Home Spiritualità Il problema dell'identità e dello stile di vita del presbitero motivi per "ridefinire" la sua figura oggi

Il problema dell'identità e dello stile di vita del presbitero motivi per "ridefinire" la sua figura oggi

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 (Consigli fraterni ai presbiteri)

Il prete vive una condizione di smarrimento per i cambiamenti in atto nella società. Occorre che egli recuperi la propria identità di pastore che dona la vita per il gregge a lui affidato. La riscoperta dell'essenziale nel ministero fa emergere le virtù tipiche del suo essere uomo di Dio e la sua passione per l'uomo. La necessità della formazione permanente per saper leggere i segni dei tempi.

C'è un modo di essere prete che sempre più conosce il "disagio" pastorale. Le molte cose da fare, le tante supplenze, i ritmi di vita accelerati provocano una sorta di "crisi" del ruolo del presbitero che non intacca direttamente la sua identità quanto il suo stile e il suo modo di "fare il prete". Egli si trova ingolfato, con mille impegni, in una prassi pastorale attuata in un contesto culturale che si va sempre più scristianizzando, così che, vedendo andare a vuoto buona parte della sua fatica, egli prova un sentimento di disagio.

Vivere in un clima di insicurezza vuol dire mettersi a rischio di una insidiosa patologia: la sindrome del "burnout", che colpisce chi si occupa e si fa carico dei problemi degli altri. Si sta diffondendo anche tra gli operatori pastorali la sindrome del "burnout", caratterizzata dalla caduta emozionale nell'esercizio della professione, da un rapporto interpersonale sempre più spersonalizzato, da stanchezza fisica e psichica, da depressione e da esaurimento delle proprie energie.

Tale sindrome, dovuta a superlavoro, a eccessivo coinvolgimento nelle situazioni degli altri, alla mancanza di equilibrio tra le proprie forze e le richieste altrui, colpisce medici, psicologi, infermieri, insegnanti, educatori, preti, specie i missionari, e produce somatizzazioni, disturbi neurovegetativi, disadattamento psicologico, smarrimento delle proprie idealità. Capita che le persone dedite a curare gli altri si ritrovino a dover prendere cura di se stesse "svuotate" nell'interiorità, oltre che nel fisico. Sapendo che prevenire è meglio che curare, vogliamo suggerire delle attenzioni, seguendo le quali il sacerdote può essere in grado di progettare una vita pastorale dai ritmi saggi e sostenibili e così andare oltre il disagio.

 

Riappropriarsi dell'identità presbiterale

È indispensabile operare una coscientizzazione del proprio essere prete, recuperando i motivi profondi della vocazione presbiterale: chiamati a essere pastori, oggi, proprio come Gesù di Nazaret.1 Il presbitero è testimone del mistero, "uomo di Dio", agisce in persona Christi, prolunga e attualizza la presenza di Cristo nell'oggi: è la ripresentazione sacramentale di Cristo capo e pastore. Con il radicamento cristologico del presbitero si armonizza e si integra la prospettiva ecclesiologica. Nella chiesa mistero di comunione e di missione si coglie l'identità del presbitero, quale maestro della Parola, ministro dei sacramenti e guida della comunità.

Il presbitero consegue la "perfezione" cristiana nell'esercizio del ministero, come pastore che dona la propria vita per le pecore, sull'esempio di Gesù Cristo buon pastore. Orbene, il presbitero deve recuperare la vitalità spirituale della relazione con Dio, con Cristo e con lo Spirito che si fa relazione con i fratelli, insieme ai quali è chiamato a camminare. Perciò non vale, davanti agli occhi di Dio, il tanto che fa, ma l'amore che porta nel cuore. Si tratta di coltivare particolarmente quel rapporto personale e intimo con Dio, quel legame contemplativo e "mistico", quella carica spirituale che diviene "l'anima di ogni apostolato".

Il presbitero è uomo di preghiera, di vita spirituale, interiormente abitato dallo Spirito, che "rimane con Dio" e, in compagnia di Gesù, si mette al servizio della chiesa. La sua fede si coniuga con la carità pastorale che è partecipazione della stessa carità pastorale di Gesù Cristo buon pastore che ha dato la vita per il gregge. Il contenuto essenziale della carità pastorale è il totale dono di sé a Dio e alla chiesa, sull'esempio di Cristo.

I presbiteri avvertono, nell'esperienza quotidiana, quanto sia urgente l'esigenza di evitare la dispersione in tante attività e di trovare un centro che assicuri l'unità. Proprio la carità pastorale costituisce questo centro, perché è la sorgente del ministero presbiterale vissuto come amoris officium, ossia come un compito, un dovere, un servizio d'amore.2 Una buona maturità spirituale permette di non subire il "pondus" della cura pastorale, ma di padroneggiarlo, mettendo pure in conto la fatica con la conseguente stanchezza, unita a gioia e pace del cuore per operare bene.

Il card. Tettamanzi ha invitato i presbiteri a osare la santità, che è gioia vera dell'essere discepoli del Signore, e a plasmare il loro essere in rapporto a Cristo, facendo sì che i lineamenti del volto del Signore si riflettano sul volto spirituale dei sacerdoti, rendendoli sempre più "icona" di Cristo che ha donato la vita.3

Il card. Martini, parlando ai preti del loro ministero, oggi in bilico tra efficientismo pastorale e grigia rassegnazione, lo presentava come il cammino di affidamento alle mani amorose del Padre e di abbandono alla sua volontà che dà la pace dello spirito, nella fiducia che è Cristo annunciato che salva il mondo.4

 

Riscoperta dell'essenziale nel ministero

Dietro il cumulo delle incombenze è necessario operare un oculato discernimento tra ciò che è accessorio e ciò che è essenziale e aiutare i presbiteri, spesso sbilanciati sulle troppe cose da fare, a ridare spessore spirituale al proprio lavoro apostolico.5

Occorre precisare che l'ordine sacro va considerato sì come un grado della chiesa istituzionale, ma più ancora come sacramento della chiesa-mistero. È chiaro che la chiesa è visibile e storica, con leggi, organizzazione, gerarchia: in questa prospettiva il prete ha tante incombenze, ha molte cose da fare, anche con possibilità di carriera; ma la chiesa è mistero, segno e strumento della presenza della Trinità e della comunione con Dio e coi fratelli, e il presbitero, secondo questa lettura, diviene il testimone del mistero e il servitore della comunione.

Nella progettazione pastorale non deve predominare l'efficienza della struttura, ma la preoccupazione dell'incontro salvifico dell'uomo con Dio e degli uomini tra loro, per cui risulta fuori luogo lo sfogo di certi preti: "Ho troppo da fare, non ho tempo per ascoltarti!". Essenziale nel ministero è puntare all'evangelizzazione e così portare la persona, che è "sacra", alla fede e alla vita di carità. Fondamentalmente l'essere prete è un servizio al vangelo, alla "buona notizia" che ogni uomo è figlio di Dio, amato da Dio così come è, chiamato a vivere da figlio di Dio e da fratello con gli altri uomini. Quindi il sacerdote mette al primo posto del suo operare non l'organizzazione, ma l'uomo che ha sete di felicità e che ha bisogno di essere accolto, ascoltato e orientato a Dio.

Nel libro di Brovelli Voi che mi avete seguito si allude agli investimenti esagerati per aspetti organizzativi e amministrativi, cui non corrisponde un reale sforzo di evangelizzazione. Si ha l'impressione che si aggiunga sempre qualcosa da fare e non si tralasci mai nulla. Si avverte il bisogno di maggiore scioltezza: lo slancio missionario ha bisogno di leggerezza e semplicità.6

Mons. Bruno Maggioni, parlando ai preti di Brescia, il 31 agosto 1999, li esortava ad andare all'essenziale e al cuore della pastorale: annuncio e scoperta gioiosa di Dio che ama l'uomo. Si tratta di adottare mezzi "leggeri" e carichi di freschezza evangelica per annunciare il regno di Dio.

Il card. Martini aveva incentrato tutto il suo programma pastorale sulla Parola: In principio è la Parola (lettera pastorale 1981); Sulla tua Parola (lettera pastorale 2001). Dall'inizio alla fine del suo ministero episcopale la parola di Dio è stata la stella polare che ha ispirato il cammino della comunità cristiana milanese, una Parola da ascoltare, cui obbedire, da cui ripartire, divenendo discepoli della Parola.7

 

Le semplici virtù che un pastore deve possedere

Innanzitutto lo zelo per la causa del Regno, la passione per il Vangelo unita al dialogo con l'uomo contemporaneo, in clima di nuova evangelizzazione. Il pastore deve essere l'uomo dalla serena relazione personale e comunitaria che ne fa dono ai fratelli. Va notato che, in un tempo di torpore morale e religioso, di indifferentismo e, spesso, di pratico ateismo, il presbitero deve avere la fierezza e il coraggio dell'annuncio: è la "parresia" di cui parlano gli Atti degli apostoli, cioè il coraggio che nasce dal sapere che l'annuncio che si porta, al di là degli ostacoli incontrati, è salvifico.

Oltre al coraggio, va messa in atto una "fantasia creativa" in grado di escogitare forme nuove di pastorale dei lontani, di rievangelizzazione dei cristiani d'anagrafe, ormai estranei ai valori religiosi, e degli analfabeti di ritorno, senza tralasciare la cura dei cristiani impegnati. Prezioso patrimonio perciò risulta essere un'"immaginazione creativa" e una mentalità progettuale che sappia partire dall'esistente per trovare metodi più efficaci di pastorale.

Un'altra virtù del presbitero, che vive in un contesto di pluralismo e di frammentazione, quale persona che "presiede" e guida una comunità, consiste nel "carisma della sintesi", nella capacità di esercitare il ministero dell'unità e della comunione: egli deve essere l'uomo delle "mediazioni", della sintesi cristiana sia a livello culturale che a quello della vita di comunità. Egli deve essere attento a risvegliare e coordinare doni e carismi che lo Spirito Santo suscita nella chiesa, a valorizzarli e armonizzarli, rivolto alla tenace ricerca della comunione, superando radicalizzazioni ed estremismi.

Altra virtù è la pazienza: i presbiteri devono essere "pazienti" come il contadino che semina e attende, sperando nell'uomo e ancor più in Dio, che sa operare il miracolo della salvezza.8

È da auspicare poi che il presbitero, libero da eccessive responsabilità, nutra una dedizione alla parola di Dio e all'approfondimento dei problemi che assillano l'uomo, così che sia in grado di pensare le vie della comunità con alto respiro culturale, senza pretese accademiche, e possa offrire ad essa stimoli, perché coltivi un'elevata tensione ideale e sappia proporre alla società un supplemento d'anima.9

Infine, tra le virtù vogliamo annoverare, la capacità di cambiamento che un prete deve possedere.

 

Capacità di cambiamento in sintonia con la storia

Il prete è uomo "capace di cambiare":10 cambiare "posto di lavoro", accettando onore e oneri che questo comporta; cambiare tono, stile e metodo pastorale a servizio di una chiesa innestata in una società in movimento. Deve essere pure capace di accettare, come tappe importanti, i cambiamenti che si susseguono nella vita: la giovinezza, l'età matura, la vecchiaia.

Fa specie quel perdurare di atteggiamenti giovanilistici in età matura (sono patetici certi parroci che, nostalgici del ruolo precedente, vogliono fare il parroco e il curato in concorrenza con il loro curato-cappellano) o quell'incapacità di accettare i limiti della senilità, che si riscontra talvolta negli ambienti ecclesiastici.

Oggi sono auspicabili preti duttili, flessibili, fedeli a Dio e fedeli all'uomo, a servizio del quale sono destinati. Per essere tali, devono vivere in stato di formazione permanente, intesa come processo costante di rigenerazione pastorale, a seconda delle esigenze della comunità. In essi, secondo la Pastores dabo vobis (n. 79), deve permanere quella vitalità, quella giovinezza dello spirito, che conserva vivo il desiderio di imparare e di crescere di continuo. Ed è proprio la formazione permanente che mantiene questa giovinezza dello spirito, formazione che conosce la sua prima fase nel seminario, dove si insegna a imparare e dove i seminaristi imparano a imparare cos'è la vita presbiterale e come la si traduce concretamente in ogni momento.11

È necessario oggi preparare personalità dotate di forte spiritualità: forti nella fede, salde nella vocazione, flessibili nella mediazione e nella declinazione del messaggio evangelico nella società.12

Non risulti superflua, da ultimo, la raccomandazione ai preti di condurre un ritmo di vita "normale".

 

Una vita sostenibile: cura di sé per aiutare gli altri

Il card. Martini come antidoto all'"ingorgo pastorale" suggeriva ai presbiteri, tra le altre cose, una santità di vita che tenesse conto dei momenti di preghiera personale e di riposo, di distacco ogni tanto dalle occupazioni che incombono, di fraternità vissuta, di sollievo del corpo e dello spirito e familiarmente consigliava ai "cari confratelli" di lavorare meno, di lavorare più uniti e di pregare di più.13 Senza sottovalutare l'invito a coltivare una forte tensione spirituale, con una gran fiducia nella Provvidenza e nel Cristo risorto, vogliamo sottolineare il suggerimento del cardinale, affinché i sacerdoti abbiano una "regola di vita" sana, normale.

La formazione permanente contempla la formazione personale che rende il prete profondamente umano, vicino al vivere della gente e capace di uno standard di vita "igienico", con tempi impegnati e tempi di relax, con un'alimentazione regolare e con momenti di tranquillità. Occuparsi del proprio benessere fisico e psicologico non significa ripiegarsi su se stessi, ma avere cura di sé come requisito indispensabile per aiutare gli altri. Vale il consiglio: avere cura di sé per potersi occupare degli altri.

In conclusione, siamo consapevoli di aver dato qualche indicazione per una rigenerazione del presbitero e per un suo approccio pastorale più adeguato al contesto sociale attuale, così da essere in grado di superare in parte il disagio pastorale, sapendo che per superarlo completamente bisognerebbe procedere a sciogliere dei nodi strutturali inerenti alle modalità di evangelizzazione, come ad esempio risolvere il problema del rapporto preti-laici, parrocchia-movimenti, il nodo delle unità pastorali…

Questi suggerimenti mirano pertanto a vedere presbiteri occupati sì in molteplici impegni pastorali, ma contenti della loro identità, che vivono in intima relazione con Dio, attenti alle istanze dell'uomo contemporaneo, capaci di coniugare nella vita la passione per Dio e per l'uomo, di ritirarsi "sul monte e nel tempio" e di entrare nel mondo, quali evangelizzatori e lievito, per accendere la speranza ed educare alla carità.

don Franco Dorofatti

 

1 Scalia F., "Finirai per soccombere tu e il tuo popolo" (Es 18,18), editoriale in Presbyteri, 33, (1999), pp. 164-167; Pernigotti G., "Affanno pastorale. Uscirne si può", Sett. 3 ottobre 1999, n. 35, p. 3; Masseroni E., Il sacerdote segno di Cristo Pastore, Edizioni CVS, Roma, 2001.

2 Cf. Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, nn. 22-24.

3 Tettamanzi D., La vita spirituale del prete, Piemme, 2002.

4 Martini C.M. e altri, Abbandonarsi a Dio, Àncora, 2002.

5 Scalia F., "Finirai per soccombere tu e il tuo popolo" (Es 18,18), editoriale in Presbyteri, 33, (1999), pp. 167-169; Visconti G., "Al limite della guardia", in Presbyteri, 33 (1999), n. 3, pp. 179-180; Martini C.M. e altri, Lo spirito dell'apostolato, Àncora, 2002.

6 Brovelli F., Voi che mi avete seguito. Ministero e sequela, Àncora, Milano 1988, pp. 60-62.

7 Martini C.M., Vi affido alla Parola, Le "consegne" di un pastore, Àncora, 2003.

8 "Paziente come il contadino", in La rivista del clero italiano, 75 (1994), 12, pp. 805-806.

9 Citrini T., "Quale modello di parrocchia e quale pastorale della carità a partire dalle esigenze del territorio", in Aa.Vv., Parrocchia e dintorni, ed. Àncora, 1993, pp. 48-49.

10 Gelardi G. (a cura), "Cercasi prete di qualità", Sett., n. 33/1999, p. 11.

11 GambinoV., "La formazione permanente nel sacerdote nell'esortazione apostolica "Pastores dabo vobis"", Sacrum Ministerium, IV (1998), n. 2, pp. 7-9.

12 Offi M., I preti, Il Mulino, 1998, p. 88.

13 Martini C.M., Io vi darò riposo, Omelia nella messa crismale del giovedì santo 1999, Centro Ambrosiano, Milano 1999, p. 19.