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Anatomia di un crollo (muro di Berlino)

 
Una complessa trama di coincidenze ha indebolito un impero che sembrava inattaccabile
 
Imprevedibilmente trent’anni fa crollava il muro di Berlino (eretto nel 1961); con esso cadde un sistema politico, che nel nome di Marx e di Lenin, era diventato una super-potenza mondiale, che con un regime poliziesco violava la dignità e la libertà dei cittadini e sosteneva apertamente l’ateismo. Per capire l’importanza del crollo dell’impero sovietico, di cui la caduta del muro di Berlino è l’evento simbolo, dobbiamo ritornare con la mente alla situazione europea a partire dal 1945 in poi.
 
L’Europa era uscita dalla tremenda avventura della seconda guerra mondiale stremata e lacerata da orrori e gigantesche distruzioni. In seguito agli Accordi di Yalta, risultava divisa in due blocchi contrapposti politicamente e ideologicamente. Questa spaccatura dell’Europa significò di fatto anche una divisione del mondo in due blocchi, l’uno contro l’altro armato e ambedue in possesso della bomba atomica; anzi in possesso di sempre più potenti bombe atomiche, allo scopo — si diceva — non di usarle, ma di dissuadere l’altro blocco dal far ricorso a esse. Furono gli anni della cosiddetta guerra fredda e dell’equilibrio del terrore.
 
L’impero sovietico (Urss e i Paesi satelliti) sembrava solidamente installato, con apparati di partito ben strutturati e col sostegno di una efficiente polizia statale, oltre che di un imponente esercito. Molti prevedevano che tale sistema politico sarebbe durato a lungo. Qualcuno diceva “per secoli”. Sembrava realmente un colosso intramontabile.
 
Il sistema sovietico nel 1989 crollò inaspettatamente, con incontenibili esplosioni di esultanza che accompagnarono il rapido incalzare di quegli eventi, tanto che qualcuno parlò di miracolo, come disse il presidente Vaclav Havel. Era infatti umanamente imprevedibile quel crollo, e l’aspetto più sorprendente fu che avvenne senza una guerra, ma pacificamente, senza spargimento di sangue (eccetto l’episodio accaduto in Romania con l’uccisione del presidente della nazione).
 
La Chiesa è molto cauta nel riconoscere l’avverarsi di un miracolo, anche se la fede cristiana crede nella possibilità dei miracoli e crede nella Provvidenza Divina, la quale, pur rispettando la libertà e la responsabilità degli uomini, tiene nelle sue mani le sorti di questo mondo e veglia sulla storia. Chi crede sa che Dio opera invisibilmente nei cuori umani e nella storia e che Dio ha tanti modi per intervenire sia negli animi che nel groviglio delle circostanze e delle coincidenze.
 
Non possiamo entrare nei misteri che solo Dio conosce; è tuttavia spontaneo pensare che la mano di Dio, grazie anche alle intense preghiere, sia intervenuta per porre fine alle immani sofferenze di moltissimi cristiani che furono messi a morte o perseguitati da quel regime totalitario. Pur credendo nella possibilità dell’intervento di Dio nella storia, a noi mortali spetta di cercare spiegazioni razionali circa quanto accadde 30 anni fa in Europa.
 
Gli elementi che influirono furono certamente molti. Ragionando dai tetti in giù, possiamo dire che furono decisive la presenza e l’azione nello stesso momento storico di Papa Giovanni Paolo II, che veniva da un Paese satellite dell’Unione Sovietica e che con una forza incontenibile difese e proclamò il rispetto dei diritti umani e dei diritti dei popoli, denunciando con coraggio i mali e le ingiustizie anche dei Paesi oltre la cortina di ferro. Con forza sostenne l’importanza del rispetto delle libertà fondamentali e diede decisivo appoggio morale a Solidarno??.
 
La linea di pensiero e il coraggio di Giovanni Paolo II fecero crescere negli intellettuali e nelle popolazioni dei Paesi sotto l’egemonia dell’Urss il desiderio di un cambiamento politico. Inoltre consacrò la Russia alla Madonna insieme con tutti i vescovi cattolici del mondo il 25 marzo 1984, come la Madonna aveva chiesto a Fatima. Reagan, presidente degli Stati Uniti, attuò una politica forte contro l’impero sovietico e inoltre manifestò una indiscutibile superiorità militare con la creazione dello “scudo spaziale” protettivo contro eventuali attacchi dell’Urss.
 
Gorba?ëv che, nato ed educato nel comunismo, quando giunse al vertice di quel regime (1985) seppe riconoscere che nell’impero sovietico c’era qualche cosa di errato e che doveva essere cambiato. Incominciò così a parlare di perestrojka: desiderava che il comunismo continuasse, ma per garantirne il futuro riteneva giusto fare delle riforme e apportare al regime qualche correzione e innovazione. Fece aperture politiche ed economiche, come pure adottò una linea di maggior rispetto dei diritti dei Paesi satelliti. Significativo fu anche il ritiro dell’esercito russo dall’Afganistan.
 
Nelle decisioni difficili che dovette prendere nel 1989 manifestò saggezza e umanità. Solidarno??, il sindacato degli operai polacchi, diede la prima spallata contro il regime sovietico. Certamente influì non poco anche la peggiorata situazione economica, ma, se non si fossero trovati insieme, nello stesso momento storico, i quattro fattori fondamentali ricordati prima, difficilmente avremmo assistito agli avvenimenti del 1989, che trovarono nella caduta del Muro di Berlino il loro evento simbolico. Per cui i menzionati tre personaggi, più Solidarno??, possono essere considerati in qualche senso i protagonisti di quel crollo, sia pure in modi e in misure differenti.
 
A preparare quel crollo contribuirono anche altri importanti fattori. Un elemento che silenziosamente ma efficacemente influì nel creare le condizioni del crollo del sistema sovietico va ricercato nei principi affermati nell’Atto Finale della Conferenza di Helsinki. Il colmo è che fu l’Urss, in nome anche dei Paesi del Patto di Varsavia, a prendere l’iniziativa di tale conferenza, dedicata alla cooperazione e alla sicurezza europea. La finalità a cui mirava il mondo sovietico con tale conferenza era di consolidare il proprio dominio in Europa. Invece i principi affermati operarono in senso contrario e manifestarono che le idee, quando sono giuste, hanno una propria forza che alla lunga vince.
 
All’inizio della conferenza tutte le delegazioni misero nei famosi “tre cesti” le loro proposte da discutere. L’Italia e la Svizzera, a cui subito si unirono i rappresentanti degli altri Paesi occidentali, proposero che si discutesse e poi si inserisse nell’atto finale dell’incontro il riconoscimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali con l’impegno al loro rispetto. Per intervento della Delegazione della Santa Sede fu inclusa fra i diritti anche la libertà dell’individuo di professare e praticare la propria religione, agendo secondo i dettami della propria coscienza.
 
Le delegazioni dei Paesi dell’Europa Orientale non si opposero e si limitarono a chiedere che non si parlasse solo di “religione” ma anche di “credo”, cioè di convinzioni personali anche laiche. Così nell’Atto finale di Helsinki gli Stati partecipanti si impegnarono solennemente a rispettare alcuni grandi principi e valori fondamentali: i diritti umani e le libertà fondamentali compresa quella di religione.
 
In quel momento i rappresentanti del blocco sovietico forse non si resero pienamente conto dell’influsso che di fatto quei principi avrebbero avuto, penetrando progressivamente nella mentalità delle persone e nella sensibilità dell’opinione pubblica con sviluppi imprevisti. Quelle decisioni furono un atto di fondamentale e innovativa importanza. Furono un passo verso un mondo più libero e democratico.
 
Mi sembra utile una digressione per ricordare qualche notizia circa la partecipazione della Santa Sede a tale conferenza come membro, a pieno titolo come tutti gli altri. L’invito giunse in Vaticano tramite l’Ambasciata di Ungheria presso l’Italia. Alcuni, compreso il cardinale Villot, segretario di Stato, trattandosi di un’iniziativa che veniva dall’Unione Sovietica, temevano che la presenza della Santa Sede a tale conferenza potesse essere strumentalizzata. Erano pertanto contrari ad accettare l’invito. Gli arcivescovi monsignor Casaroli e monsignor Benelli erano invece favorevoli alla partecipazione della Santa Sede, sia perché il tema della cooperazione rientrava nei compiti propri della Santa Sede, sia perché erano convinti dell’utilità di essere presenti per portare il pensiero cristiano nella trattazione degli argomenti che sarebbero stati affrontati.
 
Paolo VI ascoltò gli uni e gli altri e, dopo una approfondita riflessione, decise in favore della partecipazione, perché riteneva vantaggioso che la Santa Sede fosse presente per portare il proprio contributo alla discussione. Incaricò di occuparsi della questione l’allora monsignor Casaroli, affiancato da monsignor Silvestrini.
 
La partecipazione della Santa Sede risultò di grande utilità, perché nel dibattito poté appoggiare con vigore la proposta dei Paesi che chiesero di inserire nell’atto finale il riconoscimento e l’impegno al rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali. Inoltre la delegazione della Santa Sede riuscì in quel contesto a fare inserire nell’Atto finale il principio del diritto alla libertà di religione e ad agire secondo i dettami della propria coscienza.
 
Vi fu poi una felice doppia coincidenza: nel sorteggio della presidenza delle varie sessioni della conferenza, nella prima riunione alla Santa Sede toccò il primo posto. Così l’arcivescovo Casaroli fu il primo a prendere la parola. Poté così presentare fin dall’inizio dei lavori la visione e gli auspici della Santa Sede sul tema della cooperazione e della sicurezza.
 
Nella seduta conclusiva degli interventi ufficiali, invece, il sorteggio diede alla Santa Sede l’ultimo posto. Il cardinale Casaroli ne fu lietissimo, perché essendo l’ultimo a parlare (1 agosto 1975) poté terminare le sue parole, invocando «sugli sforzi di tutti gli uomini di buona volontà lì riuniti e sulle speranze dei popoli del continente europeo l’aiuto e la protezione di Dio». Il cardinale Casaroli fu contento di aver potuto mettere il nome di Dio, come ultima parola dei discorsi ufficiali, quasi a suggello di tutto il lavoro umano di Helsinki. Nessuno reagì a queste parole religiose, pronunciate in un contesto tanto laico.
 
Ma torniamo ai motivi che favorirono il crollo del 1989. Papa Giovanni Paolo ii che cosa disse in merito alla caduta del Muro di Berlino? Egli ne parlò soprattutto nell’enciclica Centesimus annus, che pubblicò in occasione del centenario dell’enciclica Rerum novarum. In tale documento il Papa affermò che «Il fattore decisivo, che ha avviato i cambiamenti» avvenuti in Europa nel 1989, è certamente la reazione alla “violazione dei diritti del lavoro”. Furono proprio gli operai a iniziare, con i grandi moti avvenuti in Polonia in nome della solidarietà, l’attacco che portò alla caduta del sistema sovietico.
 
Furono le folle dei lavoratori a delegittimare l’ideologia che pretendeva di parlare in loro nome. Davvero curioso sbocco per un sistema che pretendeva di sostenere gli operai e di venire incontro alle loro aspirazioni.
 
Papa Giovanni Paolo II rilevava poi in tale enciclica che alla caduta del blocco sovietico si arrivò mediante una lotta pacifica, portata avanti facendo uso delle sole armi del dialogo, della giustizia e della verità, e cercando anche di risvegliare nella coscienza dell’avversario il senso della comune dignità umana (cfr. Centesimus annus n. 23).
 
Un altro fattore decisivo — diceva ancora Papa Giovanni Paolo II — fu l’inefficiente efficacia del sistema economico posto in atto fino ad allora. Tale inefficienza non si doveva tanto agli aspetti tecnici, ma piuttosto al non pieno riconoscimento del diritto all’iniziativa, del diritto alla proprietà e alla libertà nel settore dell’economia.
 
La lotta per la difesa del lavoro si collegò poi con quella per la cultura, per i diritti nazionali e per la vita morale delle nazioni. Contribuì anche l’impegno non violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità (Centesimus annus n. 24).
 
Scavando ancora più a fondo nelle varie ragioni che influirono sui cambiamenti avvenuti nel 1989, Giovanni Paolo ii affermava che la vera causa delle carenze del sistema era dovuta al vuoto spirituale provocato dall’ateismo, il quale aveva lasciato prive di basi etiche le nuove generazioni e in non rari casi le aveva indotte, nell’insopprimibile ricerca della propria identità e del senso della vita, a riscoprire le radici religiose della propria nazione. Questa ricerca della propria identità era rimasta sempre viva nei cuori perché fu sostenuta dalla testimonianza di quanti, nella persecuzione e in circostanze difficili, erano rimasti fedeli a Dio.
 
Il marxismo-bolscevico aveva cercato di sradicare Dio dal cuore umano, ma i risultati hanno dimostrato che si tratta di un’impresa destinata al fallimento, perché non è possibile sradicare Dio dal cuore umano senza sconvolgerlo.
 
La conclusione del ragionamento del Papa nell’enciclica Centesimus annus è che, quando una società si organizza riducendo o addirittura sopprimendo la legittima sfera della libertà (compresa quella di religione), il risultato è che la vita sociale progressivamente si disorganizza e decade (cfr. Centesimus annus n. 24).
 
Nell’elenco delle molte cause determinanti in questo evento storico non va poi dimenticato che ci furono nel mondo sovietico anche episodi di cedimento all’interesse privato, conflitti di potere, incompetenze professionali, burocratismo, ingiustizie sia all’interno dell’Urss sia nei Paesi satelliti, la cui radice ultima era da cercarsi nell’abbandono dei valori umani, morali e spirituali.
 
La caduta del Muro di Berlino segnò la chiusura nel mondo della guerra fredda e rappresentò la fine di una notte lunga e sofferta. Una pagina di storia di rilievo mondiale era stata definitivamente voltata.
 
di Giovanni Battista Re

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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