensione verso la salvezza del futuro degli umani insieme con il loro ambiente, quell’ambito vitale, ecologico e spirituale, culturale e creativo, comunitario e multietnico, soltanto all’interno del quale e nella armoniosa salvaguardia del quale, l’umanità ha un futuro.
 
Tutto ciò appunto è non solo speranza, ma è la speranza. Non in modo genericamente consolatorio o edificante. La speranza non è, come di solito si dice, «l’ultima a morire», non è l’ultima inquilina che lascia la casa in fiamme, e neppure il capitano che lascia per ultimo la nave che sta affondando. No. La speranza è sfida del presente e persino dell’impossibile. È realtà dinamica e vera eccedenza della storia.
 
Mi sono chiesto: eccedenza che si può rivalere anche contro la storia? Di per sé non contro la storia, ma di certo contro una certa realizzazione storica fallace, e contro quella sua interpretazione, che vede l’intera realtà storica collassare progressivamente e inarrestabilmente, in una sorta di implosione entropica differita solo nel tempo.
 
La speranza non è nemmeno semplice balsamo o vitamina per la storia, ma continua rigenerazione di essa, ricerca di nuove strade, quando le altre strade sono risultate sbagliate. Come un navigatore satellitare, aiuta a ritrovare la direzione quando tutte le precedenti non sono state seguite. Essa ricerca sempre e spinge continuamente verso i valori positivi del futuro, identificabili nella giustizia, nella pace, nella convivenza dei popoli. Verrebbe anche a me da sorridere come forse a voi che mi ascoltate, pensando: «Ideali già sentiti e smentiti; un programma troppo ardito per essere praticabile!».
 
Ma proprio qui è il punto. La speranza di cui parliamo è vedere ancora l’Invisibile nella opacità del visibile, è appunto andare avanti, non soltanto sperando ancora, ma sperando sempre, cioè facendosi rigenerare dall’inedito e persino dall’impossibile: «Sperando contro ogni speranza» (Rm 4,18). È appunto ciò che riceviamo come messaggio determinante e travolgente della Bibbia. Per noi credenti nella rivelazione giudaico-cristiana è espressione e concrezione sempre viva della Parola di Dio. È realtà già data proletticamente ed escatologicamente nella vittoria sulla morte avvenuta in Cristo.
 
Proprio tale Parola scende sulle nostre strade non solo perché ritroviamo la strada, ma per ribadire che c’è pur sempre una via che porta ad una comune meta, pur attraverso le nostre strade umane. Queste forse, oggi più che mai, appaiono solo «sentieri interrotti», come le famose «Holzwege» di Heidegger, le vie che più che inconsistenti, sono le vie che conducono agli ultimi cumuli di legna, dopo i quali non c’è altro. Meglio: non ci sono più strade.
 
Non ci sono davvero? Non ci sono strade già tracciate, ma di certo c’è la possibilità di ricominciare a tracciarne altre, di cominciare a percorrere un cammino e per la felicità di tutti, nessuno escluso. Se la speranza mi fa dire questo, vuol dire che essa ancora funziona e funzionerà sempre, nella misura in cui noi ci lasciamo coinvolgere da essa1.
 
Avevo pensato inizialmente a questo primo passaggio del mio intervento con un punto interrogativo. Con una domanda: «Quando gli ideali diventano reali?». Ma già alla prima tornata di questo itinerario, non solo culturale, ma spirituale, in cui mi sono sentito riafferrato dalla speranza, ho potuto rispondere alla domanda: gli ideali diventano reali quando la speranza ritorna tra noi e tra di noi è di nuovo a casa sua.
 
Potrei parafrasare due versi di un poeta a me molto caro, Rainer Maria Rilke, che in realtà parlava della morte: «Dappertutto intorno a noi la morte è ancora a casa sua e ci guarda dalle fessure delle cose»2. Versi malinconici e grondanti di una sorta di esistenzialismo rassegnato addolcito dalla poesia. Mi permetto tuttavia di rileggerli così: «Dappertutto intorno a noi la speranza è ancora a casa sua e ci sprona dalle fessure della storia».
 
 
2) Uscire dall’amnesia della nostra grandezza
 
Se è fondamentale per qualsiasi fede cercare altrove e cercare oltre, lo è in particolar modo per chi si lascia guidare dalla stella della speranza. Anche questo è scorgere l’Invisibile oltre la grevità e la gravità del visibile. Altre volte ho potuto parlare di ciò come della stella della speranza, che, similmente alla cometa dei Magi, viene intuita e avvistata, ma non sempre resta visibile3. Scompare talvolta dove uno meno se lo aspetta.
 
Per i Magi, ad esempio, si nasconde mentre essi raggiungono Gerusalemme. Nel luogo della stessa presenza di Dio, la cosiddetta Shekinah, la sua luce si offusca. La strada diventa uno dei sentieri interrotti che non conducono più da nessuna parte. Ma non è così. Piuttosto: il luogo dove la stella della speranza si offusca è quello dove emergono e si ergono l’arroganza e la violenza gratuita dei potenti.
 
Quando la ricerca intercetta un qualsiasi Erode, la luce scompare, per ricomparire più tardi, ma lontano dalla sua corte. Quella corte dove la megalomania diviene distruzione programmata degli innocenti. E questo accade, stranamente, in un coacervo di febbrili consultazioni delle Sacre Scritture, di menzogne e di decreti di sterminio.
 
C’è una via d’uscita? C’è quella successiva, presente nella storia dei Magi: cercare altrove, dopo aver cercato oltre: oltre il loro quotidiano e la propria “cultura”. Adesso cercare altrove significa andare per un’altra strada. Quale? Quella riprogrammata dalla speranza, quando tutte le altre strade si sono mostrate non solo sbagliate, ma intrise di sangue.
 
Per noi oggi qui, come per i nostri contemporanei in genere, cercare altrove significa prendere coscienza che la vera ricchezza esistenziale di ciascuno consiste nel favorire quella di tutti. Il meglio non solo di noi stessi, ma del mondo, ci è nascosto. La stella si offusca per gli intrighi, le menzogne, la cattiveria o semplicemente l’indifferenza e l’inedia di noi esseri umani.
 
Per gli interessi economici, anzi finanziari, per la commercializzazione della vita e l’attuale insopportabile “finanziarizzazione” dell’economia. Insomma per qualcosa di simile a ciò che succede proprio nelle nostre serate e nelle nostre notti d’avvento e di Natale. Nello scintillio delle mille luci e dei fari che illuminano le strade e le piazze, la luce delle stelle scompare e, se anche apparisse una qualche cometa, proprio a causa di tante innumerevoli luci, da quaggiù non riusciremmo mai a vederla.
 
Il mondo umano oggi sembra voler restare prigioniero della sua povertà spirituale a malapena camuffata o nascosta da tutto lo pseudo splendore delle offerte e dei prodotti del mercato. Ostaggio del presente e del suo luccichio, l’uomo dimentica il viaggio e dimentica di dover cercare altrove la sua felicità. L’amnesia dell’Eterno è contemporaneamente causa ed effetto dello smarrimento del futuro. Ma ciò avviene, almeno inizialmente, più che per preventiva rinuncia ad esso, per una sorta d’impantanamento nel presente. Perché cercare altrove, quando ciò che appare quaggiù è così irresistibilmente attraente?
 
Irresistibilmente. Il problema è qui. Il fascino del presente diventa ipnosi che offusca la stessa grandezza umana. Nell’accontentarci di ciò che abbiamo, rischiamo di dimenticare ciò che siamo. Il mercato ipnotizza noi occidentali e ormai, a come sembra, anche gli orientali. Ipnotizza tutti, mentre la finanza, quella ad alti livelli, di transazioni che tutto determinano e nulla pagano, blocca la strada non solo dei singoli, ma persino dei popoli.
 
L’oblio è totale e tocca un punto assolutamente fondamentale, senza del quale non c’è speranza, perché non c’è futuro. È l’oblio della nostra stessa grandezza, che consiste nella nostra capacità di innovarci, di superarci, di andare oltre; sì, oltre e non solo altrove. È l’amnesia antropologica, che è anche oblio teologico e viceversa. È dimenticanza del fatto che la persona umana vale più di quello che ha, di ciò che consuma e di ciò che produce.
 
Occorre recuperare la capacità di leggere oltre la propria precarietà, nel recuperare la consapevolezza che ogni essere umano tende verso l’Infinito e verso l’Inedito, perché egli stesso è inedito e infinito. Almeno ne porta le tracce, ma queste sono così profonde, che riappariranno come sentieri ancora e sempre praticabili, anche al di là di ogni sentiero interrotto.
 
 
3) Speranza e solidarietà: un binomio inscindibile
 
Ma andare avanti come vedendo l’Invisibile è possibile solo se anche noi abitiamo l’Invisibile, visto che l’Invisibile abita comunque dentro di noi. In che modo? Mi sembrano importanti due aspetti di questa coabitazione, inizialmente difficile e tuttavia così affascinante e rigenerante da non poterne fare a meno: 1) Una terra abitata dal cielo; 2) L’inedito e collettivo valico della speranza.
 
 
3.1) Una terra abitata dal cielo
 
Proviamo a rispondere a una prima domanda. Potremo guarire da quella condizione che così spesso imprigiona l’uomo al suo bisogno immediato e alla pura ricerca dell’immediato? Certamente lo potremo, ma a condizione che ricominciamo a cercare e restiamo in ricerca. Lo potremo, se cerchiamo ancora gli spazi dell’utopia come realtà umanamente complessiva e arricchente, come eutopia, cioè come grembo che si riempie di vita, colmandosi di futuro.
 
Dove cercare questa nuova terra che fa coppia con i nuovi cieli di cui parla ancora la Bibbia, quando afferma: «Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia» (2 Pt 2,13)4? La Bibbia, scesa sulle strade dell’uomo, indica che il luogo buono, l’eutopia, è da cercare sì nel cielo, ma non dimenticando la terra, anzi restituendo alla terra il suo valore di cielo.
 
Insomma per coniugare insieme l’Eterno ritrovato nell’attimo presente con il valore antropologico infinito che era andato perduto nel pantano del finito. Sicché l’altrove da ricercare diventa anche l’oltre verso cui spingere lo sguardo5. In una parola il futuro non è sulle nuvole, ma nella profondità del mondo stesso, così come riposa nella profondità del cuore di ogni uomo. Come a dire: in fondo alla tua anima troverai l’anima del mondo, perché ritroverai con il tuo il suo futuro6. Il passaggio indispensabile è appunto riscoprire di avere un’anima. Riscoprire la propria anima. Riscoprire di essere abitati dal cielo.
 
In definitiva: scendere oltre nel significato profondo delle cose significa trovare il varco oltre le cose stesse, vuol dire ritrovare la speranza e con essa il valico verso la vera felicità. Si tratta di attraversare una soglia, che se è chiamata la soglia della fede, a noi appare anche – contemporaneamente e indispensabilmente - il valico della speranza7.
 
 
3.2) L’inedito e collettivo valico della speranza
 
Ciò che qui viene chiamato “valico della speranza” si presenta con due caratteristiche indispensabili e inseparabili. Intanto è l’unica via per conseguire ciò che è stato chiamato un Noi riuscito, gelingendes Miteinander. È l’espressione con cui Papa Benedetto XVI, sembra chiudere il percorso di un pensiero sull’emigrazione di un io, che inizia con l’incontro con l’altro e con l’essere con gli altri, appunto Miteinander-Sein, per approdare alla fine all’essere per l’altro, al Füreinander-Sein8.
 
Il percorso dell’io che si realizza non può essere che un Noi. Un Noi, beninteso che non cerchi semplicemente il mutuo scambio di favori e di utili. Anche le grandi società, le multinazionali e le grandi società bancarie e finanziare lo fanno, anzi fanno solo questo: arricchiscono se stesse e i loro soci. Qui invece parliamo di imparare ad essere uno per altro, per offrire opportunità e fornire speranza a tutti.
 
Qui davvero la mutualità deve includere la giustizia o se si preferisce, nel nostro più abituale linguaggio, la carità deve andare insieme con la verità e viceversa. Nella lettera circolare di Papa Benedetto XVI, l’enciclica Caritas in veritate, troviamo menzione dell’attuale crisi economica, diventata nel frattempo ancora più grave, ma in questo contesto troviamo anche l’opportunità di uscirne e di uscirne insieme:
 
«La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente»9.
 
L’invito viene a convergere con quanto già emerso come opportunità per un Noi solidale e responsabile che investa in speranza per il presente e soprattutto per il futuro. Si tratta proprio di un Noi, che solo diventando Miteinander, sfocia nella solidarietà delFüreinander, una solidarietà che oggi a me sembra sorella irrinunciabile della speranza. Per il semplice motivo che il futuro sta in piedi oppure crolla completamente proprio con la solidarietà. Pertanto anche la speranza sta in piedi oppure crolla con la solidarietà.
 
È un discorso che non riguarda solo noi cristiani o la cristianità, oppure quelli che sono stati chiamati i cristianisti, i cosiddetti “atei devoti”, per intenderci. Riguarda l’umanità in quanto tale e ciò è emerso anche nell’interessante dialogo tra Benedetto XVI e J. Habermas, chiamato da alcuni marxista eterodosso. L’assunzione di una responsabilità etica in vista del presente e del futuro dell’uomo, e pertanto del mondo, sembra apparire vincolante anche per il filosofo della famosa Scuola di Francoforte. Anche e soprattutto oggi, persino in uno stato non religioso e post-metafisico10.
 
Habermas infatti auspica che lo «Stato liberale sappia provvedere al proprio bisogno di legittimazione in modo autosufficiente, ovvero a partire dalle risorse cognitive indipendenti da tradizioni religiose o metafisiche»11. Sembra di capire che questa sia la via d’uscita da una situazione che rischia di involversi ogni giorno di più. Alla domanda se ci sia una risorsa non religiosa e dunque capace di essere condivisa da tutti, Habermas risponde che è la risorsa comunicativa.
 
Proprio questa è per uno dei più facondi teorici della comunicazione il presupposto e la premessa indispensabile sia per la partecipazione democratica ai processi sociali sia per la prassi della solidarietà. Su questa via si recuperano dal versante filosofico-comunicativo valori fondamentali quali l’uguaglianza, la reciprocità e la stessa solidarietà.
 
Su questa unica via si può intravedere secondo Habermas una possibilità di vita riuscita12. Ma qui ritroviamo punti di convergenza, che si danno come un appuntamento o una serie di appuntamenti. L’appuntamento per una rinnovata fiducia nell’uomo e nelle sue possibilità. Anzi in noi uomini e nelle nostre possibilità13.
 
 
Giovanni Mazzillo
 
(articolo tratto da www.puntopace.net)
 
 
1 Cf. D. Dibitonto, Dio nel mondo e il mondo in Dio. Jürgen Moltmann tra teologia e filosofia, Trauben, Torino 2007. Il testo riporta una bibliografia aggiornata sulla “teologia della speranza”.
2 Über Gott. Zwei Briefe.
3 Cf. G. Mazzillo, «Escatologia e prassi di vita» in http://www.puntopace.net/Mazzillo/EscatologiaPrassiCZ-15-10-11.pdf. Il brano evangelico di riferimento è Mt 2,9-12: «9Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 11Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese».
4 Cf. anche Is 65,17 e Is 66,22. È vero, il testo di Pietro parla della fine del mondo che precede l’instaurazione della definitiva era di giustizia, ma ciò non è necessariamente da intendere nel senso di una distruzione di tutto. Il contesto generale, come quello dell’apocalittica in particolare, sembra voglia dire piuttosto che ci sarà la fine della prevaricazione e della ingiustizia. Non la fine del mondo, dunque, ma la fine di questo mondo in cui cova l’iniquità e pertanto la violenza che si ritorce sul mondo stesso.
5 Sulla ricerca come dimensione costante che accompagna la fede cf. G. Mazzillo, «Quale senso ha La vita? La ricerca e il dono della fede», in http://www.puntopace.net/Mazzillo/Castallaneta-Convegno.pdf, testo disponibile anche in tedesco, corrispondente al titolo «Welchen Sinn hat Das Leben? Die Suche nach Glaube und das Geschenk des Glaubens», leggibile al link: http://www.puntopace.net/Mazzillo/Deut-E-Castellaneta.pdf.
6 Il teologo e filosofo Agostino lo aveva affermato a proposito dell’interiorità dell’uomo, ma il suo spingersi fin là dove l’anima umana regge il peso e il richiamo dell’Infinito coincide con lo spingersi verso il richiamo del cielo e il conseguente valore che riceve tutta la nostra vita sulla terra: «Noli foras ire, in teipsum redi, in interiore homine habitat veritas. Et si tuam naturam mutabilem inveneris, trascende et teipsum. Illuc ergo tende, unde ipsum lumen rationis accenditur» (De vera religione, 39, 72), cioè, letteralmente: «Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell'uomo interiore abita la verità. E se scoprirai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso. Tendi là dove si accende la stessa luce della ragione».
7 Scrive Papa Benedetto: «È possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita» (Benedetto XVI , Porta fidei. Lettera apostolica in forma di motu proprio con la quale si indice l'anno della fede, 1. Fonte del brano: www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20111011_porta-fidei_it.html).
8 Cf. G. Mazzillo, «La vita ecclesiale come “noi riuscito” e implicanze sociali del magistero di Benedetto XVI». Relazione al Convegno di Vivarium, rivista dell’Istituto Teologico Calabro (Catanzaro), in via di pubblicazione. Leggibile anche da: http://www.puntopace.net/Mazzillo/RelazioneVivarium2012.pdf.
9 Benedetto XVI, Caritas in veritate, 21. Reperibile al link: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate_it.html.
10 Cf. in G. Bosetti (a cura di), Jürgen Habermas Joseph Ratzinger. Ragione e fede in dialogo, Marsilio 2008.
11 Ivi, 46-47.
12 Cf. G. Mazzillo, Teologia come prassi di pace, La Meridiana, Molfetta (BA) 1988, soprattutto il paragrafo 2.2., su «Interprassi teologale e comunicazione solidale», pp. 67-78, con i rispettivi riferimenti al filosofo della comunicazione. Cf. J. Habermas, Teoria dell’agire comunicativo, vol. I, Razionalità dell’azione e razionalizzazione sociale, Il Mulino, Bologna 1986, 155-185.
13 Sembra anche a noi l’alternativa a ciò che intravede non senza inquietudine Böckenförde: «la trasformazione di cittadini di società liberali benestanti e pacifiche in monadi isolate, che agiscono solo sulla base del proprio interesse e usano i propri diritti individuali come armi contro il prossimo» (G. Bosetti [a cura di], Jürgen Habermas…, cit., 51).