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Per una fede matura nel mondo digitale

 

PER UNA FEDE MATURA NEL MONDO DIGITALE
Padre Antonio Spadaro, sj

immagine don Alberione1.    La rete è un ambiente

Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana. Se fino a qualche tempo fa la Rete era legata all’immagine di qualcosa di «freddo», di tecnico, che richiedeva competenze specifiche, oggi è un luogo da frequentare per stare in contatto con gli amici che abitano lontano, per leggere le notizie, per comprare un libro o prenotare un viaggio, per condividere interessi e idee. E questo anche in mobilità grazie a quelli che una volta si chiamavano «cellulari» e che oggi sono veri e propri computer da tasca.
Ma che cos’è internet? Internet non è come la rete idrica, o quella del gas. Non è un insieme di cavi, fili, modem e computer. Sarebbe errato identificare la “realtà” e l’esperienza di internet alla infrastruttura tecnologica che la rende possibile. Sarebbe come dire, per fare un esempio, che il “focolare domestico” (home) si possa ridurre all’edificio abitativo (house) di una famiglia.
Internet è innanzitutto una esperienza. Finché si ragionerà in termini strumentali non si capirà nulla della Rete e del suo significato. La Rete “è” una esperienza, cioè l’esperienza che quei cavi rendono possibile così come le pareti domestiche rendono possibile l’esperienza del «sentirsi a casa». Internet dunque è uno spazio di esperienza che sempre di più sta diventando parte integrante, in maniera fluida, della vita quotidiana: un nuovo contesto esistenziale.


Le tecnologie della comunicazione stanno dunque creando un ambiente digitale nel quale l’uomo impara a informarsi, a conoscere il mondo, a stringere e mantenere in vita le relazioni, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo, guidando e ispirando i comportamenti individuali, familiari, sociali.
Anzi: se nel nostro cervello sono connessi i neuroni, in Rete sono connessi i nostri cervelli, le nostre capacità culturali, spirituali, relazionali. creando una sorta di Global Brain, come è stato definito.
Scriveva già nel 1947 Teilhard de Chardin: «Penso alla straordinaria rete di comunicazioni radiofoniche e televisive, che, forse anticipando una sintonizzazione diretta dei cervelli mediate le forze ancora misteriose della telepatia, ci correlano già tutti, attualmente, in una specie di co-coscienza».
Teilhard attribuisce alla comunicazione tecnologica un ruolo fondamentale nella creazione di una coscienza comune, di una sorta di cervello costituito dalla interconnessione non di fibre nervose non pensanti, ma di altri cervelli pensanti. Scrive Teilhard: «Sotto i nostri occhi l’umanità sta tessendo il suo cervello».
La Gaudium et spes aveva già parlato di un preciso impatto delle tecnologie sul modus cogitandi dell’uomo (n. 5).
E Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Il rapido sviluppo, individuava come territorio di impatto dei processi mediatici «la formazione della personalità e della coscienza, l’interpretazione e la strutturazione dei legami affettivi, l’articolazione delle fasi educative e formative, l’elaborazione e la diffusione di fenomeni culturali, lo sviluppo della vita sociale, politica ed economica» (Il rapido sviluppo, n. 2).
Ai nostri giorni Benedetto XVI ha parlato di «una vasta trasformazione culturale».
Gli Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010 hanno evidenziato che, agendo sul mondo vitale, i processi mediatici intervengono in maniera incisiva sull’esperienza delle persone. Dall’influsso che esercitano, dipende anche la percezione di noi stessi, degli altri e del mondo (Educare alla vita buona del Vangelo, n. 51). L’espressione è ripresa quasi alla lettera nell’Instrumentum laboris del Sinodo dei Vescovi che parla anche di «un ampliamento delle potenzialità umane» (n. 60).
La «tecnologia», dunque, non è un insieme di oggetti moderni e all’avanguardia. Essa è parte dell’agire con il quale l’uomo esercita la propria capacità di conoscenza, di libertà e di responsabilità.
Vi ricordo un fatto curioso, per certi aspetti: quella sorta di canonizzazione di Steve Jobs alla quale abbiamo assistito un anno fa esatto alla sua morte. Mai un tempo si sarebbe immaginato di poter assistere alla canonizzazione di massa dell’amministratore delegato di una azienda che produce macchine.
Se questo è avvenuto è perché queste «macchine» sempre di più stanno assumendo un valore che tocca le dimensioni dell’uomo più elevate: pensare, esprimersi, comunicare, capire il mondo. Il nostro compito come cristiani e animatori è di vedere con occhi nuovi la tecnologia e i suoi prodotti interrogandoci sul loro significato e valore nel progetto di Dio sul mondo.


2. Il significato spirituale della tecnologia digitale

Ecco un punto chiave: il legame profondo e radicale tra la tecnologia e la spiritualità. La tecnologia, scrive Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, «è un fatto profondamente umano, legato alla libertà dell’uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma la signoria dello spirito sulla materia». La tecnologia, dunque, esprime la capacità dell’uomo di organizzare la materia in un progetto di valore spirituale.
Commenterebbe P. Teilhard de Chardin: «ogni passo avanti realizzato dall’Uomo nella meccanizzazione del Mondo travalica il piano della Materia. Si aggiunge infatti alle nuove possibilità che nascono dai perfezionamenti arrecati alla materia organizzata per determinare nell’individuo un accrescimento dell’energia spirituale».
Il cristiano, quindi, è chiamato a comprendere la natura profonda, la vocazione stessa della tecnologie digitali in relazione allo vita dello spirito. Ovviamente la tecnica è ambigua perché la libertà dell’uomo può essere spesa anche per il male, ma proprio questa possibilità mette in luce la sua natura legata alla vita spirituale.
Un momento cruciale della comprensione spirituale delle nuove tecnologie fu la promulgazione del Decreto del Concilio Vaticano II Inter mirifica, il 4 dicembre 1963. che esordisce affermando che… la Chiesa accoglie e segue con speciale cura quelle meravigliose invenzioni tecniche che hanno aperto nuove vie per comunicare perchè più direttamente riguardano lo spirito dell'uomo.
Meno di un anno dopo Paolo VI in un suo discorso aveva usato parole di una bellezza sconcertante, a mio avviso. Vi cito queste parole sintetizzandole un po’: «La scienza e la tecnica ci fanno intravedere nuovi misteri: il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale».
E proseguiva il Pontefice: «Lo sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali è innalzato ad un servizio che tocca il sacro». Quindi lo sforzo dell’uomo consiste nell’infondere il «riflesso di funzioni spirituali» agli «strumenti meccanici». È questa la definizione potremmo dire «teologica» della tecnologia, la sua «vocazione». È grazie alla tecnologia che la materia può offrire «allo spirito stesso un sublime ossequio». Paolo VI sente dunque salire dall’homo tecnologicus il gemito di aspirazione ad un grado superiore di spiritualità. L’uomo tecnologico è dunque lo stesso uomo spirituale.
Paolo VI sente dunque salire dall’homo tecnologicus il gemito di aspirazione ad un grado superiore di spiritualità. L’uomo tecnologico è dunque lo stesso uomo spirituale.
La tecnologia diventa uno dei modi ordinari che l’uomo ha a disposizione per esprimere la sua naturale spiritualità. Anzi, se usate saggiamente, dunque, le nuove tecnologie, ha scritto Benedetto XVI nel suo 45° Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, «possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l’aspirazione più profonda dell’essere umano».
Dunque il credente è chiamato a un compito impegnativo: a non relegare la ricerca scientifica applicata
- a «moda» (che riduce gli strumenti a gadget) o
- a «volontà di potenza» (che riduce gli strumenti a «armi»)
- ma a considerarne il valore «umano».
Questo valore umano è quanto mai parte della nostra esperienza perché ormai noi, in un certo modo «siamo» in Rete, parte della nostra vita è là. Ci rendiamo conto ormai che noi esistiamo anche in Rete. Una parte della nostra vita è digitale. Dunque anche una parte della nostra vita di fede è digitale, vive nell’ambiente digitale.
Un mio studente africano della Pontificia Università Gregoriana una volta mi disse: «Io amo il mio computer perché dentro il mio computer ci sono tutti i miei amici».
Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni "reali" si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri.


3. La fede nell’ambiente digitale

Ecco, dunque: proprio su questo valore spirituale dell’ambiente digitale si fonda la possibilità dell’annuncio della fede in questo ambiente.
Di recente Benedetto XVI ha aperto l’Anno della fede e ha chiuso il Sinodo sulla «nuova evangelizzazione». È proprio in questo contesto che il Papa ha scelto il seguente tema della 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: «Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione».
Il Papa dunque:
1.    Definisce i social networks come «porta» e «spazio». Parlando di porte e di spazio si comprende che il Papa consideri la Rete come uno spazio di esperienza. Non, dunque, un «luogo» specifico dentro cui entrare in alcuni momenti per vivere on line, e da cui uscire per rientrare nella vita off line.
2.    ci invita a riflettere sui social networks, collegando ad essi sia la fede sia l’evangelizzazione.
In un tempo in cui la tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza, è necessario chiedersi: può la Rete essere una dimensione nella quale vivere il Vangelo? La risposta sembra decisamente positiva. E ancora: se la tecnologia e, in particolare, la rivoluzione digitale ha un impatto sul modo di pensare la realtà, ciò non finirà per riguardare anche, in qualche modo, la fede? Non avrà un impatto sul modo di pensare la fede? Come?
La questione riguarda il come la logica della Rete – con le sue potenti metafore che lavorano sull’immaginario, oltre che sull’intelligenza – sia in grado di modellare l’ascolto e la lettura della Bibbia, il modo di comprendere la Chiesa e la comunione ecclesiale, la Rivelazione, la liturgia, i sacramenti: i temi classici della teologia sistematica.
La riflessione è quanto mai importante perché risulta facile constatare come sempre di più internet contribuisce a costruire l’identità religiosa delle persone. E se questo è vero in generale, lo sarà sempre di più per i cosiddetti «nativi digitali».
Non è sufficiente dunque la riflessione sociologica sulla religiosità in internet. La riflessione cyberteologica è sempre una conoscenza riflessa a partire dall’esperienza di fede di una fides quaerens intellectum, cioè di una fede che sprigiona da se stessa un impulso conoscitivo in un tempo, il nostro, in cui la logica della Rete segna il modo di pensare, conoscere, comunicare, vivere.
La cultura del cyberspazio pone nuove sfide alla nostra capacità di formulare e ascoltare un linguaggio simbolico che parli della possibilità e dei segni della trascendenza nella nostra vita.
Cercherò di individuare alcuni ambiti più per problematizzarli che per descriverli…

I.    Capacità di «esistere»
La prima trasformazione consiste, del resto, nel significato stesso di che cosa significa esistere. Chi siamo quando siamo presenti e comunichiamo in Rete? La nostra esistenza in Rete prescinde dalla nostra presenza fisica, ma offre una forma, a volte anche vivida, di presenza sociale. La nostra vita è lì, nelle foto e nei pensieri che condividiamo, lì sono i nostri amici.
Noi, in un certo modo «siamo» in Rete, parte della nostra vita è là. Essa, certo, non è un semplice prodotto della coscienza, un’immagine della mente, ma non è neanche una realtà oggettiva ordinaria, anche perché esiste solo quando interagisco. Ci rendiamo conto ormai che noi esistiamo anche in Rete. Una parte della nostra vita è digitale. Dunque anche una parte della nostra vita di fede è digitale, vive nell’ambiente digitale.
La Rete sembra ormai essere un «tessuto connettivo» attraverso la quale esprimiamo non solamente la nostra identità, ma anche la nostra stessa «presenza». E questo ci cambia, ha una rilevanza di ordine spirituale.
II.    Capacità di cercare e trovare Dio
Una volta l’uomo era saldamente attratto dal mondo religioso come da una fonte di senso fondamentale. Come l’ago di una bussola, lui sapeva di essere radicalmente attratto verso una direzione precisa, unica e naturale: il Nord. Se la bussola non indica il Nord è perché non funziona, e non certo perché non esiste il Nord. Dio era il Nord.
Poi l’uomo, specialmente con la Seconda Guerra Mondiale, ha cominciato ad usare il radar che serve a rilevare e determinare la posizione di oggetti fissi o mobili. Il radar va alla ricerca del suo target e implica una apertura indiscriminata anche al più blando segnale, non l’indicazione di una direzione precisa. E così anche l’uomo ha cominciato ad andare alla ricerca di Dio. E la sua domanda è stata: «Dio, dove sei?». L’uomo era inteso come un cercatore di Dio, di un messaggio del quale sentiva il bisogno profondo. E oggi? Vale ancora questa immagine?
In realtà, sebbene sempre vive e vere, l’immagine della bussola e quella del radar reggono meno. L’immagine che oggi è più presente è quella dell’uomo che si sente smarrito se il suo cellulare non ha campo o se il suo device tecnologico (computer, tablet o smartphone) non può accedere a qualche forma di connessione di rete wireless. Se una volta il radar era alla ricerca di un segnale, oggi invece siamo noi a cercare un canale di accesso attraverso il quale i dati possano passare.
L’estrema conseguenza è la logica introdotta dal sistema push che funziona in maniera opposta a quello pull. Il primo implica il fatto che quando un dato è disponibile (una mail, ad esempio) io lo ricevo in maniera automatica perché tengo aperto un canale di ricezione. Il secondo sistema implica il fatto che io possa andare a recuperarlo quando ho voglia di stabilire una connessione.
L’uomo oggi più che cercare segnali, è abituato a cercare di essere sempre nella possibilità di riceverli senza però necessariamente cercali. Dunque, in altre parole: si vive senza fare tante domande su Dio: Se esiste, si farà vivo in qualche modo. Per questo oggi nessuno è ateo in maniera radicale.
L’uomo da bussola prima e radar poi si sta trasformando, dunque, in un decoder, cioè un sistema di accesso e di decodificazione delle domande di senso sulla base delle molteplici risposte che lo raggiungono senza che lui si preoccupi di andarle a cercare.
Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, cioè riconoscerlo per me importante, significativo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo.
Allora è importante oggi non tanto dare risposte. Tutti danno risposte! Oggi è importante riconoscere le domande importanti, quelle fondamentali. E così fare in modo che nella nostra vita resti aperta, che Dio ci possa ancora parlare.
Un mio amico ha fatto una osservazione: «secondo san Paolo solo lo Spirito Santo è un motore di ricerca davvero affidabile per i cristiani, effettuando ricerche semantiche che superano ogni motore». E quindi mi cita Romani 8,26: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare»…
La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento. Il discernimento spirituale significa riconoscere tra le tante risposte che oggi riceviamo quali sono le domande importanti, quelle vere e fondamentali. È un lavoro complesso, che richiede una grande preparazione e una grande sensibilità spirituale.
III.    Capacità di fare «comunità»
La vera novità dell’ambiente digitale è la sua natura di social network, cioè il fatto che permette di far emergere non solo le relazioni tra me e te, ma le mie relazioni e le tue relazioni. Cioè in rete emergono non solo le persone e i contenuti, ma emergono le relazioni. Comunicare dunque non significa più trasmettere ma condividere.
Un dato tra i tanti possibili: nel mondo su 7 miliardi di popolazione mondiale, 2.5 miliardi sono connessi con un aumento dal 2000 al 2012 del 566%.
Nella sua omelia per la solennità della Pentecoste del 2012 Benedetto XVI ha posto una domanda importante e impegnativa: «È vero, abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare, di avere informazioni, di trasmettere notizie, ma possiamo dire che è cresciuta la capacità di capirci o forse, paradossalmente, ci capiamo sempre meno?».
È una domanda che ha un significato che potremmo definire radicale: basta moltiplicare le connessioni per sviluppare la comprensione reciproca tra le persone e le relazioni di comunione?
Ecco allora la nostra vocazione al tempo della connessione relazionale: la vocazione a vivere la Rete da luogo di «connessione» a luogo di «comunione». Il rischio di questi tempi è di confondere i due termini: la connessione non produce automaticamente una comunione.
Essere connessi non significa automaticamente essere in relazione. La connessione di per sé non basta a fare della Rete un luogo di condivisione pienamente umana.
Ora, la storia dell’umanità (dal cacciatore all’aggregazione degli imperi) è una storia di aggregazione e connessione…
a)    Il legame intrinseco tra tecnologia della comunicazione e il desiderio di comunione richiede una «visione» dell’uomo e del suo sviluppo sulla terra. In questo Teilhard de Chardin è stato grande profeta. Non è possibile far qui la storia dell’umanità, ovviamente. Tuttavia sappiamo come l’uomo nasce cacciatore. Gli uomini si aggregavano sotto forma di gruppi di cacciatori disseminati qua e là, poi in forma di gruppi di agricoltori e quindi sono nate le prime civiltà e i primi imperi. La rete si trova all’interno di questo processo di aggregazione e connessione dell’umanità.
La tecnologia recente, con l’invenzione della ferrovia, dell’automobile, dell’aereo, ha fatto sì che l’influenza fisica di ogni uomo, che una volta era ridotta a pochi chilometri, si estendesse a migliaia di kilometri. Grazie alla rete ogni individuo si trova ormai presente allo stesso tempo in tutti i mari e i continenti, coestensivo alla Terra.
È necessaria una meditazione prolungata su questa tensione dell’umanità all’aggregazione. La Rete è una tappa del cammino dell’umanità che il credente sa essere mosso, sollecitato e guidato da Dio.
Un dato tra i tanti possibili: nel mondo su 7 miliardi di popolazione mondiale, 2.5 miliardi sono connessi con un aumento dal 2000 al 2012 del 566%. Il digital che divide persiste (Africa 15%, Asia 27%, Medio Oriente 40%, America Latina 43%, Europa 63%, Oceania 68%, Nord America 79%)
b)    Benedetto XVI nel suo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni del 2009 ha letto teologicamente questo desiderio che, scrive il Papa, «va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia».
Questa affermazione del Papa è importante perché connette direttamente la trasformazione di internet inteso come social network, il cosiddetto web 2.0, alla chiamata di Dio che vuol fare dell’umanità un’unica famiglia.
Ecco dunque un compito specifico del cattolico in Rete: far maturare la Rete da luogo di «connessione» a luogo di «comunione».
c)    Ma per la comunione che i cattolici sperimentano nella Chiesa non basta una comunicazione bella, buona, sana. Non basta: la comunione non è frutto dei nostri sforzi. La Chiesa non è frutto di un «consenso», cioè un «prodotto» della comunicazione. Se fosse così, sarebbe a forte rischio la comprensione della Chiesa come «corpo mistico», che sembra diluirsi in una sorta di piattaforma di connessioni.
Il rischio è di pensare che la comunione avvenga non più attraverso un mezzo simbolico (liturgia) ma attraverso un mezzo tecnico…
Se le relazioni in Rete dipendono dalla presenza e dall’efficace funzionamento degli strumenti di comunicazione, la comunione ecclesiale invece è radicalmente un «dono» dello Spirito. È questo dono che trasforma la connessione in comunione.
* Occorre notare un rischio rilevante: la Rete come bolla filtrata…


IV. Capacità di testimoniare la fede
La logica dei network sociali, nella sua accezione migliore, va proprio in questa direzione. La società digitale non è più pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti. Non ci sono innanzitutto le cose, ma le «persone». Ci sono soprattutto le relazioni: lo scambio dei contenuti che avviene all’interno delle relazioni tra persone. La base relazionale della conoscenza in Rete è radicale.
Si capisce bene dunque quanto sia importante la categoria e la prassi della testimonianza. È questo un aspetto determinante. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. Facciamo un esempio: se oggi voglio comprare un libro e farmi una opinione sulla sua validità vado su un social network di libri o una libreria on line e leggo le opinioni. Così se voglio acquistare musica. Ma gli esempi si possono moltiplicare: si tratta sempre e comunque di quegli user generated content.
Queste hanno più il taglio delle testimonianze che delle classiche recensioni: spesso fanno appello al personale processo di lettura e alle reazioni che ha suscitato. La «testimonianza» è da considerare dunque, all’interno della logica delle reti partecipative, un «contenuto generato dall’utente».
La logica delle reti sociali ci fa comprendere meglio di prima che il contenuto condiviso è sempre strettamente legato alla persona che lo offre. Non c’è, infatti, in queste reti nessuna informazione «neutra»: l’uomo è sempre coinvolto direttamente in ciò che comunica. Ciascuno è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità e il proprio compito nella conoscenza.
In questo senso il cristiano che vive immerso nelle reti sociali è chiamato a un’autenticità di vita molto impegnativa: essa tocca direttamente il valore della sua capacità di comunicazione. Infatti, ha scritto il Papa nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2011, «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali».
La tecnologia dell’informazione, contribuendo a creare una rete di connessioni, dunque sembra legare più strettamente amicizia e conoscenza, spingendo gli uomini a farsi «testimoni» di ciò su cui fondano la propria esistenza. La testimonianza sta diventando la vera forma privilegiata di comunicazione nell’ambiente digitale.
Direi più decisamente: oggi comunicare significa testimoniare. La fede quindi non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche.
Evangelizzare non significa affatto fare «propaganda» del vangelo. Non significa «trasmettere» messaggi di fede. Il vangelo non è un messaggio tra i tanti altri. Dunque evangelizzare non significa «inserire contenuti dichiaratamente religiosi» su Facebook e Twitter. E inoltre la verità del Vangelo non trae il suo valore dalla sua “popolarità” o dalla quantità di attenzione che riceve.
Testimoniare dunque significa innanzitutto vivere una vita ordinaria alimentata dalla fede in tutto: visione del mondo, scelte, orientamenti, gusti, e quindi anche modo di comunicare, di costruire amicizie e di relazionarsi fuori e dentro la Rete. E di conseguenza anche, come ha scritto il Papa, «testimoniare con coerenza, nel proprio profilo digitale e nel modo di comunicare, scelte, preferenze, giudizi che siano profondamente coerenti con il Vangelo, anche quando di esso non si parla in forma esplicita».
La Chiesa in Rete non è chiamata dunque a una «emittenza» di contenuti religiosi, ma a una «condivisione» del Vangelo in una società complessa.
V. La capacità di interiorizzazione
La vita spirituale dell’uomo contemporaneo è certamente toccata dal mondo in cui le persone scoprono e vivono le dinamiche proprie della Rete, che sono interattive e immersive. L’uomo che ha una certa abitudine all’esperienza di internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione.
E generalmente «interiorità» è sinonimo di profondità, mentre «interattività» è spesso sinonimo di superficialità. Saremo condannati alla superficialità? È possibile coniugare profondità e interattività? La sfida è di grande portata.
Come leggiamo in una riflessione della Conferenza episcopale del Brasile, «I media non sono, nella loro essenza, nemici dell’interiorità, ma è doveroso lavorare per una cultura mediatica che si apra alla trascendenza e promuova gli autentici valori spirituali» . La domanda è: come?
Sostanzialmente possiamo constatare che l’uomo di oggi, abituato all’interattività, interiorizza le esperienze se è in grado di tessere con esse una relazione viva e non puramente passiva, recettiva. L’uomo di oggi ritiene valide le esperienze nelle quali è richiesta la sua «partecipazione» e il suo coinvolgimento.
Nel web inteso come luogo antropologico non ci sono «profondità» da esplorare ma «nodi» da navigare e connettere tra di loro in maniera fitta. Ciò che appare «superficiale» è solamente il procedere in modo, magari inatteso e non previsto, da un nodo all’altro. La spiritualità dell’uomo contemporaneo è molto sensibile a queste esperienze.
Dunque: «la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione».
Quale sarà dunque la spiritualità di quelle persone il cui modus cogitandi è in fase di «mutazione» a causa del loro abitare nell’ambiente digitale?
L’uomo oggi è chiamato ad imparare a vivere la propria spiritualità in una maniera interattiva e immersiva con la Parola di Dio. E questo è anche una delle principali sfide educative dei nostri giorni. Il rischio di perdere il valore delle soste meditative, del silenzio, del bisogno di interiorizzazione è grande e va evitato in tutti i modi.
Una via per evitare questa perdita consiste nell’evitare di opporre troppo velocemente profondità a interazione, superficialità a interiorizzazione.