Home Spiritualità Vivere la storia come la propria casa

Vivere la storia come la propria casa

 

Introd Teologia_EAD_

IL LIBRO DEL TEOLOGO PAGAZZI PUBBLICATO DALLE EDIZIONI DEHONIANE INVITA AD "ENTRARE" NELLA STORIA CHE DIO STA COSTRUENDO E CI AIUTA A RAVVIVARE LO STUPORE PER IL MISTERO DEL NATALE…

Abitare la casa di Dio per sentirsi a casa

La casa dove il vangelo è familiare è la storia degli uomini. Ciò che Dio ci vuole comunicare si inserisce nel "funzionamento" originario della nostra umanità, ossia nelle emozioni e nei sentimenti, negli affetti e nei legami che strutturano la nostra esperienza delle cose. Ad-domesticare la parrocchia, realtà importante nella tradizione cattolica italiana.

Contro ogni tentazione di tipo gnostico che vorrebbe renderla pura esperienza dell'intelligenza o della parte più alta dello spirito, la fede cristiana ha da sempre tenuto ferma la sua fedeltà al mistero dell'incarnazione, di un Dio che non sceglie di salvare l'uomo e il suo mondo nonostante l'umanità del mondo e la mondanità del mondo, ma piuttosto grazie e attraverso di esse.

È il grembo pur fragile della carne - dice Tertulliano - il cardine della salvezza. Tale impostazione deriva poi esattamente dalla prassi di Gesù, per il quale non c'è aspetto dell'umanità dell'uomo e della stessa mondanità del mondo che non possa diventare "luogo" di rivelazione di quel Dio dell'amore e di quell'amore di Dio, che costituisce la verità buona del suo vangelo. Basterebbe prestare ascolto alle parabole con le quali egli introduce a questo mistero santo che sostiene il cammino, nella speranza, di ogni credente. In esse si parla di tutto ciò che costituisce l'elementare della nostra vita: dagli alberi agli animali selvatici e domestici, dai campi alle vigne, dagli oggetti di uso quotidiano ai momenti di festa, dalle piante che nutrono ai fiori che addolciscono il nostro sguardo. C'è, dunque, come un vangelo dentro le cose: dentro, appunto, non semplicemente dietro o oltre! Di questo egli si sente innanzitutto debitore nei confronti dei suoi ascoltatori.

E lo sguardo di Gesù, che nasce dal suo specifico stile di stare in questo mondo, ha la forza di restituire il legame originario che abita tra le cose e tra esse e Dio, quel legame originario inscritto fin dalla fondazione del mondo. Quel legame, che il credente scopre essere proprio Gesù. In fondo, l'esperienza della fede cristiana potrebbe essere indicata come capacità dell'uomo di lasciarsi istruire, alla scuola di Gesù, di ciò che già è presente nella verità del mondo e che la vicenda di morte e risurrezione di Gesù ha finalmente liberato dall'opacità prodotta dal peccato dell'uomo.

Su una tale frequenza si colloca il coraggioso e fruttuoso percorso di studi cristologici da anni avviato da don Giovanni Cesare Pagazzi, che ha avuto già ampi e prestigiosi riconoscimenti in Italia e all'estero. L'ultimo prezioso tassello di un tale lavoro è stato appena pubblicato dalle EDB con il suggestivo titolo Sentirsi a casa. Abitare il mondo da figli.

Il vangelo della casa

Chi conosce l'opera di Pagazzi, ritroverà in queste pagine la sua straordinaria capacità di intelligenza della Scrittura, la sua profonda sensibilità per quanto la cultura filosofica contemporanea va portando alla luce del senso dell'umano, il suo felice ascolto della grande tradizione letteraria e, infine - cosa quasi mai scontata per un testo di teologia -, un saggio conciso, vergato con una scrittura godibile ed elegante, mai contorta o ostile, anche quando il lettore è accompagnato nei pressi di ragionamenti di particolare pregnanza.

La scommessa teorica che innerva questo studio - dedicato (come quasi tutti gli altri del nostro autore) a scoprire sempre e daccapo, sempre di nuovo e più in profondità, l'identità di Gesù - è quella per la quale il gesto elementare che permette ad ogni uomo di accedere al mondo - il gesto di nascere in e abitare una casa - possieda risorse insospettate per rinnovare quell'incontro con il vangelo di Gesù e con il Gesù del vangelo, che alla fine decide la qualità della fede di ogni discepolo di ieri e di oggi.

Il tema è così annunciato: «Tutti (o quasi) abitano una casa - sia essa in muratura, legno, stoffa, paglia, pelli e perfino ghiaccio - ovvero tutti vorrebbero averne una. Il desiderio di abitare in un luogo affidabile è forte poiché è connesso alla questione dell'identità: uno è a seconda di dove è, dove e come abita o ha abitato. Ciò è valso anche e soprattutto per Gesù, Figlio di Dio che "venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv1,14) e al quale fu chiesto da chi per primo lo seguì: "Dove abiti?" (Gv 1,38).

Questo libretto cerca di accostare l'identità di Gesù - e quindi quella dei suoi discepoli - a partire dal gesto feriale e ovvio del suo abitare, considerando il luogo in cui egli si è sentito a casa. Il testo tenta di evidenziare come lo sguardo del Signore restituisca il carattere originariamente "domestico" a tutte le cose e le persone del mondo. Infatti, le sacre Scritture, fin dalla prima pagina, mostrano che volontà di Dio è che il mondo intero diventi una casa dove abitare confidenti, liberi dalla paura. Dal modo di stare al mondo di Gesù si dirà che, parafrasando un'espressione del vangelo di Giovanni, "mai un uomo ha abitato come abita quest'uomo!" (cf. Gv 7,46). Nessuno come lui si è mai sentito così a casa nel mondo» (12).

Ne deriva, sul versante nostro, cioè quello dei discepoli, che la sequela di Gesù non potrà non avere una sua particolare coloritura domestica, un suo specifico modo di segnare il nostro stare al mondo, che va pertanto riscoperto e attualizzato. E possiamo già annunciare al lettore le splendide pagine del capitolo finale dedicate proprio a una rilettura domestica di quella realtà così cattolica che è la parrocchia, di cui da anni si invoca un rinnovamento e un sussulto di novità. Pagine da non perdere assolutamente. Ma procediamo con ordine.

Nei primi due capitoli - In principio la casa e Accasarsi - vi è un iniziale accostamento al tema della casa e al gesto dell'abitare, attraverso l'interrogazione di alcune pagine bibliche e di altre pagine della letteratura mondiale. Si tratta di un esordio leggero e promettente, che stimola l'immaginazione del lettore a far credito alla realtà della casa. Essa, infatti, sin dalle prime pagine della Bibbia, si annuncia come strutturalmente legata al mistero della creazione e a quello della salvezza (si pensi semplicemente alla vicenda di Noè) e, inoltre, come realtà che decide non solo l'inizio e la fine dell'avventura umana (creazione e salvezza, appunto) ma la qualità ultima della sua presenza nel mondo. Alla casa è legata un'intera interpretazione possibile dell'essere al mondo dell'uomo. Un'intera ontologia.

A una tale normalmente insospettata risorsa propria della casa e dell'abitare, Pagazzi giunge dopo aver ricordato le vicende di Ulisse e di Alcesti, la storia di Hänsel e Gretel, dopo aver attraversato di nuovo alcune celebri pagine di Heidegger e di altri esponenti della filosofia e psicologia contemporanea, dopo essersi lasciato impressionare dai racconti di un Kafka, che mettono in luce anche l'ambivalenza della casa, la quale - come ogni realtà - è sempre affidata alla libertà dell'uomo che la vive. In ogni caso, si dovrà, con l'autore, riconoscere che la casa rappresenta «il contesto dove inizia l'ontologia, la primissima percezione della realtà, della sua forma e del suo senso. Essa offre il presentimento di ciò che la realtà è, o dovrebbe, o avrebbe dovuto essere, ovvero il preannuncio di ciò che la realtà tutta potrà essere. E, se è vero che il senso originario favorito dalla casa è quello dell'affidabilità, dell'attendibilità, ne risulta che l'esperienza domestica indica una promessa: prima o poi il mondo diventerà affidabile come la casa e la casa si farà grande tanto quanto il mondo» (p. 47). Non solo. Nell'esperienza della casa vi è l'auspicio che «che tutta la realtà venga percepita come affidabile così da sconfiggere la paura. La dinamica "dentro"/"fuori", non traccerà più il confine tra l'amico e il nemico, ma sarà piuttosto come la sistole e la diastole del cuore, entrambe necessarie alla vita» (48).

Abitare una casa, dunque, ci rinvia al nostro essere al mondo con il supporto di una promessa, di un'attesa, che è poi il sostegno misterioso ma efficace della nostra stessa capacità di assumere impegni, di farci garanti di alcune promesse, di mostrarci interlocutori attendibili degli altri, di far sì che altri si sentano a casa presso di noi.

Dove si trova la casa di Dio

Sulla scorta dei primi due capitoli e delle loro illuminanti anticipazioni e indicazioni di orizzonte, Pagazzi, nel terzo e quarto capitolo - Se il Signore non costruisce la casa… e La pietra scartata - si mette in ascolto della rivelazione biblica antico- e neotestamentaria, non solo per portare a galla che cosa la parola di Dio dice della casa, ma più in profondità per cogliere come la consistente realtà della casa e dell'abitare umano illuminano e sono a loro volta illuminati dal rivelarsi di Dio nelle vicende del popolo di Israele prima e nella vicenda di Gesù, dopo, che in verità ricapitola e porta a compimento la rivelazione stessa.

Ripercorrendo le diverse fasi della rivelazione di Dio a Israele - i patriarchi, la comparsa dei re e dei profeti, le vicende dell'esilio e la promessa di una nuova alleanza -, Pagazzi ci restituisce "sul vivo" la potenza della parola della casa nel riuscire a sempre meglio definire l'identità di Dio e del suo popolo e, alla fine, l'identità stessa di un'alleanza che sia degna e all'altezza dell'uno e dell'altro.

Non vi è aspetto della complessa - e quindi anche potenzialmente ambigua - realtà della casa che non venga messo all'opera nelle pagine dell'Antico Testamento, trovando il suo acme in quella promessa, formulata dal profeta Ezechiele secondo la quale lo Spirito di Dio sarà posto "dentro" i credenti, troverà cioè dimora/casa nel loro cuore (Ez 36,24-28). Ed è una promessa feconda: non solo perché annuncia la fine di un esilio politico, ma più radicalmente perché scongiura ogni possibile situazione di esilio del cuore dell'uomo sulla terra: «Se il Signore viene a soggiornare nell'uomo significa che, nonostante tutto, lo ritiene affidabile; proprio come ci si sente al sicuro nella casa dove si vive. Accasandosi nell'uomo, Dio rivela la sua fiducia in lui a cui si affida come chi, abitando, si fida delle cose e delle persone di casa. Dimorando in lui, Dio rende l'uomo capace di abitare la terra, poiché lo ad-domestica, abituandolo a stringere, con le cose e le persone, legami stabili e reciproci, eco-logici ("voi siete miei e io sono vostro"), come quelli di casa» (62).

In Gesù un tale dinamismo giunge al suo compimento. Proprio nelle pagine del quarto capitolo emerge tutta la perizia e abilità teologica di Pagazzi. Sono una piccola scuola elementare di come dovrebbe svilupparsi ogni autentico accostamento alla rivelazione che Gesù compie ed è. Alla fine dei conti, non si tratta mai semplicemente di strappare e condensare in una formula magica l'insegnamento di Gesù. Piuttosto, si deve avere la disponibilità a in-seguirne lo sguardo, ad assumerne la prospettiva, a captare le movenze del suo farsi prossimo e ospitale alle cose della realtà e alla realtà delle cose, in vista dello scioglimento della possibile ambiguità cui il peccato dell'uomo le sottopone.

Questo si dà pure per l'esperienza della casa: «Sia essa la dimora in muratura, dove fremono i legami identificanti, ovvero il luogo interiore di ogni persona, i vangeli mostrano l'opacità e l'ambivalenza della casa: può diventare lo spazio dove albergano malattia, peccato e morte, perfino nella forma eclatante dell'abitazione diabolica; tuttavia, dentro le sue mura, continua a vibrare una promessa che allude all'identità buona e alla vicinanza efficace eppur discreta del regno di Dio. Di fronte a siffatta opacità, l'atteggiamento di Gesù è, da una parte, quello di evangelizzare la casa, liberandola dall'ambivalenza e facendone a pieno titolo luogo della salvezza; dall'altra, è quello di ascoltare attentamente il vangelo inscritto nella casa "fin dalla fondazione del mondo" (Mt 13,35). Il comportamento di Gesù nei riguardi della casa manifesta quindi la sua differenza specifica: lui solo è in grado di sciogliere l'ambivalenza che rende vana la promessa; nondimeno, seppur esclusiva, siffatta differenza specifica non è escludente, giacché include e raccoglie il senso universale dell'abitare come luogo di rivelazione del Regno» (p. 71).

Grazie a una tale felicissima impostazione, Pagazzi può giungere al cuore della sua analisi partendo proprio da un detto di Gesù, che sembrerebbe, a prima vista, smentire l'accennato apprezzamento per la realtà casa. Si tratta di quella parola secondo la quale, in Mt 8,20, «il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo», cosa invece garantita perfino alle volpi e agli uccelli. Giustamente Pagazzi ricorda che, nella scena successiva al momento in cui pronuncia queste parole, Gesù addirittura si addormenta sulla barca, in mezzo ad una vera e propria tempesta sul lago.

Ed ecco il commento: «Non c'è che dire: "Il Figlio dell'uomo non ha luogo dove posare il capo", eppure è in grado di dormire finanche navigando in acque burrascose! Se "il Figlio dell'uomo" allude alla casa - come del resto a "tane" e "nidi" - quale spazio di riposo tranquillo, al sicuro da ogni paura, egli non ha "dove" riposare non per difetto, ma per eccesso di casa, tant'è che perfino un posto mortalmente pauroso com'è un lago in tempesta è per lui luogo dove avere pace, spazio affidabile, ad-domesticabile e alla fine effettivamente addomesticato. Il mondo intero è per "il Figlio dell'uomo" posto adatto a riposare; vale a dire: il mondo intero è ai suoi occhi una casa. "Il Figlio dell'uomo", quindi, intravede nel mondo il disegno di colui che, creando, edificava la casa, spazio libero dalla paura, idoneo a custodire e promuovere la vita» (72). Non solo. Pagazzi insiste sul fatto che, nel collegare sé alla realtà della dimora, Gesù preferisca per sé il titolo di Figlio dell'uomo, titolo che egli solo si assegna e attraverso il quale, da una parte, collega la sua vicenda a quella dell'intera umanità e, dall'altra, indica che la singolarità della sua prospettiva sul mondo è quella più adatta per stare al mondo. Per chiunque.

Precisamente, il segreto di questa affidabilità del carattere domestico del mondo è per Gesù il suo essere da sempre "figlio": «Che proprio "il Figlio dell'uomo" avverta il mondo come casa significa altresì - con riferimento alla sua incomparabile posizione di Rivelatore definitivo - che egli sente e mostra attraverso il carattere domestico del mondo, l'affidabilità e l'attendibilità di colui che da sempre gli ha donato la vita e - reciprocamente - fidandosi dell'attendibilità di questo dono, il Figlio percepisce il mondo intero come una casa. Trova casa ovunque chi si affida al Padre» (74).

E questo è il punto il cui il titolo - Sentirsi a casa - e il sottotitolo di questo straordinario saggio teologico - Abitare il mondo da figli - si sovrappongono, giungono a collimare, si fondono e restituiscono un modo originalissimo per dire il senso della fede cristiana, anche in un tempo come il nostro attraversato da non pochi elementi di autentico spaesamento e disorientamento, che generano naturalmente sentimenti di paura e di angoscia.

Ad-domesticare la parrocchia

Messo in luce il cuore del libro, da cui dipartono altre e interessantissime letture della missione di Gesù nel mondo, del mistero della sua morte e della sua risurrezione, del rapporto di Gesù con i suoi discepoli, del significato dell'aver fede, dell'attesa escatologica di cieli e terra nuovi, cui rinviamo con ogni entusiasmo il lettore, vorremo ora ascoltare la parola che un tale "vangelo della casa", così ben evidenziato da Pagazzi, ha da rivolgere a quella realtà così importante per la tradizione cattolica italiana che è la parrocchia, spesso definita famiglia di famiglie, fontana del villaggio, casa dei credenti e che oggi sembra vivere una stagione non particolarmente felice.

I vescovi italiani, qualche anno fa, avevano lanciato un preciso appello per un rinnovamento del volto della parrocchia, che pare opportuno ricordare: «Da tempo la vita non è più circoscritta, fisicamente e idealmente, dalla parrocchia; è raro che si nasca, si viva e si muoia dentro gli stessi confini parrocchiali; solo per pochi il campanile che svetta sulle case è segno di un'interpretazione globale dell'esistenza. Non a caso si è parlato di fine della "civiltà parrocchiale", del venire meno della parrocchia come centro della vita sociale e religiosa. Noi riteniamo che la parrocchia non è avviata al tramonto; ma è evidente l'esigenza di ridefinirla in rapporto ai mutamenti, se si vuole che non resti ai margini della vita della gente» (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 2).

La parola "parrocchia", ora, manco a dirlo, porta già nel nome inscritta una parentela con la realtà della casa e per questo il libro di Pagazzi le dedica alcune pagine particolarmente stimolanti. Dopo aver ricordato che il termine deriva dal greco pároikos, che può indicare sia "vicino di casa" che più di frequente "confinante", da cui il significato più in uso di pellegrino, straniero, forestiero, sulla scia della riflessioni precedenti, il testo invita a riscoprire maggiormente il primo significato del termine. La parrocchia, insomma, sarebbe da intendere non solo come insieme di pellegrini, ma anche come un vicinato, che opera per la trasformazione in casa dello spazio nel quale essa è collocata. Sarebbe cioè da leggere come «un insieme di case vicine col compito di rendere domestiche persone e cose, affinché l'ambiente risulti "edificato", portatore della promessa della casa» (98).

Da qui deriva, infine, un possibile indirizzo e orizzonte di rinnovamento delle nostre parrocchie: «"Andare in parrocchia" consentirebbe quindi di abbeverarsi nuovamente al miracolo dell'attendibilità, che riaccende e conserva la fiducia nell'affidabilità presente e veniente del mondo, nonostante la quotidiana esperienza di ambienti spaesanti, quando non addirittura ostili. Per far questo, la parrocchia deve coraggiosamente assumere il criterio dell'edificazione. Ciò comporta una rinnovata amicizia tra il "dentro" e il "fuori", tipica di ogni casa ben riuscita. Richiede, inoltre, uno stile favorevole alla stabilità e attendibilità delle relazioni, così da liberare, poco a poco, dalla paura e dal risentimento dovuto al sentirsi sempre in credito col mondo. Infine, implica la promozione di un'esperienza tipicamente domestica: l'abitudine.

Troppo spesso (senza dubbio con buona intenzione) anche la pastorale parrocchiale ha dato credito eccessivo a iniziative straordinarie, di sicuro attraenti, e tuttavia, poiché non abituali, difficilmente in grado di formare l'habitus. Esso è ciò che custodisce la vita perfino senza il pieno apporto della consapevolezza, e permette la persistenza dell'identità anche in stagioni diverse e situazioni sfavorevoli. La pratica della fede, speranza e carità fino all'abitudine crea una "casa interna" che fa sentire a casa sempre e appronta uno stile coerente fin nel dettaglio. L'abitudine edifica, e persone edificate, dalla fede ospitale, sono a loro volta edificanti, e quindi effettivamente "parrocchiani": vicini portatori della promessa domestica in fabbrica, in ufficio, a scuola, in famiglia e nei luoghi di divertimento» (99).

Il tutto senza dimenticare mai che nessun luogo - dalla casa alla parrocchia sia pur addomestica - è privo di ambiguità e di complessità che proprio l'esperienza della fede, e cioè l'accoglienza di sé in quanto figli di un Padre affidabile e attendibile, permette di sciogliere e attraversare con libertà. Senza paura né risentimenti.

Uno stile inconfondibile

È stato giustamente scritto che alla fine dei conti la fede cristiana altro non è se non un corpo a corpo a mani e cuore nudi con un giovane ebreo (Sequeri), la cui vita e la cui parola hanno inaugurato, a partire dalla radice santa di Israele, uno stile nuovo di essere e vivere il mondo e l'umano. Questo piccolo straordinario libro vuole ora convincerci - e ci riesce - che questo valga anche per l'esperienza elementare della casa e dell'abitare. Infatti, si può e si deve dire che mai un uomo ha abitato come abita Gesù, perché nessuno come lui - il primo di una moltitudine di fratelli - si è mai sentito così a casa nel mondo.

don Armando Matteo

Pagazzi G.C., Sentirsi a casa. Abitare il mondo da figli, coll. "Nuovi saggi teologici", EDB, Bologna 2010, pp. 122, € 11,00.

 

(Da “settimana del clero” n. 42 del 2010)