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La corporeità di Cristo

 

La corporeità di Cristo (cardinale Gianfranco Ravasi)
      

corporeita-di-cristoMani, labbra, bocca, piedi: il corpo "carnale" di Cristo viene descritto nei vangeli, dall'incarnazione fin dopo la risurrezione, con vivezza e partecipazione. Nella Bibbia la corporeità ha un peso straordinario. L'intervento del cardinale Ravasi andrebbe letto nella sua interezza.

Se è vero che è assente nei vangeli un profilo descrittivo di Cristo, lasciando delusi i "ritrattisti" (si deformerà persino il passo di Lc 19,3 con la "piccolezza" di statura di Zaccheo, applicandola a Gesù, pur di ottenere qualche indizio), è però indiscutibile che in quelle stesse pagine trionfa la corporeità di Cristo. Noi vorremmo ora solo esemplificare questo dato, raccogliendo qualche spunto da una copiosa messe testuale.
Faremo, perciò, balenare alcune membra del corpo di Cristo, accompagnandoci idealmente al suggestivo settenario di cantate unitarie, elaborato nel 1680 da Dietrich Buxtehude che evocò (ma in chiave allegorica, ribadendo così la "spiritualizzazione" di quella corporeità, sulla scia della tradizione protestante) sette Membra Jesu nostri(BWVn. 75): piedi, ginocchi, mani, lato, petto, cuore, faccia. Anche noi cercheremo ora di illustrare il corpo storico di Gesù così come affiora soprattutto nella descrizione evangelica del suo ministero pubblico. La nostra, però, sarà solo un'evocazione esemplificativa.

Gesù "tocca"

Iniziamo con un organo fondamentale nella sua azione miracolosa: il suo chinarsi sulle carni malate, il suo "toccare" i corpi devastati o inerti vede ovviamente il coinvolgimento delle mani. Emblematico è il caso dei lebbrosi: «Gli venne incontro un lebbroso. Lo supplicava in ginocchio dicendogli: "Se vuoi, puoi guarirmi!". Gesù, mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: "Io lo voglio, guarisci!". E subito la lebbra scomparve ed egli guarì» (Mc 1,40-41).

Questa affezione in Israele era considerata, per la famosa "tesi della retribuzione" (delitto-castigo, quindi malattia-peccato), una vergogna innominabile. Il lebbroso non era, perciò, soltanto un malato, ma soprattutto uno scomunicato. Egli era ritenuto come se fosse stato punito da Dio per una colpa gravissima, era costretto a vivere alla periferia dei centri abitati, solitamente in caverne-ghetto o, come Giobbe, colpito da «una piaga maligna », in immondezzai e doveva segnalare la sua presenza appena all'orizzonte si profilasse un cittadino sano e normale. Si legge, infatti, nel libro del Levitico: «Il lebbroso colpito dalla lebbra indosserà vesti stracciate, avrà il capo scoperto e la barba velata. Andrà, gridando: Immondo! Immondo! [...]E se ne starà fuori dell'accampamento » (13,45-46). Era, di conseguenza, un uomo socialmente morto, schivato con orrore da tutti i fedeli, timorosi di essere infettati non sono fisiologicamente, ma anche e soprattutto moralmente e sacralmente.

Gesù, invece, si mette sulla sua strada, lo accosta e giunge fino al punto di toccarlo. Non soltanto non lo condanna, ma, come nota Marco, si commuove profondamente (splanchnisthéis), lo guarisce e lo invia dai sacerdoti, quasi con una punta di ironia, invitandolo a farsi rilasciare l'attestazione ufficiale di guarigione e di riammissione nella società civile. Abolendo tutti i tabù della casistica etico-giudiziaria di allora, questo atto miracoloso presenta le caratteristiche di un comportamento originale e fin provocatorio di Cristo che privilegia la cura del sofferente sul rispetto del ritualismo sacrale.

Altre volte, invece, è la pura e semplice quotidianità ad essere affidata alle mani di Gesù. Pensiamo al caso della suocera febbricitante di Pietro. Le due mani, quella del Salvatore e della malata, s'intrecciano tra loro: «La fece alzare, prendendola per mano e la febbre la lasciò» (Mc 1,31; in Mt 8,15 si legge: «Le toccò la mano», quasi tastandole il polso come si fa per misurare le pulsazioni accelerate dalla febbre).

Altre volte il gesto è ancor più concreto e diretto, come quando Cristo «pone le dita negli orecchi e con la saliva tocca la lingua del sordomuto» (Marco 7,33), rimandando a una prassi terapeutica arcaica, quella che riconosceva un potere efficace in alcune sindromi alla saliva, atto che viene ripetuto nel caso del cieco nato quando Gesù «sputa per terra, fa del fango con la saliva e lo spalma sugli occhi del cieco» (Gv 9,6). Altre volte semplicemente «tocca gli occhi ai ciechi» (Mt 9,29; 20,34), liberandoli da un'affezione, quella delle sindromi oftalmiche, quasi endemica nell'antico Vicino Oriente, causata da diversi motivi igienici e ambientali. Il "toccare" sanante di Gesù con le sue mani è, quindi, decisivo tant'è vero che questo verbo risuona 39 volte nel Nuovo Testamento. .

Molto realistico e corporale

Abbiamo lasciato largo spazio alle mani di Gesù, ma è evidente che accanto ad esse sono in connessione costante le sue labbra, ossia la sua bocca che parla e Cristo è per eccellenza un maestro che «insegna come uno che ha autorità e non come gli scribi » (Mt 7,29). È interessante segnalare l'uso di una formula di chiaro impianto semitico che è presente nel lemma introduttorio ai discorsi di Gesù: anóixas to stóma autou, «aperta la sua bocca, insegnava loro» (Mt 5,2). Si tratta del cosiddetto "participio grafico" che vuole descrivere in maniera quasi visiva e solenne l'attività di didaché, di "insegnamento" di Cristo. Una parola la sua che affascina con l'iridescenza simbolica delle parabole, ma che è operativa ed efficace nelle guarigioni, ma anche colpisce in modo folgorante i cuori e blocca persino gli assalti ostili: «I capi dei sacerdoti e i farisei mandarono delle guardie per arrestarlo. [...] Le guardie tornarono dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: "Perché non lo avete condotto qui?". Risposero le guardie: "Mai un uomo ha parlato come parla quest'uomo!" » (Gv 7,32.45-46).

Non si possono, però, ignorare i piedi di Gesù, perché egli è spesso rappresentato in viaggio, privo persino di una pietra ove reclinare il capo, come confesserà riconnettendosi all'antica tradizione nomadica dei padri d'Israele (Mt 8,20). È significativo che il centro del vangelo di Luca sia, come noto, occupato – dal capitolo 9 al 19 – da una lunga marcia che conduce Cristo a Gerusalemme, la meta del suo itinerario terreno esistenziale e spirituale. Ma non di rado nei vangeli l'obiettivo punta esplicitamente e direttamente sui piedi di Gesù, davanti ai quali vengono «deposti zoppi, storpi, ciechi, sordi e malati» (Mt 15,30).

Un padre disperato come Giairo si getta ai suoi piedi implorando l'impossibile per la sua figlioletta morta (Mc 5,22). La peccatrice pubblica, entrata nella casa del fariseo che ospita Gesù, si stringe ai piedi del Maestro, «bagnandoli di lacrime, asciugandoli con i suoi capelli, baciandoli e cospargendoli di profumo» (Lc 7,38), così come farà anche Maria, sorella di Lazzaro (Gv 12,3), colei che durante le visite di Cristo nella loro casa «stava seduta ai piedi del Signore, ascoltando la sua parola» (Lc 10,39). E nell'alba di Pasqua saranno ancora alcune donne, le prime testimoni della risurrezione, ad avvicinarsi al Risorto, «abbracciandogli i piedi e adorandolo» (Mt 28,9).

Un Gesù, quindi, molto realistico e corporale fino al punto di farsi spesso sorprendere a tavola persino in cattiva compagnia (Lc 15,2), tanto da attirarsi l'epiteto sarcastico di «mangione e beone» (Mt 11,19), rivelando così un profilo ben diverso dall'ascetico Battista. Una caratteristica, questa, dell'amore per i banchetti, che non scompare neppure nella sua nuova condizione di risorto. Ne è testimonianza il racconto lucano dell'apparizione nel Cenacolo (24,36-42) ove il corpo – che è segno dell'identità propria di una persona – è attestato in modo "pesante" e fin materiale: «Toccatemi: un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

E, a riprova, Cristo risorto chiede una porzione di pesce arrostito: «Lo prese e lo mangiò davanti a loro». Anzi, nell'addizione al vangelo giovanneo presente nel capitolo 21, non solo egli chiede ai discepoli: «Figlioli, non avete nulla da mangiare? », ma anche prepara per loro «un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane». Poi «prese il pane e lo diede loro, così pure il pesce».

Ma l'apice dell'incarnazione si compie quando Gesù, attraversando tutta la gamma oscura della sofferenza fisica e spirituale nella sua passione, approda a quella realtà che è tipicamente umana, perché espressione della nostra finitudine e fragilità e carta di identità della nostra creaturalità, cioè la morte. Anzi, egli, il Figlio di Dio, diventa un cadavere sul quale si accanisce la crudeltà umana: il soldato romano «gli colpì il fianco e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,34). Egli è ormai un corpo morto manipolabile. Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo «presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in teli» (Gv 19,38-40).

Si chiude, in tal modo, la vicenda realistica della corporeità di Cristo, così realistica da aver creato fin dalle origini negli stessi cristiani un imbarazzo che sfocerà nell'eresia gnostica. Essa cancellava questa realtà ai suoi occhi tanto scandalosa, provocando la reiterata reazione degli scritti giovannei. Infatti, sia nel suo vangelo, sia nella sua Prima lettera, l'apostolo ribadirà che non solo «le nostre mani toccarono il Verbo della vita» (1,1), ma anche che «Cristo è venuto nella carne [...], è venuto con acqua e sangue» (4,2; 5,6).

Card. Gianfranco Ravasi