Home Eventi Senza fretta- · Contro la tentazione del fideismo che dimentica l’opera dello Spirito

Senza fretta- · Contro la tentazione del fideismo che dimentica l’opera dello Spirito

 
La tentazione più forte che sperimenta il sacerdote novello preso dall’ardente anelito della salvezza delle anime è la fretta per convertirle.
 
Questa velocità supersonica che ci trascina ha invaso anche l’area dell’apostolato; è diventata una moda; e la moda è — secondo una felice affermazione di Paolo VI — «la grande fascinatrice e la grande fabbricatrice di gregari»; pertanto, non abbiamo già originalità, né nell’apostolato né nell’educazione della gioventù. Non sappiamo imprimere il sigillo della nostra personalità; forse perché non ce l’abbiamo, oppure perché ci siamo lasciati trascinare dal prurito di compiacere, di non essere spiacevoli; forse perché è più comodo plagiare che creare. La moda, l’ambiente, il ché diranno, se non riesco ad avere successo, confabulano contro il forgiatore della gioventù per farlo cadere nella tentazione della fretta. Sacrifica l’azione feconda e programmata da lungo tempo per l’opportunismo del momento.
 
Tale tentazione dell’apostolato massivo non è esclusiva del novello sacerdote. Appare anche in quel giovane che, fino ad allora lontano dalla fede, scopre Cristo nell’intimità di un corso di esercizi spirituali. Egli, mosso dai suoi fervori di neofita, pretende di trascinare subito tutti i suoi colleghi e si scoraggia se non ci riesce; perde la pace e l’allegria dell’anima, che è in comunione con Dio. Trascura l’adempimento del suo dovere nel lavoro o studio, per dedicarsi a ciò che lui chiama fare apostolato, dimenticando invece che l’apostolato migliore è l’esemplarità. Se il sacerdote, padre spirituale dei giovani, non è un uomo di profonda vita interiore, si lascerà trascinare dai suoi guidati, che gli contageranno la loro fretta, e con essa, la sterilità nell’apostolato. Dimenticherà che lo spirito di Dio è molto attivo, ma non è precipitoso (Chaminade).
 
Penetriamo vertiginosamente nella civilizzazione tecnocratica. La norma suprema alla quale obbedisce il mondo è l’efficacia; perciò, gli uomini dovranno aggrapparsi, più forti che mai, alla testimonianza della primazia assoluta della verità che la Chiesa offre; soltanto così non si contageranno, manterranno l’equilibrio, non soccomberanno davanti alla tentazione della fretta, saranno efficaci. Come la medesima Chiesa, essi si rinnoveranno in ogni grande momento della storia, ora, prima e dopo. Rinnoveranno non soltanto i loro mezzi di azione, ma prenderanno nuova coscienza delle fonti vitali e profonde che li ispirano, ma senza precipitazioni frenetiche. Essi sapranno, con Aristotele, che i magnanimi hanno un passo adagio e sano, come Gesù, che prolungano quali suoi membri che sono «venuti al mondo per testimoniare la verità» (Giovanni, 18, 37), non la pseudo efficacia immediata dai risultati apparenti, con il pericolo di incagliare nel puro fideismo o in uno scetticismo totale o nell’indifferentismo religioso.
 
Per sottrarsi a questa pericolosa tentazione, credo che ci siano soltanto due vie: la preghiera e lo studio. Oggi l’attivismo ha invaso tutto, e il desiderio di muoversi consuma molti sotto la maschera dello zelo per le anime; perciò si rende molto difficile, per la maggioranza dei sacerdoti e dei militanti, seguire le vie della preghiera e dello studio. Essi non riescono, anche se glielo propongono, a rubare ore all’azione per dedicarsi a una riflessione serena, al tratto intimo con Dio, il che li renderebbe più fecondi. È tanto difficile ritirarsi a pensare e amare quando si vive totalmente fuori di sé, votato all’esterno.
 
La voragine travolgente che è il mondo in cui viviamo, e le ingenti necessità di una umanità che si materializza a ogni momento, ci impediscono di comprendere il pensiero audace di uno scrittore profondo, innamorato di Dio: «Quelli che sono molto attivi e che pensano di abbracciare il mondo con le loro prediche e con le loro opere esteriori ricordino che sarebbero di maggior profitto per la Chiesa e molto più accetti a Dio, senza parlare del buon esempio che darebbero, se spendessero almeno la metà del tempo nello starsene con Lui in orazione, anche se non fossero giunti a un’orazione così alta com’è questa. Certamente, allora con minor fatica otterrebbero più con un’opera che con mille, per il merito della loro orazione e per le forze spirituali acquistate in essa, altrimenti tutto si ridurrà a dare vanamente colpi di martello e a fare poco più che niente, talvolta, anzi, niente e anche danno» (San Giovanni della Croce, Cantico spirituale, 29, 3).
 
Giovanni Paolo II, discepolo entusiasta del grande santo abulense, ce lo ricorda: «Non esiste, non può esistere nessun apostolato (sia per i sacerdoti che per i laici) senza vita interiore, senza preghiera, senza una perseverante tensione verso la santità». Il Papa aggiunge: «Rispondendo alla chiamata dello Spirito attraverso la Chiesa, non dimenticate ciò che nell’ordine dei valori e dei mezzi occupa il primo posto: l’orazione e l’offerta dei vostri sacrifici».
 
Facciamo di più e con meno travaglio, sia con un’opera che con mille, se essa è preceduta da lunghi momenti di preghiera. Un giorno domandavano al grande paesaggista Corot quanto tempo aveva dedicato a dipingere un quadro: «Cinque minuti — rispose — e tutta la mia vita». Quei pochi minuti di contatto con le anime sono caricati di tutta la ricchezza accumulata in una vita di incessante preghiera.
 
Un giorno, in un celebre congresso in Inghilterra, mancò l’oratore che era previsto. Mezz’ora prima di iniziare la sessione si chiese a monsignor England, vescovo di Charleston, di rivolgere la parola ai presenti, e lo fece in modo brillante. Quando lo felicitarono per la facilità con cui gli venivano i pensieri, egli domandò: «Quanto tempo pensate che ho dedicato a prepararmi?». «Siamo testimoni — gli risposero — trenta minuti». «Vi sbagliate — intervenne — sono stati trent’anni. Sì, è da trent’anni che medito attorno a queste idee, che di improvvisazione hanno soltanto l’apparenza».
 
La tentazione della fretta non finisce di credere all’efficacia delle preparazioni lente nel crogiuolo della preghiera-studio. Essa non riesce a immaginare che così basta un momento, un contatto passeggero, una conversazione sul treno o sulla metro, un incontro casuale per la strada, per accendere in un’anima l’amore a Dio. Lo studio della storia si unirà al potere della preghiera per convincere il novello sacerdote, o il militante, dell’efficacia del lavoro con minoranze disposte alla conquista della massa. Con i suoi insegnamenti in mano, giungerà alla conclusione che la miglior procedura per influenzare quella massa è formare una selezione di uomini, rinunciare al successo immediato, perdersi nell’anonimato come membro del gigantesco corpo umano-divino della Chiesa; e sperare, al di là della morte, nel frutto di uno sforzo invisibile realizzato durante il passaggio sulla terra.
 
La realtà presente, in questo modo, viene illuminata dalla storia, e il sacerdote si convincerà che la salvezza dei nostri tempi, confusi e intricati, sta nei piccoli nuclei che resisteranno con valentia alla tentazione del numero, per evitare il peso degli elementi inetti.
 
di Tomás Morales
 

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

gesumaestro