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Suicidio pastorale per i giovani preti

 

SUICIDIO PASTORALE PER I GIOVANI PRETI?

ordinazione19 maggio 2012: nella cattedrale di Reggio Emilia-Guastalla vengono ordinati presbiteri cinque giovani del seminario. Notizia normale, dal momento che in questo periodo in molte diocesi si celebrano le ordinazioni sacerdotali. La cosa che ci ha incuriosito è che sul settimanale diocesano La Libertà sono comparsi alcuni contributi, a partire da questo evento, soprattutto per quanto riguarda la pastorale che dovrebbe caratterizzare la vita dei “preti giovani”.

È il rettore del seminario di Reggio Emilia, don Gabriele Burani, a lanciare la provocazione, comparando il calo numerico dei preti e alcuni rischi di “squilibrio” che ne derivano sulle scelte concrete dei giovani preti. Se si pensa – afferma don Burani – che nel 1986 nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla vi erano 410 preti diocesani, nel 2001 321 e oggi 260, di cui il 30% dai 75 anni in su e solo quattro al di sotto dei 30 anni, si comprende l’affermazione alquanto scontata, ma che fa pensare: «Ci saranno sempre meno preti disponibili per i servizi pastorali».

Il sovraccarico

Il rettore fa notare che l’istituzione Chiesa, la quale «ha responsabili con un’età media così alta (più di 65 anni) tende a bloccarsi, a sclerotizzarsi, non per cattiva volontà ma per motivi naturali, anagrafici: le rivoluzioni non si aspettano da chi è in età di pensione», dal momento che «più si va avanti negli anni più si diventa conservatori, diffidenti nei confronti dei cambiamenti, poco disposti a rinnovarsi, a mettersi in gioco». Il timore di don Burani è che «si chiederà ai 100 presbiteri in attività ciò che in passato facevano 500 presbiteri» e che «sulle spalle dei giovani preti (ma anche di tutti gli altri) vengano legati pesanti fardelli, troppo pesanti, al punto da snaturare l’identità della vocazione: attese spropositate, richieste di tutti i generi e conseguente diminuzione del tempo della preghiera, dei colloqui spirituali, della riflessione».

Gli fa eco il padre spirituale del seminario, don Paolo Bizzocchi, che a un giovane prete che gli aveva confidato di dormire quattro ore e mezza a notte per il sovraccarico di lavoro pastorale e per potersi ricavare lo spazio per la preghiera personale, aveva consigliato di «cambiare prima che sia troppo tardi – cioè prima che i suoi parrocchiani diano per scontato che è giusto tirargli il collo fino a quando, chissà perché, sarebbe scoppiato».
Di chi è la responsabilità di questo “suicidio pastorale”? In genere i laici «vogliono bene ai loro preti, ma solo in alcuni casi si accorgono del carico concreto ed emotivo che a volte questi si trovano addosso». Dall’altra parte – continua don Bizzocchi –, i preti stessi, «nella gran parte dei casi, cercano di vivere il loro ministero in modo efficace e bello, ma più volte si trovano impastati da questioni burocratiche, sovraccarico di lavoro pastorale, carenza di formazione personale…». Quindi, la responsabilità la si deve attribuire non ad un “soggetto singolo” (il vescovo di Reggio sta indirizzando «a forme di ministero più vivibili tramite la cooperazione e le comunità ministeriali»), ma ad «un rincorrersi di strutture organizzative fuori dal tempo (perché avere due parrocchie, per diversi aspetti, è fare da soli quello che prima facevano due preti facendo come si può), aspettative irrealistiche, sensi di colpa e paure del prete, che più si trova sovraccarico, più si sente inadeguato e spinto dal dovere di fare di più».
A questo proposito, il padre spirituale cita una persona che gli ha confidato: «Il mio parroco ha due parrocchie vicine e celebra quotidianamente due messe e a Pasqua ha raddoppiato tutte le celebrazioni; i consigli pastorali hanno detto di non farlo, ma qualcuno brontola e allora lui lo fa».

C’è una via d’uscita?

Da questa situazione delicata scaturisce l’auspicio che oggi vi siano «preti più capaci di sparire che di apparire; capaci di lavorare onestamente e con atteggiamento di fede, facendo proprio l’insegnamento di Gesù asceso al cielo», accompagnando “con discrezione” le comunità «perché in esse lo Spirito possa operare secondo i propri disegni, conformandole alle necessità del vangelo e non alle caratteristiche del prete di turno».
Qual è la via di uscita? Don Bizzocchi indica alcuni “percorsi”: prima di tutto, il prete deve assumere «una vita spirituale semplice, ma solida»; in secondo luogo, egli consiglia «una semplificazione della vita delle parrocchie, abbandonando il mito della parrocchia come efficiente “azienda educativo-caritativospirituale” che risponde a tutte le esigenze delle persone, del territorio, delle associazioni, della Chiesa particolare e universale»; infine, un «dialogo semplice e profondo fra prete e laici», nel quale deve emergere l’umanità del prete e una comunicazione «spiritualmente semplice e sana».
Anche il rettore don Burani si augura che i futuri preti «favoriscano l’esperienza di comunità», «si pongano in atteggiamento di ascolto e di paziente accompagnamento e non di dominio», «siano maestri di umanità, capaci di relazioni profonde autentiche, capaci di franchezza e di intimità», «non altezzosi», «non preti-funzionari-burocrati» ma «guide spirituali che si dedichino soprattutto all’annuncio della Parola, all’accompagnamento spirituale, alla presidenza della comunità in ascolto della volontà del Signore», dentro «un presbiterio più unito, accogliente, fraterno, capace di sostegno reciproco e di pregare, riflettere, progettare, condividere insieme le attività pastorali».
Auspicabile rimane anche il desiderio di un diacono permanente della stessa diocesi, Giuseppe Bigi, che, di fronte alla carenza di preti, ritiene fondamentale una maggiore capillarità della pastorale, in vista della «valorizzazione delle piccole comunità» e per «rafforzare i rapporti personali», in modo tale che «la mancanza di preti non sia tanto un problema in cui “tappare” dei buchi, ma diventi un’opportunità per rinnovare le parrocchie e ridare vita alla Chiesa “tutta ministeriale”».  Un augurio a cui ci associamo nella consapevolezza che la ministerialità della Chiesa rimane la
sfida fondamentale per la pastorale del futuro.

Mauro Pizzighini

(da Settimana del clero n. 26, 2012)