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Perché la vita è meravigliosa?

 
L’attualità del capolavoro di Frank Capra ·
 
Da oltre settant’anni, ogni Natale, vediamo un film che ha nel titolo un’affermazione. Tale statement è probabilmente il più profondo punto di disaccordo dell’umanità: La vita è meravigliosa afferma il titolo del film (1946) di Frank Capra; la metà degli esseri umani ne è profondamente convinta, l’altra metà, altrettanto convintamente, nega tale assunto. Eppure se tutti restano ipnotizzati davanti a questo capolavoro è perché evidentemente, per via di uno strano gioco di prestigio, la pellicola coglie un punto vitale della nostra attenzione. “Nervo scoperto” lo chiamerebbero quelli che sanno recensire bene un po’ tutto, dimenticando che un nervo non duole perché nudo ma perché toccato.
La metà (forse più) degli esseri umani ritiene che la vita non sia così speciale o meravigliosa, eppure lo spera. Per un curioso paradosso della vita sono i disperati a impartire lezioni di forza, di vitalità.
L’altra metà, quella che è d’accordo col titolo di questo film, paradossalmente, ha smesso di sperare. Perché sperare è un allenamento quotidiano per vincere una gara che non sai quando sarà, di uno sport che non conosci, contro un avversario che il più delle volte sei tu stesso. Mai vista così tanta solitudine o disperazione in chi, se glielo chiedi, si definisce “una persona felice”. Il più delle volte fanno precedere a tale catalogazione (“sono un persona felice”) un sinistro suffisso: “tutto sommato”. 
 
Ecco dunque che coloro al cui sentire questo titolo sembra riferirsi scopriamo essere fra i meno capaci di comprendere il capolavoro di Capra. E già la faccenda s’ingarbuglia, ma aspettate, c’è dell’altro. La novella (di Philip Van Doren Stern) dalla quale il film è tratto infatti non si chiama La vita è meravigliosa bensì The Greatest Gift. 
 
Mentre il titolo del film, anche con un filo di supponenza, afferma qualcosa, il titolo della novella da cui è tratto si limita a ricordarci un dato di fatto: che la vita non è dovuta. Non è un contratto stipulato col destino, bensì una donazione da parte di ignoti. Volete mettere il fascino degli ignoti con la noiosa imprevedibilità del destino? Prima ancora di essere (o meno) meravigliosa, essa semplicemente non è tua. Se credi pensi che appartenga a Dio, se non credi pensi di doverne rispondere ai tuoi cari, a chi ti vuole bene e, nella più comica delle ipotesi a te stesso (ove mai riuscissi a rinvenirti). Ma c’è una terza opzione, la più affascinante: la tua vita appartiene agli estranei. 
 
«Strano, non è vero? La vita di ogni persona coinvolge quella di tante altre. Quando non c’è più egli lascia un tremendo vuoto, non è vero?» dice Clarence l’angelo “di seconda classe” (uno sfigato) spedito sulla terra in qualità di (per usare le parole di Franco Battiato) «Breve invito a rinviare il suicidio». Ma a chi deve salvare la vita Clarence? A George Bailey (James Stewart) che è un perfetto ritratto carveriano, uno di quelli che «ce l’hanno messa tutta» come direbbe l’autore di Clatskaine. Un uomo onesto, con poca fortuna.
 
Lui è fortuna nelle vite altrui, da bambino ha salvato suo fratello non esitando a buttarsi in un lago ghiacciato (e restando per sempre sordo da un orecchio) qualche mese dopo salva il signor Gower, farmacista per cui fa il garzone, che per sbaglio aveva messo del veleno nella medicina per un bambino malato poiché sconvolto dalla morte del proprio figlio. Da adulto rinuncia alle proprie aspirazioni personali per gestire con lo zio paterno Billy la modesta cooperativa di risparmio fondata dal padre Peter, la Bailey Costruzioni e Mutui e nel 1929, finalmente, George si sposa con Mary (la ragazzina che gli promise amore eterno nell’orecchio sordo).
 
Proprio quando la coppia è sul punto di partire per la luna di miele, avviene il crollo della borsa e quindi i due sposi usano il loro denaro, risparmiato per il viaggio di nozze, per rimborsare i soci della cooperativa, evitandone il fallimento. La mattina della vigilia di Natale, zio Billy è incaricato di versare in banca 8.000 dollari, necessari per onorare una scadenza di pagamento; per sbadataggine, mentre sta parlando, egli perde di vista il denaro appena prima di consegnarlo all'impiegato. Sarà un pomeriggio terribile per George.
 
La somma è di vitale importanza affinché l’azienda eviti di cadere nelle grinfie del vecchio Henry Potter, l’uomo più ricco di Bedford Falls e vero avversario di George. Il personaggio, antipatico e spregevole, tiene praticamente in pugno da anni la cittadina: avido e disonesto, odia i poveri, disprezza gli immigrati e cerca il potere assoluto. Potter, che è anche il proprietario della banca, quando ha incontrato Billy con gli 8.000 dollari, si è ritrovato casualmente in mano il suo denaro, che tuttavia non restituisce. Sconvolto per la prospettiva di ritrovarsi di fronte al fallimento economico e in seri guai con la giustizia fiscale, George, dopo aver infruttuosamente cercato assieme allo zio il denaro, torna a casa: maltratta verbalmente i figli e la moglie, e si sfoga al telefono con l’ignara maestra dei figli, per poi andarsene da casa. Dopo aver bevuto, si dirige disperato al ponte dove sta nevicando per gettarsi nel fiume.
 
E lì succede una cosa strana. L’angelo che gli è stato spedito è alle prime armi, non maneggia ancora con dimestichezza l’arte di salvare vite.
E così, con il signor Bailey ormai in procinto di buttarsi nel fiume, Clarence (così si chiama l’angelo di “seconda classe”) si butta prima di lui. Lo anticipa. Una creatura celeste fa la cosa più umana di tutte: mette la sua vita in mano a un altro.
I grandi personaggi del cinema sembrano tutti aver letto le migliori pagine che abbiamo in biblioteca, ma si comportano come se non lo sapessero. Viene in mente il titolo di un grande racconto di Flannery O’Connor La vita che salvi può essere la tua anche se la scrittrice di Savannah usa colori opposti, violenti e percorre sentieri lontanissimi da quelli di Capra.
Fra le recensioni dell’epoca, una delle più azzeccate fu quella del «National Review» che lo definì «un film in parte dantesco, in parte noir e in parte biblico».
 
«…Forse adesso hai capito, come nascono i comici…» diceva Jannacci, raccontandoci quanto costa sorridere e far sorridere.
Analogamente anche il lieto fine è una capriola per temerari, non fa “fico” desiderare la felicità, soprattutto al cinema. Capra stesso fu, sotto certi aspetti, inchiodato a quello che era il suo desiderio più coraggioso: il lieto fine. “Un cinema buonista” sentiremmo dire oggi.
 
Il grande cantautore britannico Joe Jackson, nella canzone Happy Ending, constata che «... 0gni film finora quest’anno finisce con qualcuno che piange o addirittura che muore…». 
Eppure c’è qualcosa di comico nel fatto che tutto ciò che viene banalmente derubricato a opera sentimentale muova in realtà dal più profondo nucleo dell’oscurità umana.
E accaduto, per fare un esempio italiano, con l’etichettare “cinema dei buoni sentimenti” la trilogia d’oro del cinema di Pupi Avati (Festa di laurea, Una gita scolastica e Regalo di Natale). Tre film che raccontano la drammatica messa in scena del vivere, da una festa per una laurea che non c’è mai stata, a una gita scolastica che “finalmente potrà essere dimenticata” per arrivare alla notte santa trascorsa in compagnia dei vecchi amici di un tempo, quelli perfetti per tradirti come Giuda. 
 
Per un curioso gioco di Dio o chi per lui, questo film che nel tempo è diventato un classico iniziò in salita la sua avventura. Quando uscì non riempì affatto le sale, e a parziale spiegazione di questo si narra di una terribile ondata di freddo che nel dicembre del 1946 colpì la costa est degli Stati Uniti. Il destino fece in modo che la speranza che il film brandiva venisse meno al film stesso e a chi ci aveva creduto. «Drammatico, commedia, fantastico» è con questi tre generi (attenzione, non disgiunti ma uno di fianco all’altro) che viene catalogato La vita è meravigliosa.
 
Drammatico, commedia, fantastico; se doveste sentire l’urgenza di catalogare la vita potete provare a tenere a mente ciascuno di questi tre aggettivi oppure, più semplicemente, ricordarvi che si manifestano nello stesso pomeriggio.
 
di Cristiano Governa

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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