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Tappe della vita di un prete...

 

Tappe della vita di un prete…

Comunicazione di Don Angelo De’ Donatis al Consiglio presbiterale della Diocesi dii Roma

(Mons. Angelo De Donatis, già padre Spirituale al Pontificio Seminario Romano Maggiore,
ora Parroco alla Basilica di San Marco in Piazza Venezia in Roma)

gruppo monteberico1.

La prima tappa, quella della purificazione del cuore, è tendenzialmente senza limiti di tempo, ma arriva ad un assestamento intorno ai trentacinque-quarant’anni. E’ certamente il periodo delle scelte decisive della vita, come quella di abbracciare il celibato, di diventare prete e di accogliere in obbedienza la missione che ci viene affidata dal vescovo, ma tutto questo si incontra/scontra con le dinamiche di crescita della personalità. Al cuore di questa tappa c’è quindi l’incontro credente con il Signore Gesù e la tensione trasformativa che l’azione dello Spirito Santo, lo Spirito cristificatore, realizza in noi. In fondo il compito di questo periodo della vita è diventare persone libere centrando l’esistenza nell’unico asse che la sorregge, la relazione vivificante e trasformante con Dio, e solidificare tale “assetto” in modo tale che, nei disordini e confusioni che accompagnano questa fase, si ritorni sempre a tale relazione.

a)    Quella della giovinezza è una fase piena di entusiasmi ma anche di disordini e di offuscamenti, legati al fatto che la personalità è un fascio ancora non ben armonizzato di passioni. E’ quindi necessario che cresca la consapevolezza di sé, del proprio passato spesso doloroso e ferito, così capace di determinare ancora nel presente i miei stati d’animo, il mio modo di relazionarmi, le mie azioni, persino il modo di sentire Dio vicino o lontano… Prendere consapevolezza senza illusioni e mascheramenti del proprio io e imparare ad accoglierlo, ad accettare la mia vita per quello che mi ha dato e per quello che non mi ha dato, sapendo che grazie al Signore anche le ombre possono rivelare una misteriosa ma reale fecondità…

b)    Determinante in questa fase è fare i conti con quella parte del mio passato che riguarda i rapporti con l’ambiente che mi ha generato, in modo particolare le figure paterna e materna. Assenze affettive o al contrario eccessive dipendenze possono essere ferite che si sclerotizzano dentro di me e si manifestano continuamente nelle mille relazioni che vivo nell’oggi, nelle ansie o nelle svogliatezze con cui svolgo i compiti del ministero, nelle angosciose proiezioni con cui affronto il futuro. Da questo punto di visto è necessario maturare una rottura con tale ambiente d’origine, in modo tale da creare uno spazio di libertà in cui poter sentire la presenza di Dio come Padre e Madre e nel quale i fratelli e le sorelle possano essere accolti come “in casa”.

c)    Perché questo avvenga è necessario che il percorso di conoscenza di sé si realizzi non da soli ma con il Signore e con gli altri. La consapevolezza delle mie ferite e dei peccati mi spinge a rimettermi davanti al Signore, più nudo e più vero rispetto a quando ho cominciato il mio cammino di cristiano e di prete, per affidarmi a Lui e al suo perdono. E’ possibile vivere ferite e peccati senza Dio e senza Cristo, quasi volendo far tutto da soli: in questo caso l’esistenza oscillerà tra sensi di colpa e orgogli narcisistici. Oppure si realizzerà la mia prima grande conversione al Signore e il linguaggio con cui ho imparato ad esprimere la fede diventerà autentico , profondo, personale. Finalmente saprò parlare agli altri della misericordia di Dio e della bellezza di essere un figlio suo, benedetto, amato, liberato, perché io l’avrò sperimentato nella verità della mia vita.

d)    Far in modo che emerga continuamente questo nucleo fondamentale, questo sacrario dell’esistenza credente è forse il primo compito di chi accompagna un prete in questa fase della vita…. Se non avviene questa prima conversione al Signore (gli antichi padri la chiamavano contrizione del cuore o battesimo nelle lacrime) spesso non scaturisce neppure una vera vita spirituale, una vita nello Spirito. L’accompagnatore dovrà soprattutto lavorare sulla tendenza negativa a non scendere nelle profondità di se stessi, a rimanere sulla superficie, a fuggire da sé dando sempre la colpa agli altri o alle strutture, a perdersi nelle mille cose da fare… per mettersi invece in verità davanti all’amore di Dio: non fuggire davanti a Dio che ti cerca per guarire le ferite e perdonare il peccato…

2.

La seconda tappa è quella dell’elezione, dello scegliere davvero il Signore e conformare tutta la vita a Lui. Va collocata nel nostro contesto culturale tra i quaranta e i settant’anni, e rappresenta il
periodo più intenso dal punto di vista del ministero pastorale, per esperienza acquisita e per
responsabilità affidate dal vescovo. Dal punto di vista personale, umano e spirituale, questa fase
punta a realizzare una reale trasformazione della vita del prete nel Cristo padre e pastore, una
conformazione graduale ma reale che coinvolge tutte le facoltà della persona, la sua affettività, lo
stile del suo operare. Il sì a Dio diventa pieno, definitivo, senza ripensamenti, perché è passato
attraverso il fuoco del crogiolo di tante crisi; l’interiorità del prete rivela una fecondità frutto dello
Spirito Santo, per cui è “dal proprio pozzo” che scaturisce la Parola di Dio donata agli altri e
l’energia necessaria per accompagnarli…

a)    Si cresce attraverso le crisi, le tentazioni (togli le tentazioni e nessuno potrà salvarsi!). La crisi in questo periodo può essere anche molto più seria della fase precedente, quella giovanile, perché più radicale. Infatti, deposte le illusioni e le manie di grandezza, si può far spazio dentro di me una disillusione, una sorta di insoddisfazione accompagnata da  malumore, che mi spinge a ripiegarmi su veri e propri idoli: sono gli idoli tipici di chi inizia a sentire l’incontrovertibilità delle scelte definitive e, allontanandosi dal Signore, tenta inconsciamente di riprendersi qualcosa. La forma che prende tutto questo può essere molteplice: rinchiudersi nella dimensione gestionale-amministrativa del ministero (parroco manager o burocrate); creare legami affettivi morbosi e spesso vissuti in maniera assolutizzante; cadere in una vita sessuale ossessiva, ripetitiva, devastante dal punto di vista dello sdoppiamento della personalità; irrigidirsi e fissarsi sui principi e sulle regole, in modo da essere incapaci di equilibrio umano, di comprensione verso gli altri, di empatia verso i loro problemi; fissarsi sul riconoscimento del proprio ruolo, “sull’avanzamento” della propria carriera ecclesiastica, sulla difesa del proprio spazio di potere…

b)    Tutte queste forme hanno in comune la fuga dalla relazione con il Signore e dal vero sé e la preoccupazione maniacale per un idolo. Non raramente possono spingermi ad abbandonare tutto, magari accusando gli altri: tutto è da riformare, tranne me stesso. E anche se rimango nel ministero, il Signore è ormai scomparso dal mio orizzonte profondo: il linguaggio di fede, l’esercizio del ministero, diventano una finzione insopportabile e la Parola di Dio e i sacramenti sono “il materiale” del mio lavoro, senza alcun coinvolgimento interiore. Per uesto il Signore interviene spesso improvvisamente nella nostra vita per abbattere questi idoli, per farli a pezzi. Sono crisi necessarie, suscitate dal Signore per riformare la nostra vita. Scrive Enzo Bianchi: “questa visita di Dio non è mai bella, assume piuttosto i connotati di una sofferenza e di una lacerazione, ma resta sempre un’occasione, magari l’unica, nella quale Dio esige da noi una spoliazione più radicale per poterci rivestire con la sua grazia. Dio vuole che abbandoniamo i nostri idoli, le nostre proiezioni su di lui, per incontrarlo quale egli è: fuoco divorante e medico delle nostre ferite” (pag. 206)

c)    Se mi lascio rigenerare dal Signore, attraverso queste esperienze di crisi, davvero la mia appartenenza a Lui diviene piena e radicale. Il Signore diventa “l’unica cosa necessaria”, l’unico motivo di vivere: il resto davvero non conta. Il suo volto di misericordia abita la nostra solitudine, solitudine finalmente divenuta bella, accettata e trasfigurata in capacità di compagnia verso gli altri. La sequela del Cristo diventa “scegliere di stare con lui” dove lui sta e come lui ci sta: nell’ultimo posto, da povero. Il mio cammino personale diventa un conformare la mia identità alla sua; il rapporto con Gesù perdente agli occhi del mondo è “l’essere messi con Gesù” nell’umiltà della sua vicenda. Emerge nella mia vita una “sapienza evangelica”, una capacità di lettura in profondità dell’esistenza, che arricchisce e attira chi ho vicino, ed è una lettura che mette al primo posto la grazia, l’iniziativa e il dono di Dio, spesso così libera e audace rispetto ai nostri schemi. Per questo fiorisce una vera paternità spirituale: senza nessuna forzatura, senza alcune pretesa di guidare qualcuno, il nostro accompagnare gli altri diventa un aiutarli a comprendere cosa il Signore “sta già facendo in loro”. Tutta la nostra personalità è ribaltata: prima c’è il Signore e la sua grazia, noi ne seguiamo le orme, ne riconosciamo le tracce, ne assecondiamo le spinte vitali… Il mistero pasquale diventa il centro della nostra spiritualità: tutto quello che so è Cristo e questi crocifisso.

3.

La terza fase è l’età anziana, quella in cui ci si prepara alla morte, e che da questa preparazione riceve un’incomparabile fecondità. Il processo di spoliazione messo in atto dal Signore arriva alla sua pienezza: liberati da tutto attendiamo di incontrarci con lui. Non meno di altre fasi della vita anche questa può essere compromessa da errori, ripiegamenti su se stessi, autentiche regressioni: ma queste deviazioni assumono un aspetto ancora più disperante, perché ormai ci aspetta il termine della vita e abbiamo l’impressione di aver fallito l’esistenza.

a.    Se abbiamo confuso la sequela del Signore con “il fare” la vecchiaia rappresenta un grosso smacco: veniamo messi da parte, considerati superati, non più capaci di efficienza e di prontezza di riflessi nelle decisioni. Se ci siamo aggrappati al nostro ruolo, se siamo un po’ malati di protagonismo la percezione di aver perso tutto invecchiando non è da meno: siamo troppo dipendenti dal riconoscimento degli altri per poter essere liberi di vivere la solitudine di chi si prepara ad andare alla morte. Insomma, i nodi non sciolti dalla misericordia di Dio vengono tutti alla luce turbandoci anche nel momento in cui potremmo vivere il riposo e la serenità. Il Signore anche in questa situazione è percepito lontano, se non addirittura ostile: è quello che mi toglie tutto ciò che mi aveva donato…

b.    Nell’età anziana quindi abbiamo bisogno di assolvere ad alcuni compiti spirituali: unificare tutto il passato, ponendolo sotto lo sguardo della misericordia di Dio, perché non frequentemente i fantasmi degli errori fatti continua a tormentarci (purificazione della memoria); renderci familiare ed amica la morte, sorella morte, preparandoci a viverla come colei che ci permette di incontrare il Signore, quasi “scegliendola” e non subendola, per un atto di puro abbandono (“Quando verrà, fai che sia bella la morte: un atto di puro abbandono nelle mani dell’Amore”: Divo Barsotti); imparare a dire addio (A-Dio) alle cose e alle persone, soprattutto a quelle che abbiamo tanto amato, nella serenità dell’orizzonte della resurrezione di Cristo; maturare uno sguardo sempre più contemplativo sulla realtà, una “grandezza d’animo” (macrothumia) che ci permetta di cogliere la presenza del Signore anche lì dove nessuno la vede, di scoprire il disegno di Dio nelle situazioni di croce più apparentemente disperate, ma che allo sguardo profondo rivelano già di essere cariche di resurrezione

c.    Questa sapienza divina ha bisogno di tutto l’arco della vita per maturare in noi! Bisogna passare attraverso tutte le tappe per diventare annunciatori della fedeltà e della misericordia del Signore. E’ questo ciò che un anziano è chiamato a fare: indebolito nelle forze, impara a puntare all’essenziale, che è l’annuncio del primato della grazia di Dio alle generazioni più giovani. Divenuto il custode del mistero di Dio, lo annuncia senza gridarlo, lo testimonia in maniera trasparente nell’umiltà che vive, accompagna i suoi fratelli con una umanità profonda, che non si scandalizza più di niente, ma anzi che comprende ogni cosa, ogni moto del cuore umano, con la saggezza di chi sa che ogni strada può essere quella di cui Dio si serve per incontrare l’uomo… In questa pace e serenità del cuore, divenuto davvero spirituale (cioè: trasfigurato dallo Spirito), irradia una luce di cui difficilmente gli altri indovinano il segreto…

Efrem il Siro:

Signore, la mia vita declina di giorno in giorno
e invece i miei peccati crescono.
O Signore, Dio delle anime e dei corpi
Tu che conosci la mia debolezza e me l’hai fatta conoscere
concedimi la tua forza, sostienimi nella mia miseria,
affonda i miei peccati nella tua misericordia
e conservami il tuo amore sino alla fine.
Così in me, ormai vecchio e senza forza, mostrerai di essere un Dio fedele, forte e pieno di
misericordia. Amen