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La chiave per superare la crisi

 
Fraternità: La parola dell'anno 
 
 
Ci sono ragioni molto precise che spiegano perché la fraternità é il termine dimenticato della triade proposta dalla rivoluzione francese, momento drammatico e fondativo delle mondo moderno. Ragioni che aiutano a cogliere alcune delle contraddizioni con le quali le società contemporanee si trovano a dover fare i conti, senza peraltro avere le idee chiare su come superare le difficoltà che stanno incontrando. Fraternità ha due dimensioni fondamentali. La prima riguarda una comunanza di origine e di destino che tende verso il polo della universalità. Ci si può riconoscere come fratelli se si riconosce che c’è qualcosa che ci accomuna e che ci permette di ricomporre le differenze che rischiano sempre di diventare divisive. Nella fede cristiana, la paternità di Dio.
 
La seconda dimensione riguarda invece il polo opposto, quello della particolarità. Come si è appena detto, si è fratelli di tutti e non solo di qualcuno, cioè di coloro che appartengono al proprio clan o gruppo di appartenenza. Eppure questa proiezione universalistica — che, di nuovo, nella tradizione cristiana è fondamentale — non estirpa la centralità della relazione tra le persone in carne e ossa. Anzi, la fraternità è tale perché richiama e apre la pratica dell’affezione, permettendo così di ristabilire la circolazione della tenerezza, della compassione, della pazienza: tutti aspetti fondamentali per rendere il mondo in cui viviamo davvero umano. La fraternità è parola che non si ferma alla testa ma arriva al cuore, sollecitandoci a condividere la vita con gli altri e a colmare le distanze che continuamente tendono a ricostituirsi tra noi. Perché, dopo gli anni della cosiddetta “globalizzazione”, nel mondo sta riesplodendo la questione dell’identità? 
 
Perché, dopo esserci illusi di far parte di un unico villaggio globale, ora pare che sia tornata una gran voglia di dividersi e di costruire muri? Perché prevale la paura e il razzismo sembra tornare così forte? 
La risposta ha probabilmente a che fare proprio con la fatica che il mondo contemporaneo incontra nel declinare il tema della fraternità, nel quadro della polarità appena richiamata. Aver cercato di costruire una comunanza astratta che da una parte non si é preoccupata di riconoscere una genesi comune dell’intera umanità e dall’altra ha sollecitato a costruire relazioni fredde, distaccate e basate solo sul reciproco interesse ha col tempo finito per far emergere l’inadeguatezza dell’intero progetto. E che adesso, a rischio di sgretolamento, produce una reazione molto decisa, pronta a esplodere in violenza. 
 
Dopo che la nostra vita tutta centrata sull’Io ha fatto sparire il prossimo — come persona in carne ossa — ora l’altro è divenuto nemico, una minaccia alla sicurezza individuale.
 
Romano Guardini, il più grande teologo del XX secolo, ci suggerirebbe di associare l’idea di fratellanza a quello di concretezza. Offrendo una mediazione intelligente tra ciò che è universale (proiezione importantissima, perché permette di non finire intrappolati nella prigione del gruppo chiuso) e ciò che è particolare (aspetto ugualmente essenziale, perché è solo facendomi interrogare dal volto dell’altro che imparo ad amare) la fratellanza è un elemento imprescindibile per rendere davvero possibile la convivenza tra diversi che l’integrazione tecno-economica del mondo sollecita. Questo esercizio della fraternità è il luogo specifico della vita. Perché è nel rapporto concreto con l’altro che é possibile mettere alla prova sia la nostra libertà — sciogliendola dalla prigione dell’autoreferenzialità sia dall’uguaglianza — che, quando è ridotta a mera questione distributiva, finisce per perdere la sua stessa legittimazione. Di fronte alle potenti spinte regressive che vediamo diffondersi in tutto il mondo, solo il recupero della concretezza della fraternità può aiutarci a non finire catturati dalla pericolosa oscillazione tra le due polarità opposte della universalità astratta e della particolarità ottusa che oggi sembrano occupare l’intero immaginario collettivo.
 
Da questo punto di vista, la fraternità è una chiave fondamentale per superare la grave crisi antropologica che stiamo vivendo. Fraternità significa, alla fine, essere disposti a intraprendere un cammino di reciproca trasformazione, nella cornice del vincolo comune che viene riconosciuto. Tale cammino è la vera forma del dialogo che rende possibile la rigenerazione di tutte le parti in causa. La Bibbia, d’altro canto, mette in guardia: quando fallisce, la fraternità rischia di degenerare rapidamente in fratricidio. Fino a oggi, la nostra capacità di costruire assetti istituzionali in grado di dar corpo alla fraternità come tensione tra particolare e universale è stata molto limitata. Rimane, cioè, in larga parte ancora da capire come rendere pratica sociale questa capacità di dialogo, fonte inesauribile di trasformazione e rinnovamento. Quel che è certo è che, in un mondo sempre più integrato, è molto difficile immaginare che si possano compiere dei passi positivi in avanti senza rielaborare e riacquisire il principio della fratellanza. Ciò pone una sfida molto alta alla società nel suo insieme. E alla religione cristiana in modo particolare. Infatti è possibile recuperare il senso di fratellanza solo attraverso la concreta realizzazione di nuove forme di vita capaci di rendere visibile e riconoscibile la possibilità di questo modo di stare insieme. Ai cristiani spetta dunque il compito di mostrare che la fraternità non solo è possibile ma è desiderabile, se siamo capaci di rimanere aperti alla nostra costitutiva eccedenza.
La chiave per superare la crisi
 
di Mauro Magatti