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Una spiritualità del ministero oggi

02Due parole ai preti d'oggi 

I presbiteri sono chiamati a superare la semplice "cura animarum" per una pastorale sbilanciata per la missione. Il ascolto continuo della vita e della Parola. Oggi non fanno problema le ragioni teologiche del ministero quanto la sua configurazione pastorale. Quale atteggiamento adottare verso "i giovani che fanno i preti"?

In tempi di grandi cambiamenti e di intensa ricerca di rinnovamento nella chiesa è naturale che l'attenzione debba andare anche sul presbitero, tanto più che l'ultima nota dei vescovi italiani, che dà ulteriore concretezza agli orientamenti pastorali per gli anni 2001-2010, ha individuato nella parrocchia uno degli snodi più importanti e decisivi della progettualità pastorale. Parlare di parrocchia non significa esaurire il discorso pastorale, ma per lo meno indicare un ambito determinante di esso; e nella parrocchia, soprattutto in Italia, la figura del presbitero è determinante.

Una nuova prospettiva pastorale. Il dato più evidente che si impone nel cammino di rinnovamento della vita di una parrocchia è il passaggio dalla cura animarum, intesa come attenzione ai cristiani che le gravitano attorno, bisognosi di sostegno, di servizi efficienti, di pratica religiosa ben curata, di stimoli per una coerenza, alla tensione missionaria, intesa come cura della propria fatica di credere e di coloro che non hanno più fede.

Lo snodo decisivo di questo cambiamento non è di moltiplicare iniziative, ma di coinvolgere tutta la comunità credente in una rigenerazione della propria fede. La missione non è opera di specialisti, ma di maturità cristiana di tutto il popolo credente che si coglie come sacerdote, re e profeta, proprio per il battesimo ricevuto. È opera di giovani e adulti, che credono in modo nuovo, da testimoni. È opera di persone che non vanno collocate dentro una logica strumentale ai bisogni della parrocchia, del movimento, delle nostre organizzazioni, ma che sono provocate a verificare di continuo la qualità della propria esperienza di fede. Ciascuno di loro per primo infatti ha bisogno di una cura nuova per la sua fede, di mettersi davanti al mistero del Signore e al Vangelo in modo nuovo, ritrovando il sapore della fede e delle parole con cui la si esprime. Sono chiamati a farsi carico della non-fede di tanti loro amici: dell'esplicito rifiuto della fede, ma anche della fatica di credere, delle domande che molti rivolgono alla fede e alla vita.

Il prete si ridefinisce. Come si trova il presbitero entro questi cambiamenti di prospettiva pastorale? Si trova a dover tenere conto di una massa di persone che sono rimaste fuori non per un cosciente rifiuto del messaggio cristiano; non sono atei, ma infedeli in attesa che qualcuno gli dica qualcosa; hanno toccato il fondo della confusione in una sorta di nichilismo di massa, in una nausea che monta sempre più per il cumulo di superficialità in cui sono immersi.

Quel campanile che ancora svetta tra le case avrà la capacità di rompere la monotonia dell'assuefazione, di farsi antenna di un sussurro che domanda ragioni di vita? E il prete si accorge che la sua risposta non si può esaurire nei compiti istituzionali; ha bisogno di un colpo di reni che non può essere costituito solo dalla predica della domenica. Gli è chiesta una serie di conversioni, di cambiamenti rispetto al modello educativo pastorale in cui è stato preparato, soprattutto se non è più giovanissimo, come la media dei preti oggi. Nella sua giovinezza aveva dovuto lottare con non poche crisi soprattutto di identità "teologica". Oggi non è questa la difficoltà. Dice a ragione don Erio Castellucci (cf. relazione al recente convegno assistenti di AC in Sett. n. 5/05): «Si è aperto tuttavia un altro fronte della "crisi" - quasi un contraccolpo tardivo di quella post-conciliare - che si potrebbe indicare come crisi di identità "pastorale"». Questo nuovo tornante non riguarda più tanto le domande radicali sulla ragion d'essere teologica del ministero, ma ruota attorno alla sua configurazione pastorale.

Un nuovo modo di credere anche per il prete. Anche il prete, come il laico, se vuol essere missionario ha bisogno di una cura per la rigenerazione della sua fede. Ha bisogno di amare il proprio vivere fatto di quell'insieme di sentimenti, di tensioni, di desideri, di gioie e di speranze, di delusioni e di certezze, di noia montante che accomuna a tutti gli uomini e, nello stesso tempo, avere il coraggio di mettersi in contemplazione del volto di Cristo. È invitato a riscrivere il proprio diario interiore, l'insieme dei battiti del proprio cuore entro un dono d'amore in un dialogo intenso e intimo con un Dio, amico, ineffabile e personalissimo oltre il peso di una ripetitività di attività pastorali che spesso svuotano. Prende coscienza di celebrare l'eucaristia qualche volta con un senso di timore e consapevolezza di mistero e altre volte sentendosi espropriato di un minimo di partecipazione interiore, ma sempre entro la consapevolezza di rendere presente Gesù pastore che ama e dona vita.

Deve continuamente ritrovare ragioni fresche di vita, per sé ancor prima che per gli altri, non da solo, ma con gli altri. Sembra strano, ma la prima cosa che viene chiesta oggi al prete è la sua fede, detta non con le parole dell'imparato a memoria, come se fosse un insieme di risposte che non hanno alle spalle le domande della vita, ma vissuta nella fatica della ricerca e nella gioia di un dono che non nasce da sé, ma di cui si è fedeli testimoni.

Una nuova capacità di relazioni. Se alla parrocchia arrivano sempre più i resti di un naufragio, come dice F. Parazzoli, al prete è richiesta una grande missione che è quella dell'ascolto. È sempre stata un dimensione del lavoro pastorale di un prete, oggi lo diventa ancor più non solo nel confessionale, cui la gente arriva di rado e solo dopo faticoso cammino, ma anche dentro le strade della vita, dentro i meandri della nausea e della perdita di valori, dentro il sussurro del mondo. È un modo nuovo di pensare i compiti istituzionali di sempre. Gli serve la molta dottrina imparata in seminario, ma la "parola" da dire è fatta di immersione amorosa nelle pieghe della vita, di intuizione che viene solo dal duplice ascolto continuo della vita e della Parola, dallo sguardo amoroso dei volti e dall'intuizione dei drammi e delle domande inespresse. Solo questa relazione riesce a trapassare la noia che ha chiuso non solo le orecchie di tanti uomini e donne, ma anche il cuore.

La nuova capacità di relazioni si deve instaurare anche con confratelli presbiteri. Nessuna parrocchia oggi è autosufficiente e nessuna pastorale può essere isolata, sia perché la vita cristiana è soprattutto una comunione - e questo è sempre stato vero, ma oggi se ne coglie meglio l'importanza-, sia perché il presbiterio con il suo vescovo è il soggetto della pastorale. Essere preti, come essere cristiani, non è mai un'avventura da single, ma un tessuto di relazioni di salvezza. Spesso il problema sta nella moltiplicazioni di riunioni pastorali che sanno troppo di organizzativo e poco di ascolto e approfondimento di motivazioni, troppo di improvvisato e poco di progettuale, troppo di personalismi e poco di servizio gli uni agli altri.

Un'altra relazione che sta diventando sempre più determinante è quella col vescovo. Noi preti abbiamo bisogno di sentirci di qualcuno, di un'altra famiglia. La nostra presto si esaurisce; più si va avanti nella vita, più tende a scomparire. Il padre della nostra vita presbiterale è il vescovo, che non può essere ridotto a distributore di incarichi o di provviste, come si diceva una volta. È l'anello che unisce anche noi presbiteri a Cristo nella successione apostolica. Di lui siamo collaboratori per il ministero presbiterale.

Esistono belle figure di vescovi che sanno offrirsi con grande paternità. Ricordo, tra i tanti, con venerazione la figura di mons. Savio e di mons. Franceschetti, recentemente scomparsi, che nella loro agonia hanno voluto fare il loro ultimo pezzo di strada terrena con la gente e in particolare con i preti, a uno a uno, trasformando la morte in un vero ad Deum, e quindi la vita pastorale in una processione in cui il pastore è già giunto nella pienezza di Dio e i presbiteri diventano così altri pastori che fanno questo per tutto il popolo santo di Dio. Vescovi fedeli ad una figura di pastore che non si ritira mai, che non ha paura, che cammina davanti fino al cammino definitivo.

È bello vedere anche come in molte diocesi a dimensione umana il vescovo partecipa ai funerali del papà o della mamma dei suoi preti. L'ho visto alcuni giorni fa a Lecce. Lui se li prende nella sua paternità. Questo non è certo possibile a Milano o a Brescia, ma nella maggioranza delle diocesi italiane è un gesto di grande affetto.

Una decisa scelta della spiritualità. Se la gente vuol trovare un senso alla vita, non ha bisogno di un prete detective, come le fiction ci mostrano, o di un prete che supplisce alle carenze di una struttura sociale, ma di un prete che offre spiritualità nei sacramenti. Qui trovi la vita, la forza e la luce di Cristo, nei gesti semplici del pane e del vino, nell'acqua che ti immerge in una storia di salvezza e ti salva, nell'olio che lenisce la sofferenza della malattia, nel crisma che ti suggella con lo Spirito. Qui puoi portare il tuo dolore che si cambia in perdono e il tuo amore che si fa segno di quello di Dio e continuità della sua creazione. E questo non è rifugio nel liturgismo, ma punto di partenza e di arrivo di ogni immersione necessaria, generosa e spesso eroica, anche se nascosta, di molti preti nella vita concreta degli uomini. Qualcuno fa della liturgia una scorciatoia per fuggire dalla vita, un'immersione nei fumi delle candele e dei turiboli, ma non ne ha proprio capito niente.

Una cultura rinnovata. Perché queste scelte siano efficaci, occorre tradurle in nuovi modelli culturali. Si dice spesso che i preti non leggono più, non studiano più, sono sempre in attività… Di altri si dice che studiano o leggono solo, che sanno di libri, di nozioni astratte. Certo, esiste una sorta di rifiuto di una cultura imparata e staccata dalla vita. La soluzione però non è la congestione delle attività, ma la capacità di farsi domande in un confronto serio con la vita delle persone e con le riflessioni su di essa, anche quelle colte e teologiche. Una fede che si fa annuncio - e quella del prete oggi è di queste-è una fede che fa i conti con le domande; con i bisogni, con i dubbi dei fratelli. Per farsi comunicabile, conosce la fatica della ricerca di pensieri, di categorie culturali, di parole… adatti a creare la relazione; per rendersi comunicabile, si mette in relazione con le domande; e nel rispondere alle domande, si ridefinisce.

Non è solo ascolto e sommatoria di impressioni, oppure dialogo e tentativo di trovare la verità nella media dei pareri, non è talk show con effetti speciali, ma seria applicazione nella ricerca, ascolto di prospettive illuminanti che vengono solo da una interiorità profonda, da un dialogo appassionato tra presbiteri e laici che hanno a cuore il vangelo e la chiesa e da uno studio personale.

Non mi chiederei tanto se i preti studiano o no, ma se ci sono occasioni per approfondire con serietà i temi della vita cristiana tra confratelli, tra collaboratori e se chi conduce gli strumenti della cultura colta mette a disposizione spazi per dirsi, per scrivere e per comunicare. La teologia pastorale deve nascere da una riflessione appassionata anche di operatori che sul campo si lasciano incontrare dalla parola di Dio scritta e in quella depositata nella vita degli uomini.

Preti giovani o giovani che fanno i preti? Così sono solito dire. Al di là del gioco di parole, quello che emerge come nota caratteristica non è la giovinezza del prete, ma la giovinezza in sé, che si è rivestita dell'essere presbitero, che fatica ad essere vissuta in termini veri, nuovi e decisi nella missione presbiterale e che, nello stesso tempo, si presenta come ricchezza che può donare alla vita di un presbiterio novità di vita spirituale e slancio pastorale. Non sono d'accordo su tante battute che si fanno sui preti giovani, quasi che ci sia un ritorno alle cotte col pizzo o una fuga dalle problematiche vere del mondo giovanile.

Certo, rimane un clima di sottofondo a volte pesante tra i preti, specialmente giovani che, poco tempo dopo l'ordinazione, già sembrano in alcuni casi pastoralmente "rassegnati". Non è un'icastica fotografia delle debolezze che risolve i problemi, ma un ripensamento della globalità dell'impegno pastorale. Il soggetto della pastorale è la comunità cristiana, è la chiesa diocesana, non il singolo prete che pure colora delle sue caratteristiche la vita di una parrocchia, non meno di come la devono colorare i laici e tutto il popolo di Dio. Siamo partiti da una pastorale decisa dall'alto e capillarmente propagandata nelle parrocchie più piccole e stentiamo a passare ad una pastorale progettuale, che traduce in concreto le linee del vescovo e del consiglio pastorale diocesano.

Questo "ciascuno fa quello che è più portato a fare" mette in difficoltà i giovani presbiteri che forse si portano dentro alcuni modelli di pastorale confrontati con i compagni e con i professori in seminario e che invece vedono assolutamente non praticabili, perché ciascuno fa quel che gli sembra più opportuno. Hanno la sensazione di trovarsi sempre a discutere e poi di essere lasciati soli a tentare, di non vedere mai una verifica che permette di riaggiustare il tiro. In un mondo giovanile che, nelle sue occupazioni, nel suo lavoro di piccola o grande azienda, lavorando anche in proprio si misura con progetti, programmazioni, elaborazione di tabelle di marcia, sana efficienza, attenzione ai clienti… questo lavorare all'improvvisazione senza essere aiutati a orientare in una direzione crea frustrazione e sensazione di solitudine.

Avere a disposizione qualche prete adulto che si accompagna e aiuta a discernere, a orientare, a valutare, a forzare o a stare un passo indietro è ciò che i giovani preti desiderano. Invece spesso si fotografa solo l'incapacità o la mancanza di risultati senza farsi carico di insegnare o aiutare. Occorre invece stima profonda verso i giovani presbiteri nella loro situazione antropologica. La predichiamo per i giovani e spesso la neghiamo per i giovani preti. Per i giovani abbiamo tutte le comprensioni, ci morsichiamo la lingua quando ci scappa di dire: "ai miei tempi", mentre con i giovani preti non c'è quell'accoglienza incondizionata che è necessaria ai giovani come l'aria che respirano. Prevale sempre l'acida constatazione delle inadempienze piuttosto che la calda comprensione di un percorso di crescita.

Possono sentirsi dire dai superiori come i giovani dal papa: voi siete all'altezza delle generazioni che vi hanno preceduto... il Signore vi vuole bene anche quando noi lo deludiamo… voi siete un pensiero di Dio, il palpito del cuore di Dio? Ci sembrano sprecate, ma se un giovane prete si sentisse dire questo dal suo vescovo o dal suo parroco all'inizio della sua vita da presbitero sarebbe molto più aiutato a vivere da prete che dall'elenco dei nuovi orari delle messe o degli impegni in parrocchia. La questione però non è solo di parole o di belle espressioni, ma di contesto e di nuove relazioni personali e pastorali.

+ Domenico Sigalini, Vescovo di Palestrina

(da “Settimana del clero”)