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Le Lettere pastorali dei Vescovi per l'anno della fede

 

Lettere pastorali sull’Anno della fede

UNA RASSEGNA CHE INTERESSA LA NOSTRA CHIESA ITALIANA

luce1-300x225Nel magistero episcopale italiano sono presenti elementi che descrivono la fede “con cui crediamo”, “che crediamo” e “per cui viviamo”. Dopo un’analisi attenta alla realtà attuale, l’investimento pastorale è sull’educazione alla fede nella sua globalità. Alcune sottolineature concrete per vivere al meglio questo anno particolare.

Nella lettera apostolica Porta fidei (11 ottobre 2011) papa Benedetto XVI indicava gli scopi dell’Anno della fede, che si è aperto l’11 ottobre scorso: «Susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza. Sarà un’occasione propizia per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, in particolare nell’eucaristia, e perché la testimonianza di vita dei cristiani cresca in credibilità. Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sull’atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve far proprio».

Nella nota pubblicata il 6 gennaio 2012 dalla Congregazione per la dottrina della fede, tra le indicazioni pastorali per l’Anno della fede, si legge: «Ogni vescovo potrà dedicare una sua lettera pastorale al tema della fede, richiamando l’importanza del concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa cattolica e tenendo conto delle specifiche circostanze pastorali della porzione di fedeli a lui affidata». I vescovi italiani hanno adempiuto questa esortazione, ognuno con la propria competenza e originalità. Non potendo, per limiti di spazio, citare tutte le lettere pastorali dei vescovi italiani, ne offriamo una rassegna non esaustiva seguendo alcuni fili conduttori.

 “Io credo in”. La fede con cui crediamo. Il vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla, nella lettera pastorale dal titolo Come stai con la tua fede?, ha voluto «dare uno sguardo d’insieme sulla nostra fede e sulla nostra speranza», quasi «una sorta di checkup della propria fede e della qualità del proprio amare e sperare, perché è il miglior viatico per rinnovare la vita civile e i rapporti sociali», nella consapevolezza che «una fede senza pratica è come un amore senza gesti; una fede che è solo pratica formale sarebbe come amare senza cuore». Secondo mons. Brambilla, la fede «nasce come un atto pratico», che «precede, accompagna e segue la ragione che intuisce le “ragioni” del mistero della vita, fino ad approdare sulle sponde del mistero trascendente di Dio». Mutuando la figura del “decimo lebbroso” guarito, il vescovo fa notare che «l’atto della fede nasce come bisogno, perché la vita è bisogno, un “insieme di bisogni”».

Interessante è l’analisi del terzo millennio che fa il vescovo di Caltanissetta, Mario Russotto, nella lettera pastorale Il lembo della fede. Aprendo una “piccola finestra sul mondo”, in linea con l’analisi fatta dal card. Martini, egli definisce il nostro tempo come «un tempo di forti contrasti dove abbondano gli “ismi” (soggettivismo, relativismo, pessimismo, indecisionismo) e dove i paradossi sono all’ordine del giorno». Eppure – continua il vescovo di Caltanissetta – «ogni uomo e ogni donna ha in sé il desiderio di entrare direttamente in contatto con il divino»: infatti, «nonostante l’intenso processo di secolarizzazione, non è scomparsa nell’uomo la sete di Dio».

Ma «quando ha inizio la fede nel cuore dell’uomo?». È l’interrogativo da cui parte la riflessione dell’arcivescovo di Rossano-Cariati, Santo Marcianò, nella lettera pastorale “Pongo il mio arco sulle nubi” (Gen 9,13). La fede: luce tra cielo e terra. Così risponde il vescovo: «Quando l’uomo si scopre bisognoso di salvezza».

Il vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, Luigi Martella, nella lettera Una fede che cambia la vita, afferma che «la fede ha le sue fatiche e le sue notti oscure»: quindi la vera scommessa, nell’era dello spread e dell’incertezza elevata a sistema esistenziale, è quella dell’obbedire a «ciò che lo Spirito suggerisce», recuperando il significato più
profondo di un termine (“obaudire”) che implica il prestare ascolto e, successivamente, l’aderire in maniera totale al verbo della salvezza.

La fede è indispensabile per vivere? Dice sì il vescovo di Cerignola,Felice Di Molfetta che, nella lettera pastorale “Fondati e fermi nella fede” (Col 1,23), cita il titolo che la psicanalista e filosofa Julia Kristeva ha dato a un suo scritto: Questo incredibile bisogno di credere, cogliendo della fede e del credere la dimensione antropologica, costitutiva dell’esistenza umana; «quasi a voler dire che non si può essere uomini senza credere perché credere è il modo di vivere la relazione con gli altri perché – scrive Enzo Bianchi – vivere è sempre vivere “come” e “attraverso” l’altro».

Anche nella lettera dei vescovi delle Chiese del Triveneto indirizzata a tutti i fedeli in occasione dell’apertura dell’Anno della fede si indica la necessità della fede per la vita: «Mostriamo ai nostri fratelli come la fede in lui rende più vera, più giusta e più bella la nostra vita personale, familiare e sociale, rinnova i rapporti di amicizia, dà senso alla fatica del lavoro, all’impegno educativo e all’azione sociale, sostiene nelle prove e nella malattia, ci aiuta a dare un senso pieno alla nostra vita».

Nell’analisi dei vescovi la fede è inscritta nella vita dell’uomo, ma è anche condizionata dalla fluttuante quotidianità. Da qui l’interrogativo: la fede è una realtà “instabile”? Secondo il vescovo Brambilla, il “secondo” passo della fede è «un frutto duraturo del tempo», dal momento che «solo una domanda, un ringraziamento, un’invocazione, un ascolto ripetuti, una dedizione a fondo perso, nutrono la “fiducia”, il “senso della presenza” dell’altro e dell’Altro che viene incontro all’uomo». Quindi, il passo successivo della fede è quello di «nutrire la fiducia, la stima di sé, la percezione che l’altro e il mondo non ci sono ostili e concorrenti, ma amici e promettenti».

A queste caratteristiche il vescovo di Mondovì, Luciano Pacomio,nella lettera pastorale La fede affidabile e collaborativa aggiunge che la fede dev’essere “opera di Dio” e “unica relazione vitale fondamentale”. Citando il papa, il vescovo piemontese utilizza una serie di vocaboli per indicare «la fondativa e costitutiva “consistenza” relazionale della fede: ricerca, incontro, rapporto/relazione, percorso, e anche via, strada, il cammino, la porta, compagnia, sguardo nuovo, crescita».

La fede, scrive l’arcivescovo di Udine, Andrea Bruno Mazzoccato, nella lettera “Ho creduto perciò ho parlato”(2Cor 4,13), ha nel suo dna la componente della “responsabilità”, dal momento che «non tocca a me essere il giudice, ma piuttosto essere un compagno di viaggio di coloro che Dio mette sulla mia strada… A me chiede di continuare la sua missione di buon pastore e di condurre a lui il maggior numero di fratelli ai quali non ho niente da dare di mio se non l’amore che ho ricevuto gratuitamente da lui». Il vescovo Brambilla afferma che il “terzo passo” della fede è quello della “risposta”: «La fede raggiunge il suo vertice in un atto di abbandono, in una vita che vive della presenza di Dio, che sta sotto lo sguardo della sua prossimità».

A questo proposito il vescovo Mario Russotto cita un testo di Paolo VI del 19 aprile 1967 dove si legge: «Fede è propriamente una risposta al dialogo di Dio, alla sua Parola, alla sua rivelazione. È il “sì” che consente al pensiero divino di entrare nel nostro; è l’adesione dello spirito, intelletto e volontà ad una verità che si giustifica non per la sua evidenza diretta, scientifica, come si dice, ma per l’autorità trascendente di una testimonianza».

La fede come atteggiamento di “fiducia” sembra il filo conduttore che attraversa le lettere pastorali dei vescovi. A questo proposito mons. Russotto cita un testo del card. Martini: «La fede cristiana non è di per sé un dono: la fede è risposta libera al comunicarsi di Dio che è dono». Quindi, la fede intesa come il luogo della risposta alla chiamata, quella di ogni giorno e quella della vita e della vocazione. I vescovi sottolineano fortemente che la fede, intesa come dimensione trascendente nel cammino quotidiano, è un “dono”. Lo sottolineano mons. Brambilla ribadendo che la fede ha un tipico aspetto “teologale” («Il dono della fede è disponibile a tutti», anzi esso è “unico”, in quanto «dono per eccellenza, perché è il dono della libertà»), e il vescovo di Modena, Antonio Lanfranchi che, nella lettera pastorale Io credo… noi crediamo, afferma: «Dio ci rivela che il primo passo è sempre il suo e che la fede che egli semina e suscita in noi con la sua grazia, chiede la nostra risposta al suo dono d’amore per noi».

Su questa linea si pone anche il vescovo di Oristano, Ignazio Sanna, che nella lettera Testimoni credibili ribadisce il “primato di Dio” che «educa e promuove la capacità di affidarsi alla grazia di Dio, che potenzia la libertà umana». “Io credo che”. La fede che crediamo. «La relazione personale con Gesù Cristo è il nucleo della fede cristiana»: lo sottolinea il vescovo di Piacenza, Gianni Ambrosio, nella lettera pastorale Come crederete? Chi crede ha la vita.

Mons. Ambrosio ribadisce: «Nei suoi incontri pieni di umanità affidabile, nella sua santità ospitale, Gesù crea lo spazio per una relazione profonda, per un’amicizia intima».  Su questa linea si colloca anche il vescovo di Cerignola, il quale afferma che «la radice della fede è accoglienza a braccia aperte di un dono e, soprattutto, incontro con la persona di Gesù Cristo». Mons. Brambilla fa notare che il “centro” della fede cristiana è «l’incontro singolare con Gesù, il profeta di Nazareth, confessato come il Signore. Un incontro che ha trasformato la vita di un manipolo di uomini e ha cambiato il mondo». Il vescovo di Oristano chiarisce che «la fede non consiste solo nel possesso delle necessarie nozioni sull’identità di Cristo, bensì su una relazione personale con lui, che comporta l’adesione di tutta la persona, ossia dell’intelligenza, della volontà e dei sentimenti alla manifestazione che Dio fa di se stesso».  

La fede nella dimensione dell’“incontro” viene sottolineata dal vescovo di Treviso che affida all’icona dei discepoli di Emmaus il paradigma della fede: «Il cammino di fede che Gesù risorto fa fare ai due discepoli di Emmaus ha il suo passo decisivo nell’incontro con lui nell’eucaristia» e «spinge i due discepoli a tornare di corsa a Gerusalemme per narrare agli altri discepoli l’esperienza vissuta». Dall’incontro con Gesù scaturisce una fede che “educa” all’amore: è in questa prospettiva che si pone l’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte, nella lettera pastorale In cammino con i magi. Egli sottolinea che, «alle sorgenti di ogni educazione alla fede c’è l’amore», per il quale «chi crede vorrebbe trasmettere il dono ricevuto agli altri, introducendoli nell’esperienza della bellezza di Dio». Ripercorrendo il cammino dei magi, l’arcivescovo di Chieti inserisce il loro “pellegrinaggio” dentro la prospettiva dell’educare/educarsi alla fede, tema cardine del decennio pastorale proposto dai vescovi italiani. «Educare alla fede – dice mons. Forte – vuol dire far conoscere credibilmente quest’amore con la testimonianza della parola e della vita. Educarsi alla fede, a sua volta, significa accettare la sfida di mettersi alla ricerca dell’infinito amore, aprendosi a tutti gli aiuti possibili sulla via dell’incontro con Dio». Anche il vescovo Luigi Martella insiste sul fondamentale “assunto” che si debba «conoscere per educarsi ed educare»: questo è il presupposto fondamentale perché ci si possa porre “alla scuola del Vangelo”.

Sul versante dell’educare alla fede si pone anche la lettera pastorale del vescovo di Faenza-Modigliana, Claudio Stagni, dal titolo Gente di poca fede. Oltre alla figura dei magi, molti sono i “modelli” di fede proposti dai vescovi per l’Anno della fede: il vescovo Luciano Pacomio ne fa un lungo elenco che va da Abramo passando per Maria e arrivando agli apostoli e a Paolo; mons. Ambrosio pone Nicodemo come figura di ogni ricerca che «comporta sempre l’ascolto e quindi esige un certo distacco da sé». Anche l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia ha scelto nella sua lettera pastorale dal titolo Devi nascere di nuovo la figura di Nicodemo, ribadendo che, «per poter entrare nel regno di Dio e farne esperienza, è necessaria una nuova nascita». Mons. Martella muove da figure evangeliche come l’emoroissa, Zaccheo, per poi volgere lo sguardo ai discepoli di Emmaus. Anche il vescovo di Asti Francesco Ravinale propone come modelli di fede Abramo, Tommaso, Lidia e Maria.  

 “Io credo con”.
La fede per cui viviamo. Mons. Brambilla ricorda da ultimo che il “soggetto” della fede è la Chiesa: «La fede cristiana corre il grave rischio di diventare irrilevante perché non incide più sulla storia sociale, sul proprio corpo, sulla vita quotidiana». Per incidere nella storia, la fede deve necessariamente riscoprire la sua dimensione ecclesiale e comunitaria. Lo ribadisce anche il vescovo di Modena sottolineando che la fede è “esperienza comunitaria”, cioè è esperienza di appartenenza alla Chiesa. Anche il vescovo di Aosta, Franco Lovignana, nella lettera pastorale Vivere la bellezza e la gioia di essere cristiani, sottolinea il versante ecclesiale della fede: «La fede è essenzialmente un “credere insieme” con gli altri. Soltanto nella grande comunione dei fedeli di ogni tempo che hanno trovato Cristo e che sono stati trovati da Lui posso credere».

I vescovi italiani cosa chiedono concretamente alle loro diocesi in questo Anno della fede?
Essi si collocano in sintonia con le esigenze contenute sia nella Lettera di indizione Porta fidei, sia nella Nota del 6 gennaio, che offre indicazioni pastorali per le diocesi e per le comunità parrocchiali. In questo Anno della fede «ci viene chiesto di ridare ali all’impegno personale e comunitario, riscoprendo la vocazione battesimale alla santità, tenendo fisso lo sguardo su Gesù “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento (Eb 12,1)”»: è l’invito del vescovo di Aosta. «Credere,
dunque, per il discepolo di Cristo significa essenzialmente credere in lui, credere nel suo vangelo, credere che egli è l’inviato del Padre che l’ha generato, e che ci manda lui stesso lo Spirito Santo, che è morto e risorto per la nostra salvezza e che ci fa dono dei suoi sacramenti per la salvezza». Questo invito ad approfondire e a ravvivare la santità come “rappresentazione” della bellezza della fede viene sottolineato anche dai vescovi di Modena e di Oristano.

Sono tre i “luoghi” su cui il vescovo di Novara invita a porre concretamente l’attenzione: la condizione attuale della fede dei giovani (la trasmissione della fede alle nuove generazioni), il momento centrale della fede delle comunità (il ricupero della festa e della domenica) e la ricchezza della fede delle aggregazioni ecclesiali (associazioni e movimenti nella Chiesa locale in prospettiva missionaria). Continua l’investimento della diocesi sul cammino di educazione alla fede dei fanciulli e dei ragazzi il vescovo di Cesena-Sarsina, Douglas Regattieri. È la riscoperta del battesimo come
“porta della fede” la sfida della diocesi di Torino. Il concilio Vaticano II nel suo 50° anniversario sarà motivo di approfondimento per le diocesi di Chieti-Vasto e di Modena.

Alcune diocesi approfondiranno il “Credo”
(Rossano-Cariati, Caltanissetta, Udine, Mondovì), mentre Modena si soffermerà sul Catechismo della chiesa cattolica. Un esame di coscienza comunitario sulla testimonianza “pubblica” della fede lo propongono le diocesi di Oristano, di Aosta e di Udine. Le lettere pastorali dei vescovi italiani, citate nell’articolo, si collocano sostanzialmente sul versante del magistero pontificio per quanto riguarda le riflessioni e le proposte concrete che caratterizzeranno l’Anno della fede, con sottolineature diverse e con tagli legati alle diverse appartenenze territoriali ed ecclesiali delle diocesi.

Manca una proposta che abbia come destinatari i non credenti.
L’Anno della fede avrebbe potuto esser un’occasione favorevole per “esplorare” questo versante “non ancora collaudato” su larga scala. Rimangono l’esperienza pregressa della “Cattedra dei non credenti” di martiniana memoria e la proposta significativa – nata da una sollecitazione di papa Benedetto XVI e portata a compimento dal Pontificio consiglio della cultura nella persona del suo presidente, il card. Ravasi – del “Cortile dei gentili”. L’Anno della fede, almeno nei testi dei vescovi citati, è visto come occasione di approfondimento e di verifica “dentro” la comunità cristiana.

Mauro Pizzighini

(Da Settimana del clero n. 38, 2012)