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Presbiteri nell'anno della fede

Presbiteri nell’anno della fede

DSCN1922Perché un anno della fede? Parto da questa domanda non perché abbia voglia di ripetere quanto già ben sappiamo sulle circostanze, le motivazioni e i documenti che ne hanno accompagnato l’indizione, ma allo scopo di sgomberare subito il campo da un pensiero latente o una riserva che può essersi insediata nella nostra mente, che farebbe ritenere questo anno, tutto sommato, qualcosa di convenzionale, una iniziativa al pari di altre da accogliere come un adempimento cui dar seguito per rispetto verso chi lo ha promosso, ma nulla di più. Sono convinto, invece, che si tratti di una opportunità straordinaria da afferrare con prontezza per due ragioni. Anche l’anno della fede è un segno – un segno dei tempi – che risulterà tanto più fecondo quanto più lo vivremo intensamente. E che sia il segno di una cosa di valore lo dicono non solo le ricorrenze da celebrare, ma il discernimento sul tempo che viviamo di cui è frutto. E le cose di valore si lasciano apprezzare se sono scelte e fatte oggetto di cura.


E poi va ricordato che noi abbiamo bisogno di tornare sempre di nuovo sulle cose importanti della vita cristiana. Siamo esseri limitati, che possono occuparsi di una cosa per volta, e perciò rischiano di disperdersi dietro tanti pensieri dimenticando motivazioni di fondo e attenzioni essenziali. Non vale la stessa cosa anche solo per l’arco delle nostre giornate? Perché abbiamo bisogno di dedicare tempo alla preghiera, prima fra tutte la liturgia delle ore? Non conosciamo forse abbastanza le verità della nostra fede e il significato delle nostre responsabilità pastorali, e ancora di più che siamo sempre alla presenza di Dio e facciamo tutto per lui? Eppure solo riportando la relazione con il Signore al centro dell’attenzione e dello scorrere del tempo, riusciamo a tenere vivo il senso della nostra vita per dargli consistenza e continuità. Abbiamo sempre bisogno di tornare all’essenziale della nostra vita e della nostra fede, un bisogno che si è fatto ancora più stringente in quest’epoca.

 

Mi propongo di riflettere con voi sull’anno della fede, o meglio su che cosa esso dice a noi presbiteri. Certo la fede è un bene di tutti i credenti;  nondimeno essa dà forma a una risposta peculiare secondo la condizione vocazionale e lo specifico stato di vita. Nel caso del prete, la sua fede ha una rilevanza non solo per la sua esistenza personale, ma anche per quella degli altri, di quanti egli deve curare pastoralmente, come pure di quelli che non credono ancora e sono in cammino.
Qual è, dunque, il rapporto del presbitero con la fede? La domanda deve essere ricondotta alla sua ultima radice, che nelle parole del Papa assume la forma dell’interrogativo: «Perché credo?».

La quaestio fidei è la sfida pastorale prioritaria […]. I discepoli di Cristo sono chiamati a far rinascere in se stessi e negli altri la nostalgia di Dio e la gioia di viverlo e di testimoniarlo, a partire dalla domanda sempre molto personale: perché credo? Occorre dare il primato alla verità, accreditare l’alleanza tra fede e ragione come due ali con cui lo spirito umano si innalza alla contemplazione della Verità (cfr Giovanni Paolo II, Enc. Fides et ratio, Prologo); rendere fecondo il dialogo tra cristianesimo e cultura moderna; far riscoprire la bellezza e l’attualità della fede non come atto a sé, isolato, che interessa qualche momento della vita, ma come orientamento costante, anche delle scelte più semplici, che conduce all’unità profonda della persona rendendola giusta, operosa, benefica, buona. Si tratta di ravvivare una fede che fondi un nuovo umanesimo capace di generare cultura e impegno sociale (Benedetto XVI, Omelia, 31 dicembre 2011).

Le cose da fare – le attività pastorali da intraprendere – non sono il primo compito dell’anno della fede, il quale invece ci pone di nuovo la domanda fondamentale affinché ci lasciamo interrogare personalmente da essa.
«Perché credo?» può significare, di per sé, cose diverse. Ad esempio: come sono arrivato alla fede? O anche: quali motivi mi spingono a credere? O ancora: quali sono i contenuti della mia fede? Che cosa e in che cosa credo? In senso più lato può significare: come credo? Qual è la forma, lo stile della mia fede? Come mi percepisco e mi giudico in quanto credente? In una prospettiva ulteriore, contiene la domanda: in vista di che cosa, con quale scopo credo? Che cosa mi aspetto dalla fede? Infine, in un’ottica operativa, chiede: che cosa me ne faccio della fede, a che cosa la faccio servire, come è presente nel mio vissuto?
Queste domande, se valgono per chiunque creda, interpellano in maniera singolare noi preti. Cercherò di riflettere con voi su tre aspetti, e precisamente sulla storia personale di ciascuno di noi, sul rapporto tra fiducia e adesione alla verità, sull’intreccio tra fede personale ed esercizio del ministero.

Quando parlo di storia personale mi riferisco certamente alla biografia, ma soprattutto al percorso interiore di ciascuno. L’anno della fede può diventare un’occasione propizia per ripercorrere la propria vicenda credente; e intendo dire la relazione personale col Signore, a partire dall’incontro con lui, nella quale si innesta la chiamata al ministero, la nostra specifica vocazione. Ho distinto tra relazione con il Signore e incontro con lui (ancor prima della vocazione), perché è a partire da quest’ultimo che si instaura un rapporto tra persone. Si dà la circostanza in cui la maggior parte di noi – come la larghissima maggioranza dei nostri fedeli – si trovi a vivere una situazione più complessa di quella rappresentata in maniera così lineare. Il paradosso in cui possiamo venirci a trovare è che l’incontro sia successivo alla relazione (e, chissà, forse perfino alla vocazione).
Tertulliano scriveva che cristiani si diventa, non si nasce. Lo sviluppo storico che ha determinato – giustamente peraltro – il conferimento del battesimo ai bambini, può però dare luogo a una condizione personale in cui uno si ritrovi cristiano senza esserlo mai veramente diventato. È questo il caso di tanti che hanno avuto scarse possibilità di elaborare la religiosità ambientale (cristiana) in cui sono cresciuti. Per quelli invece che ne hanno avuto la possibilità, è avvenuta proprio quella inversione accennata, per cui, cresciuti in un ambiente familiare e sociale impregnato di cristianesimo, si sono trovati a scoprire improvvisamente il Signore e a sviluppare gradualmente una relazione dentro la quale è scoccata la scintilla che ha condotto alla scoperta della propria specifica vocazione. Per altri ancora non si è trattato nemmeno di una scoperta improvvisa, ma di una lenta presa di coscienza della presenza del Signore nella propria vita e della relazione con lui. È certo che si deve considerare necessario pervenire a tale senso personale dello stare alla presenza e in dialogo con il Signore con tutto ciò che essa implica, se si vuole parlare di fede in forma compiuta.
Ripercorrere la propria storia di fede significa dunque ricostruire i passaggi della propria vita e soprattutto verificare la qualità del proprio rapporto personale con il Signore; più precisamente si tratta di valutare il grado di coscienza e l’intensità della sua avvertenza nello stare in relazione con lui. In altri tempi si sarebbe parlato di vita interiore; in ogni caso ad agire deve essere il senso della fede come coscienza di stare alla presenza, di essere in relazione, in atteggiamento di affidamento e di obbedienza; soprattutto a essere in gioco è la capacità di libertà maturata, che superi per sé e per gli altri quell’impressione di destino subìto che talora si arriva a far passare. Per questo, come dice Porta fidei, n. 7, abbiamo «l’esigenza di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia ed il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo».
Questa attenzione risulta particolarmente necessaria in un’epoca in cui cresce l’esigenza di una fede consapevole. Siamo passati da un tempo in cui era impensabile non credere, a un tempo in cui è diventato naturale credere ciascuno a modo suo o non credere affatto. Sempre di più la fede è frutto di libera scelta e sempre meno condivisione di una cultura religiosa dell’ambiente di provenienza o di appartenenza. Simile passaggio rappresenta una opportunità più che una perdita, poiché moltiplica le possibilità di favorire e accompagnare una fede consapevole e responsabile. Questo non autorizza a ignorare o, peggio, a disprezzare la fede semplice di chi non è ancora pervenuto a una maturazione adeguata della sua scelta; deve semmai rendere più attenti e premurosi nell’incoraggiare anche per lui un simile esito.
In noi ministri ordinati deve risultare evidente tale passaggio, e quindi il frutto di una fede abbracciata per scelta profondamente motivata e convinta; una scelta compiuta una volta per tutte ma tenuta viva da una dedizione costante. È nella natura della fede come relazione di adesione al Signore l’essere assiduamente coltivata. Al riguardo si possono indicare tre modalità che consentono di farlo. La prima è la preghiera, la seconda è il dialogo fraterno innanzitutto tra preti, il terzo è il confronto con la propria guida spirituale nella comunione del presbiterio unito al Vescovo.
Ciò a cui dovrebbe condurre un tale cammino di fede consiste nell’imparare a far entrare Dio in tutti gli ambiti della propria vita, sia intesi come dimensioni strutturali della persona (spirituale, intellettuale, affettiva, psico-fisica), sia visti nelle fasi evolutive della vita (nei tempi lunghi delle stagioni che si susseguono dalla giovinezza alla vecchiaia, e nei tempi brevi che vanno da periodi più o meno omogenei di anni o mesi e settimane fino al monotono scorrere delle giornate con le loro più minute vicende). La meta ultima a cui la maturazione della fede deve tendere è un atteggiamento personale consolidato fatto di affidamento a Dio, accolto – questi – come fondamento di un senso profondo di sicurezza e di fiducia, come motivazione ultima delle decisioni via via prese sulla propria persona, come punto di equilibrio a cui ricondurre e su cui rielaborare tutto ciò che accade o che tocca subire. Noi che siamo posti come guide e modelli per gli altri, dovremmo cercare per primi di sapere stare con noi stessi (e di questo parlano anche gli aspetti più esteriori come la propria abitazione, il modo di prendersi cura di sé, di vestire, di usare del tempo libero e così via) e sforzarci di vivere in maniera cordiale e costruttiva le relazioni interpersonali. Tutto dovrebbe scaturire dalla centralità di Dio nella nostra vita. Ciò che ci accade e facciamo è sempre e innanzitutto una chiamata di Dio per noi. Credere, anche per un prete, significa tornare a riconoscere a ogni passo Dio che si rende presente e chiama.

Questo anno speciale interpella noi preti in quanto custodi ed evangelizzatori di una fede integra. Come credenti siamo debitori nei confronti di una fede ricevuta da salvaguardare nella sua interezza; come ministri ordinati siamo vincolati a una consegna da cui dipende la vita e la salvezza dei nostri fedeli. Il clima culturale che respiriamo rende ancora più urgente la fedeltà alla integrità di ciò che ci è stato trasmesso, nonché la sua difesa argomentata. Viene in mente, a questo proposito, lo scrupolo con cui san Paolo fa riferimento a contenuti essenziali come l’Eucaristia (1Cor 11,23) e la risurrezione (1Cor 15,3), affermando di trasmettere ciò che ha ricevuto e riconoscendo nel tramandato una autorità sovrana su di lui e un obbligo inaggirabile di intatta riconsegna.  
Il Papa sistematicamente mette in guardia dal relativismo che caratterizza l’atteggiamento diffuso nei confronti della questione della verità, così che ogni pretesa di possederla o anche solo ogni sua proposta viene tacciata di dogmatismo e di minaccia nei confronti della libertà. Non c’è bisogno di fare ricorso alle teorie di rinomati filosofi che affermano l’insuperabile impotenza del pensiero a elaborare una metafisica per documentarlo, poiché il pluralismo incomponibile delle opinioni è l’unica verità riconosciuta che prevarica su tutte. Non sono certo d’accordo con chi vorrebbe demonizzare quanto sta accadendo in questa fase di convulsa trasformazione della cultura e della società; sono anzi convinto che non pochi fermenti positivi e  segnali di nuovi fecondi inizi agiscono dentro il tessuto collettivo. Tuttavia non ci è consentito di rinunciare ad annunciare Cristo come la pienezza della verità. È chiaro che egli è la verità non in senso scientifico ma in senso salvifico, non secondo i parametri della ragione tecnica e calcolante bensì nell’orizzonte del senso della realtà. Ma egli deve poter essere proclamato come verità dell’uomo, certo riconoscibile solo nella libertà, senza per questo venire tacciato di pretesa arbitraria.
Ci è chiesto il coraggio di proclamare la verità, soprattutto perché sappiamo e possiamo argomentare la profonda congruità tra il Cristo e l’umano, secondo l’efficace formulazione di Gaudium et spes, n. 21: «La Chiesa sa perfettamente che il suo messaggio è in armonia con le aspirazioni più segrete del cuore umano»; formulazione che sfocia in quella più citata del n. 22: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo». È l’affermazione di una verità sperimentata e giustificabile, che i credenti propongono «con dolcezza e rispetto» (1Pt 3,16), perché secondo consapevolezza e libertà venga accolto l’appello che essa rivolge. Ciò che va sempre tenuto presente è il nesso intimo che sussiste fra verità e libertà; non coglierlo impedisce di accogliere la verità di Cristo, ma anche di riconoscere la verità dell’uomo. La pretesa di una verità posseduta come un oggetto è impedimento insormontabile di fronte a Cristo e di fronte alla realtà dell’uomo e della sua esistenza. La verità si schiude nell’atto in cui l’essere umano con la sua libertà si apre a essa e nello stesso atto la riconosce come sua verità; e se questa non cercasse l’accoglienza nella libertà ma pretendesse di imporsi, mostrerebbe di non essere verità. D’altra parte la libertà cerca di aprirsi a quella verità che ne adempie l’illimitata apertura. Una libertà che si disperde capricciosamente dietro mille opinioni, in realtà nega se stessa come destinazione alla pienezza dell’essere e della verità. Ecco perché verità e libertà sono fatte l’una per l’altra, e in Cristo esse trovano la simultanea manifestazione e la donazione piena e definitiva.
Queste considerazioni aiutano a vedere il rapporto di unità intrinseca che sussiste tra fides qua e fides quae, spesso sbrigativamente giustapposte. Non c’è dubbio che la priorità è della fides qua, cioè della relazione personale di affidamento e di fiducia in Dio, ma tale relazione non può essere priva di contenuto; essa conosce colui a cui è affidata: «so infatti in chi ho posto la mia fede» (2Tm 1,12). Integrità allora vuol dire salvaguardare l’unità circolare di affidamento e dottrina, di fiducia e conoscenza. Non ci si può affidare se non a chi si conosce, ma non si conosce nessuno al di fuori della relazione. Conoscenza e relazione personale vivono l’una dell’altra. Come dice la Dei Verbum, n. 5: «A Dio che rivela è dovuta l’obbedienza della fede (cf. Rm 16,26; rif. Rm 1,5; 2Cor 10,5-6), per la quale l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente, prestando “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela” e acconsentendo volontariamente alla rivelazione fatta da lui». La reciprocità delle due dimensioni è racchiusa nella citata formula paolina dell’obbedienza della fede, secondo cui la peculiare sottomissione della fede nasce dal riconoscimento della divinità di Dio diventando affidamento pieno di confidenza.
Integra struttura della fede e segni che raccogliamo da questo tempo convergono nella richiesta di un rinnovato recupero di equilibrio e di unità circolare delle due costitutive dimensioni, fiducia e conoscenza, sottomissione obbediente e dottrina. In questa ottica prendono rilievo gli anniversari dell’inizio del Vaticano II e della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, due realtà – diverse ma in continuità l’una con l’altra – per alimentare la coscienza di fede con una formazione indivisibilmente spirituale e dottrinale. Se è vero che la fede non può essere ridotta a un contenuto intellettuale che basta conoscere per possedere, è anche vero che senza dottrina essa scade in fatuo sentimentalismo e in volubili emozioni.
Dall’equilibrio così confermato – o, in alcuni casi, ritrovato – scaturisce un triplice impegno: il primo per la formazione teologica e pastorale permanente di noi ministri ordinati; il secondo  per la organizzazione di proposte formative, dalla scuola di teologia alla catechesi degli adulti, per laici e religiose, allo scopo di rafforzare la fede anche nella sua dimensione dottrinale e nella sua capacità di interpretare la realtà per orientarla secondo Dio, senza che venga mai trascurata la vita liturgica e la ricerca della comunione come espressione della concordia che scaturisce da una fede viva e formata. Il terzo impegno è quello missionario, proprio di una fede che misura la sua autenticità e forza dalla interiore tensione a comunicarsi. «Per questo anche oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede» (Porta fidei, n. 7).

Un terzo aspetto dell’anno speciale appena iniziato tocca noi preti nel punto di incontro tra fede personale ed esercizio del ministero. Qui è da sfatare un grave equivoco, la cui persistenza non sempre viene adeguatamente contrastata. Esso consiste nella dissociazione tra l’una e l’altro, per effetto o di una spiritualità individualistica e tendenzialmente privata o di una visione funzionalistica del ministero, così che quest’ultimo diventa una sorta di attività professionale prestata a utenti che chiedono servizi religiosi. In realtà i due motivi possono anche trovarsi a convivere nella medesima persona, delineando comunque un profilo alienante. In quella dissociazione, infatti, va vista una radice di fondo del fenomeno che viene chiamato burn out, cioè di esaurimento delle energie fisiche e delle risorse psichiche. È vero che oggi, in non pochi casi, ai preti viene chiesto troppo in termini di responsabilità e di impegni, a motivo della riduzione del clero e della sempre più complessa forma organizzativa dell’attività pastorale. In tale situazione, tuttavia, il ruolo decisivo lo svolge sempre il modo come si affronta una organizzazione complessa e un ritmo intenso di attività. E il modo dipende innanzitutto – anche se non solo – dal centro della persona, più esattamente dalla unità maturata, o meno, con cui si conduce l’esistenza. A svuotare, prima che le molte cose da fare, è la perdita del senso di ciò che si fa, del perché e dello scopo. Un senso che va tenuto vivo alimentandolo giorno per giorno col ritrovare se stessi in Dio in ogni circostanza, in ogni incombenza, in ogni incontro: ma non un se stessi meramente psicologo, bensì spirituale e sacerdotale.
Una teologia del ministero che consideri la persona dell’ordinato consacrata a Cristo e alla Chiesa, coinvolta interamente nella relazione con Cristo pastore e conformata a lui fino a potere agire in suo nome e quindi anche della Chiesa, ha bisogno di ritrovare sempre di nuovo l’unità dell’agire pastorale del presbitero con la sua persona e con la sua vita. L’azione rituale e pastorale infatti non è una funzione estrinseca alla persona del ministro, ma espressione ordinata, cioè secondo la mente e l’ordinamento della Chiesa, del suo essere conformato a Cristo pastore e perciò personalmente reso capace e autorizzato ad agire in suo nome. La sua relazione con Cristo pastore non è esterna a quanto egli sta compiendo nel culto e nella pastorale, poiché la sua persona ne è segnata intimamente, così da rendere ciò che egli compie per gli altri rapportato direttamente a se stesso. Ciò che, per esempio, nel caso della predicazione può risultare evidente, per la semplice ragione che quanto il prete o il Vescovo insegna o spiega ad altri può e deve essere fatto oggetto di ascolto e di meditazione innanzitutto da lui per se stesso, nel caso della celebrazione dei sacramenti, anche quando non appaia chiaramente (tale è il caso invece nell’Eucaristia, che il celebrante riceve per primo), egli si fa tramite – ministro, appunto – consapevole e responsabile della grazia di Cristo che attraverso di lui passa per giungere ai fedeli.
È inevitabile, dunque, aspettarsi che la fede della persona che chiede il sacramento sia anche consapevolmente accompagnata da quella di colui che celebra, predica, opera nella comunità. Il celebrante alimenta la sua fede nello stesso atto con cui agisce per sostenere e accrescere quella degli altri. Se egli agisce secondo la mente della Chiesa e nel nome di Cristo, allora non può che santificarsi attraverso il suo agire pastorale e vedere così maturare anche la propria fede. In questo campo, il pericolo non è la mancanza di fede (un caso limite difficile da immaginare!), ma la separazione tra la cura della propria e di quella degli altri. Il pericolo vero sarebbe (fatta salva l’essenziale e proporzionata preghiera personale) rimandare solo a uno spazio di devozione privata – inevitabilmente sempre più angusto e asfittico – ciò che dovrebbe costituire l’anima di tutto l’agire pastorale.
Questo vivere in prima persona innanzitutto per sé, ciò che viene compiuto per gli altri da parte di un sacerdote, è correlativo alla coscienza che egli ha di ciò che tratta nell’agire pastorale, in quanto profondamente coinvolgente la sua persona, espressione della sua unione al Signore fino a esserne strumento sacramentale. Egli non perde mai di vista che, quando celebra e svolge il suo ministero, mette in gioco la sua salvezza insieme a quella degli altri. In particolare egli deve guardarsi dai due pericoli che minacciano la specificità del suo servizio, e cioè quello di ridursi a mestierante o, all’opposto, a mago. Il solo modo di sottrarsi a tali pericoli è conservare e coltivare il senso del ‘mistico’, da intendere semplicemente nella sua connessione semantica con la categoria di ‘mistero’ nel senso biblico-patristico, che rimanda al disegno eterno di Dio dispiegato nella storia della salvezza, giunto a pienezza in Cristo, permanentemente attivo e operante nella Chiesa. Il senso del mistico è il senso di Dio, la coscienza umilmente credente di avere realmente (cioè sacramentalmente e santamente, e non solo simbolicamente) a che fare con Dio. Se vogliamo, è il timore di cui parlano diffusamente i sapienti d’Israele. Un ministro sa di avere a che fare con Dio quando celebra, quando lo annuncia e insegna, ma anche quando tratta le persone, e in particolare si relaziona a loro nell’attività pastorale. E le persone, non meno dei sacramenti e della Scrittura, sono terreno sacro, terra di Dio da accostare con incondizionato rispetto e attenzione.

Nel percorso che i Vescovi italiani stanno compiendo per dare attuazione agli Orientamenti pastorali del decennio, il motivo portante di quest’anno riguarda la formazione degli adulti, la loro educazione permanente. Prendiamo coscienza che il punto di svolta – di quella che il Papa ha chiamato “emergenza educativa” – è dato da un nuovo, responsabile, modo di porsi del mondo degli adulti. Il compito educativo è fondamentalmente un compito da adulti maturi; ma tali sono non quelli che hanno varcatouna determinata età né quanti hanno acquisito un certo grado di competenza professionale o tecnica; lo sono, bensì, quelli che hanno raggiunto quel grado di fioritura dell’umano che li rende modello, magari non perfetto, dotato però di un qualche valore di esemplarità nella capacità di affrontare la vita positivamente, costruttivamente, solidalmente.
Questo tema si profila come compito specifico di formazione nel campo della fede per i nostri cristiani adulti; e si presenta urgente anche per noi. Siamo i primi educatori alla fede, dopo e accanto ai genitori (ma sempre più spesso anche prima e senza di loro); ma lo siamo in forza del nostro stile di persona, per il nostro orientamento di vita, per la coerenza e la dedizione con cui assumiamo i nostri impegni e assolviamo le nostre responsabilità. Dobbiamo sentire in coscienza che il nostro modo di essere e di agire, dovunque e sempre, modella una immagine di Chiesa e di credente che incide nell’immaginario collettivo e nei percorsi di vita di coloro che incontriamo, vicini o lontani che siano. Prenderci cura della nostra fede è dunque dimensione essenziale del nostro ministero. Ciascuno deve trovare i modi più consoni alla propria sensibilità e al proprio stile. Non può mancare tuttavia l’attenzione alla ricostruzione del proprio cammino, alla circolarità tra fiducia e adesione, all’esercizio del ministero come destinato a sé insieme agli altri. Possiamo avere fiducia che questo impegno porterà un’ondata di rinnovamento nella nostra vita e nelle nostre comunità, farà crescere nuovo fervore di fede, nuovo senso di Chiesa, nuova speranza di vita.

(Arcivescovo di Udine)