Home Spiritualità Lo stile di Papa Francesco deve stimolare i preti a convertirsi

Lo stile di Papa Francesco deve stimolare i preti a convertirsi

 

Anche noi preti dobbiamo convertirci

icona-miniatura-lavanda-dei-piedi b6e9105b41d7d723b326cd041a726776.image.330x330La fede del sacerdote non è esente da fatiche e da dubbi che la vita fa emergere. Non manca neppure l’esperienza della propria fragilità. Ma questo non deve impedire la gioia della conversione e del ministero, perché Dio raccoglie anche i cocci

Di tutte le riflessioni che vengono proposte sullo stile nuovo nel ministero e sui cacerdoti, cosa resta? Si potrebbe continuare all’infinito, ma alla fine qual è il cuore di tutto quello che cerchiamo di vivere “facendo” i preti? Possiamo trovare una parola che racchiuda ogni azione? Il rischio di una riflessione come questa è quello di voler raggiungere – o anche solo indicare, ma sarebbe pure questa una ridicola presunzione – una sorta di “perfezione” del ministero. In realtà, più ci si dedica all’opera della nostra vocazione, più si affina la cura per la fede dei fratelli e l’edificazione della comunità, più si diventa consapevoli che è poca cosa quello che possiamo fare e quello che siamo.

Lo proviamo a dire con le parole sapienti dei rabbini chassidici: «Questa è la natura della conversione: che un uomo sa che non ha nulla da sperare e si sente come un coccio, perché ha danneggiato l’ordine della vita; e come potrebbe tornare intero ciò che è stato danneggiato? Nondimeno, pur senza speranza, vuole d’ora in poi servire Dio e lo fa. Questa è la conversione e nulla vi si oppone». Non è inutile agire, fare, prodigarsi nel ministero. Proprio l’operare rende umili e spegne ogni falsa presunzione. Semplicemente ci si accorge che l’opera della nostra vita, che prende forma con il passare dei giorni, non è un’opera perfetta, ma piuttosto un lasciarsi plasmare e convertire dalla grazia del Signore che incessantemente agisce nella nostra vita. Il Signore raccoglie tutto insieme: prende tra le sue mani le nostre azioni e i nostri fallimenti, i nostri buoni propositi, i progetti, i sogni e i desideri… e anche i nostri peccati. Prende tutto tra le sue mani come dei cocci che in se stessi non fanno nulla di buono e ne compie il miracolo di un’opera che possa testimoniare il suo amore.

Nulla si oppone a questa possibilità, nemmeno il nostro peccato. Ce lo insegna anche la Scrittura con le parole di Geremia: «Scesi nella bottega del vasaio, ed ecco, egli stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli riprovava di nuovo e ne faceva un altro, come ai suoi occhi pareva giusto» (Ger 18,3-4). Il soggetto dell’opera del vasaio è sempre il Signore, e la forza della creta è lasciarsi modellare. Inoltre, il Signore non scarta nulla e non butta via il materiale con cui sta lavorando anche dopo tentativi falliti; semplicemente lo lavora di nuovo e lo rende come piace a lui.

L’opera della conversione

Per questo l’ultimo verbo, l’ultima azione, quella che rimane alla fine da compiere è l’opera della conversione. «La grande colpa dell’uomo non sono i peccati che commette: la tentazione è potente e la forza dell’uomo è poca! La grande colpa dell’uomo è che in ogni momento potrebbe convertirsi e non lo fa». La conversione è l’anima di ogni azione del ministero, perché proprio nell’agire ci è dato non tanto di fare grandi cose, ma di poter finalmente cambiare il cuore, convertirci. Quella della conversione è un’azione mai finita e, insieme, sempre da cominciare. Questa volta ci facciamo aiutare dai padri del deserto.
Antonio il Grande, patriarca di tutti i monaci, lo diceva in modo lapidario: «Ogni mattina mi dico: “Oggi comincio”». E abba Poemen, il più famoso dei padri del deserto dopo Antonio, a chi in punto di morte lo lodava per aver vissuto una vita beata e virtuosa che lo metteva in condizione di presentarsi a Dio con estrema tranquillità, rispose: «Devo ancora cominciare, stavo appena iniziando a convertirmi». Anche questi apoftegmi ci riportano al carattere incompiuto e sempre “cominciante” della conversione, e insieme ci ricordano che è possibile – e forse è la grazia più grande da chiedere – che, nell’ultimo respiro della nostra vita, Dio ci offra un’ulteriore possibilità di convertirci. D’altronde, è proprio il vangelo a consegnarci l’immagine del buon ladrone, che nell’ultimo istante della vita trova la strada del paradiso. Per questo la conversione è l’ultima parola nella vita di un prete.

La dimensione ecclesiale

C’è un’ulteriore dimensione della conversione che possiamo raccogliere ancora dalla sapienza antica dei chassidim, ed è quella che potremmo chiamare la sua dimensione “ecclesiale”. Siamo abituati a pensare alla vita spirituale come ad un percorso essenzialmente individuale, ma il ministero ci costringe ad uscire da questo individualismo spirituale: se un prete si converte nel ministero, allora questa dimensione ha a che vedere con il cammino di tutta la chiesa. Ma cosa significa e cosa porta con sé la dimensione ecclesiale della conversione? «In gioventù, quando mi accese l’amor di Dio, credevo che avrei convertito a Dio tutto il mondo. Ma presto compresi che sarebbe stato abbastanza se avessi convertito la gente della mia città; e mi affaticai a lungo ma non ne venni a capo. Mi accorsi allora che mi ero ancora proposto troppo e mi rivolsi alla gente della mia casa. Ma non sono stato capace di convertirli. Finalmente compresi: devo mettere ordine in me stesso, che io osservi Dio in verità. Ma neanche questa conversione m’è riuscita». Parafrasando le parole chassidiche potremmo dire: all’inizio del ministero si è animati dall’entusiasmo di portare il vangelo a tutto il mondo. Ci pensa la vita a dare ordine alle nostre pretese. Spesso ci si ritrova a dover fare i conti con le fatiche e le lentezze di una Chiesa che non sempre riesce a rendere trasparente la parola di Cristo e, a volte, rischia di diventare perfino di ostacolo e di inciampo all’annuncio stesso.

Nasce allora dentro di noi il desiderio di riformare le istituzioni di cui facciamo parte e di appassionarci per una maggiore scioltezza della Chiesa. Anche questa tensione, pur buona e necessaria, si trova a fare i conti con l’inerzia della storia, con la complessità dei cambiamenti. Da qui spesso la determinazione di dedicarsi anima e corpo alla propria particolare porzione di Chiesa, alla propria parrocchia. Un desiderio buono, ma che rischia non poco di soffocare i necessari ampi orizzonti e di provocare nuove frustranti delusioni: anche a “casa nostra” possiamo cambiare ben poco.

Forse che si debba anzitutto cambiare noi stessi? C’è un modo sbagliato di leggere questo percorso verso il cuore della conversione che appare riduttivo nella misura in cui lo stadio successivo dimentica il precedente. Attendere costantemente all’opera della propria conversione significa in ogni caso mantenere un orizzonte aperto sulla Chiesa e sul mondo intero, spogliato però di ogni pretesa e di ogni ansia di riuscita. Ricordiamo con affetto le parole di un grande uomo di Chiesa che si è adoperato per la crescita e il cambiamento dello stile e delle pratiche ecclesiali. Un giorno il card. Martini ebbe a confidare: «Una volta pregavo ogni giorno per la conversione della Chiesa. Adesso prego semplicemente per la Chiesa». Convertirsi “con” la gente. Anche se al termine di una vita è già molto saper riconoscere che abbiamo appena cominciato a convertire noi stessi, ciò non significa circoscrivere l’opera della conversione ad un atto privato e intimistico. Un prete si converte nel  ministero e  con la gente.

Si tratta di un’opera quotidiana che conduce a fianco dei fratelli e delle sorelle che Dio gli ha donato, ed è dedicandosi con tutta la vita che può sperare di essere veramente in cammino verso la consegna di sé nelle mani del Padre. Convertirsi con la gente significa anche riconoscere gioiosamente i cammini di purificazione che lo Spirito opera nel cuore delle persone. C’è un cambiamento che si coglie affinando lo sguardo, abituandosi a vedere nel profondo e riconoscendo i percorsi ricchissimi e silenziosi della grazia. Non sempre i proclami di chi è portato ad esibire la propria storia di peccato e di conversione, accentuando i toni e i confini dell’uno e dell’altra, rappresentano il “meglio” delle vicende di cambiamento cui ci è capitato di essere testimoni. Anche se occorre segnalare che queste “storie” di eclatanti cambiamenti ci sono di stimolo.

Accogliendo questi percorsi, la Chiesa tiene viva la possibilità di rinascite continue: insieme, questi sentieri hanno la necessità di misurarsi con la normalità della vita dove ogni conversione trova il suo banco di prova, la via che porta nel profondo. Un prete accoglie questi “convertiti” lasciandosi convertire egli stesso, e forse può offrire loro un cammino ordinario senza il quale ogni “svolta” rischia di rimanere alla superficie.

La conversione “incompiuta”

Per quanto riguarda il carattere “incompiuto” della conversione, si può fare accenno ad un difficile equilibrio nella vita spirituale di ogni credente. La conversione resta una tensione di fondo, a volte nella forma di una lancinante nostalgia e di un desiderio che sembra non realizzarsi mai del tutto, ma che proprio in questo modo mantiene la nostra vita in continuo movimento. Nello stesso tempo, la conversione deve prendere forma in atti concreti, in scelte precise, in buone pratiche e in umili esercizi di fede. Sono i “buoni propositi” di un prete (di un cristiano) che non devono mancare mai e che, se praticati nella loro umiltà, possono condurre lontano: alzarsi presto la mattina, mantenere un ritmo di preghiera regolare, ascoltare con pazienza le persone, vivere con uno stile più sobrio, evitare la mormorazione specie verso i confratelli… sono tutti accorgimenti semplici, ma non banali, che danno forma e concretezza al desiderio profondo di cambiamento del cuore.

Convertirsi certo, ma a chi, a che cosa?

A ben guardare, alla fine ci si converte alla misericordia di Dio, alla possibilità di un perdono immeritato e gratuito che supera le nostre speranze e le nostre attese. Anche noi, qualche volta, siamo sfiorati dal dubbio che sarebbe meglio avere a che fare con un Dio che agisce secondo criteri retributivi. Accetteremmo di buon grado una sua punizione (purché non eccessiva) per avere la libertà di dire che “ci siamo portati in pari”, e quindi non gli dobbiamo più nulla. Non è così. Ci dobbiamo convertire ad un Dio che è “implacabilmente” misericordioso e che non rinuncia mai alla sua prerogativa di essere Padre di tenerezza e di amore.
Per evitare ogni forma di protagonismo, anche e soprattutto nel cammino di conversione, il più delle volte la profondità di questo percorso sfugge al nostro sguardo. A noi pare di rimanere sempre allo stesso punto, se non ddirittura di peggiorare con il passare degli anni. Ma questo è perché la verità del nostro cammino resta solo nelle mani di Dio e sotto il suo sguardo. Quante volte è capitato di sentirci dire: “lei che ha una così grande fede…”. Noi però non abbiamo di certo la percezione di una fede granitica che ci sorregga. Eppure non siamo certo i migliori giudici della nostra vita! A volte parole ingenue che provengono da persone semplici ci restituiscono una verità che ci sfugge, ma ci fa bene ricevere: Dio ci converte ad una fede vera, mentre noi continuiamo a sentirne tutta la sua fragilità!

Spesso il cammino ascetico è vissuto e interpretato come uno sforzo il cui esito oscilla tra la frustrazione degli insuccessi e la presunzione di mete raggiunte. Il vangelo, invece, ci racconta la conversione come una festa. L’incontro con il pubblicano Matteo finisce a tavola e quello con Zaccheo si conclude con una festa. Le parabole della misericordia raccontate nel vangelo di Luca sfociano tutte in un finale festoso carico di riconoscenza e di gioia. Sarebbe bello che anche la vita di un prete fosse connotata soprattutto dalla gioia, non per i risultati raggiunti, ma per la grazia ricevuta: “non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi, ma perché i vostri nomi sono scritti nel cielo”. La gioia del peccatore che si converte diventa la gioia di Dio che lo accoglie. Non è forse questa la più bella testimonianza che un prete può offrire? Mentre vive la compunzione per i propri peccati, diventa egli stesso segno della gioia del Padre. Abbiamo tutti bisogno di preti più contenti.

Torresin A. - Caldirola D.

(da Settimana del clero)