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La gioia nella lettera ai filippesi

 
«Ringrazio il mio Dio, in ogni mio ricordo di voi, sempre, in ogni mia preghiera per tutti voi, con gioia, facendo preghiera. E lo ringrazio perché dal primo giorno fino ad ora avete preso parte al vangelo» (Fil 1,3-5).
 
Solitamente si parla della lettera ai Filippesi usando il singolare. Ma forse sarebbe meglio parlare della corrispondenza tra Paolo e i cristiani di Filippi: tre lettere, che la comunità stessa di Filippi potrebbe aver successivamente riunito. Vediamo rapidamente il tema della gioia in uno di questi distinti frammenti, un breve testo che Paolo ha scritto, quando era in prigione. Subito dopo l’indirizzo e l’augurio ai Filippesi, Paolo si apre al ringraziamento. Ma lo fa in termini poco abituali: «Ringrazio il mio Dio, in ogni mio ricordo di voi, sempre, in ogni mia preghiera per tutti voi, con gioia, facendo preghiera. E lo ringrazio perché dal primo giorno fino ad ora avete preso parte al vangelo» (Fil 1,3-5).
 
Qui la gioia non è esperienza di un momento; al contrario si dilata e colora quell’insieme di relazioni che legano Paolo e la sua comunità. Tre volte riecheggia il possessivo voi, rispettivamente voi tutti; quanto alla preghiera, essa appare come la tessitura di una vita intera: ogni mio ricordo, sempre, ogni mia preghiera. 
Insomma: la relazione con i Filippesi coinvolge Paolo in modo tale che, anche nel suo dialogo più personale con Dio, essi sono lì, presenti; sono legati al vangelo, vi hanno preso e continuano a prendervi parte. Sì, perché il vangelo è un dinamismo che vi prende sempre più intensamente, e voi vi trovate sempre più trasformati e uniti in questo partecipare ad esso.
 
Che la gioia sia necessariamente legata al vangelo (in greco eu-angélion, quindi notizia gioiosa) Paolo lo ribadisce poco più avanti, là dove ricorda quanti proclamano il Cristo con intenzioni schiette e quanti lo fanno per rivalità o secondi fini: «Ma che importa? Dopo tutto, in ogni modo, ipocritamente o sinceramente, Cristo viene annunciato. E io ne gioisco. Anzi, continuerò a gioirne» (Fil 1,18).
 
Nelle ultime parole c’è uno sguardo al futuro. E Paolo vi insiste anche nei versi successivi. Certo, si trova in prigione. E la prigionia può terminare con la liberazione o rispettivamente con la condanna a morte. Prendendo in considerazione queste due possibilità, Paolo confessa: «Sono preso da questo dilemma: desidero andarmene per essere con Cristo, e sarebbe senz’altro la cosa migliore; d’altra parte, è necessario per il vostro bene che io prosegua questa esistenza mortale.
 
E forte di questa convinzione, so che finirò per restare e rimanere presso di voi, voi tutti, per il vostro progresso e per la gioia che vi viene dalla fede, affinché la vostra fierezza nel Cristo Gesù possa trovare un ulteriore motivo nella mia venuta tra di voi» (Fil 1,23-26). Parole sorprendenti, queste. Essere con Cristo è la cosa migliore. Ma Paolo tiene gli occhi aperti anche sull’alternativa: restare e rimanere presso i Filippesi. Paolo vi insiste con la parola voi / vostro (ben cinque volte nel testo greco).
 
Questo riferimento alla comunità specifica anche le parole progresso, gioia, fierezza. Il che è come dire: la gioia non è affatto un ripiegarsi intimistico su di sé; al contrario ha una dimensione comunitaria. Infine, nel testo greco del v. 25 c’è un particolare intraducibile: un unico articolo lega i sostantivi progresso e gioia. Il messaggio è chiarissimo: la fede non può mai essere un dato acquisito, statico; inoltre la fede è necessariamente legata alla gioia. Altrimenti fede non è!
 
Gioia-e-fede traspare da Fil 1,25; gioia-e-impegno per l’unità in Fil 2,2! In effetti l’apostolo scrive: «Dunque, se c’è un’esortazione in Cristo, se c’è un incoraggiamento che nasce dall’amore, se c’è comunione creata dallo spirito, se c’è affetto e compassione che sgorga dalle viscere, allora fate che la mia gioia sia piena avendo un medesimo sentire, lo stesso amore, un’anima in sintonia con gli altri, sentendo e tendendo all’unità» (Fil 2,1-2).
 
La traduzione qui proposta è un po’ approssimativa. Il verbo italiano sentire non riesce certo a dare lo spessore del verbo greco. Per coglierlo appieno si potrebbe pensare a un’iscrizione del II secolo a.C. che si trova sull’isola di Rodi. Essa sintetizza così la vita di una coppia ben affiatata: «avendo un medesimo dire e un medesimo sentire abbiamo percorso il nostro cammino comune verso l’Ade».
 
Ma il punto più sconvolgente a proposito della gioia è probabilmente Fil 2,17-18: «Anche se il mio sangue dovesse essere versato in sacrificio aggiungendosi al servizio e alla liturgia sacrificale della vostra fede, ne gioisco e condivido la mia gioia con tutti voi. Allo stesso modo anche voi dovete gioire e condividere la mia gioia» (Fil 2,17-18).
 
Qui la fede dei Filippesi è paragonata a una liturgia sacrificale nella quale viene offerta una vittima. Quanto a Paolo, egli vede la propria morte, una morte violenta inflittagli dall’autorità a motivo del suo impegno per il vangelo, come un condividere la vita di fede o la liturgia dei Filippesi. La vita quotidiana dei credenti di Filippi e il martirio dell’apostolo sono e devono essere affrontati con la stessa attitudine: il gioire, il gioire-con.
 
A questo punto potrebbe venire un sospetto: la gioia della fede sta slittando verso il masochismo, verso il rallegrarsi della sofferenza e del martirio? Certamente no. E a mostrarcelo è sempre la nostra lettera, alla fine del cap. 2. Qui Paolo espone i propri progetti: rimandare Epafrodito a Filippi. I Filippesi gliel’hanno mandato perché assistesse l’apostolo in prigione. Ma poi Epafrodito si è ammalato, anzi è stato in punto di morte, e ciò ha suscitato tristezza in Paolo e ansia nei credenti di Filippi.
 
Epafrodito «aveva nostalgia di voi tutti ed era in ansia perché avete saputo della sua malattia. È vero che si è ammalato ed è stato in punto di morte. Dio però ha avuto pietà di lui: non solo di lui ma anche di me, risparmiandomi un ulteriore motivo di tristezza. Mi sono dunque affrettato a mandarvelo, perché rivedendolo voi siate di nuovo nella gioia e anch’io non sia più preoccupato. Accoglietelo quindi nel Signore con grande gioia e abbiate stima di persone come lui» (2,26-29).
 
Queste parole ci mostrano un apostolo che non si rallegra affatto della morte, anzi, si rattrista quando Epafrodito è sul punto di morire. La gioia dei Filippesi ha qui un forte spessore umano, che nasce dal passaggio: dall’ansia per una persona lontana e malata alla gioia di rivederla, vicina a sé, in salute. Solo su questo presupposto i Filippesi potranno accogliere nel Signore, e accogliere con gioia, Epafrodito.
 
La lettera della prigionia si conclude in 3,1, e si conclude con un invito alla gioia: «Per il resto, fratelli miei, siate pieni di gioia nel Signore». La stessa idea torna nell’appendice (Fil 4,2-9), appendice in cui Paolo applica a due donne in particolare, Evodia e Sintiche, il suo invito alla concordia. Infatti, in questa specie di postscriptum, Paolo ripete: «Siate sempre gioiosi nel Signore. Lo ripeto: siate gioiosi. Tutti gli uomini possano riconoscere la vostra affabilità. Il Signore è vicino» (Fil 4,4-5).
 
In questi due passi la gioia è «nel Signore», cioè è una gioia che ha come punto di riferimento l’uomo di Nazareth, colui che gli uomini hanno messo a morte e che Dio ha - con gesto del tutto sorprendente - risvegliato da morte. «La via crucis dei credenti è partecipazione alla via crucis del Signore. È quindi ricca di significato positivo, cioè di vita che scaturisce prodigiosamente dalla morte. Per questo vi si può camminare con profonda gioia», una gioia quotidiana, pantote ossia sempre scrive Paolo.
 
Inoltre le ultime due frasi, che sembrano buttate lì in modo estremamente semplice, mostrano come la gioia permetta ai Filippesi di contagiare tutti gli uomini nelle modalità dell’affabilità e rispettivamente di radicarsi nella convinzione (e nell’attesa) del Signore ormai vicino.
 
 
Ernesto Borghi, Renzo Petraglio e Tobias Ulbrich