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Dall’Ecclesiam suam all’Evangelii nuntiandi

 
Paolo VI e la missione (di Franco Maria Brambilla)
 
Nel nome di Paolo, l’apostolo della missione. La canonizzazione di Paolo VI, il 14 ottobre scorso, è anche un invito, rivolto alla Chiesa universale, a riconsiderare “l’idea di missione” del Papa che ha portato a compimento il concilio Vaticano II. Accogliendo suggestioni, sintonie e punti d’incontro tra l’apostolo delle genti che fa compiere al cristianesimo il balzo verso l’Europa e il primo papa che fa i conti con la modernità, insieme eredità e sfida dell’incontro della fede cristiana con il mondo occidentale. Una rilettura che disegna come un arco che va dalla prima enciclica di Papa Montini, Ecclesiam suam, sino all’indimenticabile Evangelii nuntiandi: due testi dove brilla la passione apostolica, starei per dire “paolina”, del pontefice lombardo.
 
Inizio con le parole con cui Paolo VI apriva appunto la sua prima enciclica: «Noi vogliamo infatti soltanto, con questo nostro scritto, compiere il nostro dovere di aprire a voi l’animo nostro, con l’intenzione di dare alla comunione di fede e di carità, che beatamente intercede fra noi, maggiore coesione, maggiore gaudio, allo scopo di rinvigorire il nostro ministero» (Ecclesiam suam, 8). Vorrei entrare per la “porta d’oro”, cioè riascoltando l’intervento profetico che il cardinale Montini fece nella basilica di San Pietro a pochi giorni dalla fine della prima sessione del concilio Vaticano II (il 5 dicembre 1962). Montini si era preparato con scrupolo, s’era fatto persino aiutare dal teologo Carlo Colombo, che per la maggior parte dei padri verrà poi ritenuto, quando prendeva la parola nell’aula conciliare, l’oracolo del pontefice.
 
Lo storico Jan Grootaers descrive così l’atmosfera di quel giorno: «Il discorso del 5 dicembre fu ascoltato con l’attenzione tra le più alte del concilio tutto intero. Si sa per esempio dalla testimonianza del cardinale Felici che i funzionari della segreteria generale e gli stessi impiegati delle apparecchiature tecniche abbandonarono il loro lavoro e si assieparono nell’aula per ascoltare l’oratore tanto atteso». Che cosa diceva l’oratore tanto atteso? È il testo che occorre riascoltare, la porta d’oro del nostro tema. Montini, rispetto alla traccia preparata di Carlo Colombo, trovata tra le sue carte, aveva riscritto di suo pugno proprio l’inizio del discorso, l’espressione che doveva fare colpo sull’assise degli oltre duemila vescovi. Ascoltiamolo: «Che cosa è la Chiesa? Che cosa fa la Chiesa? Questi sono i due pilastri attorno ai quali debbono disporsi tutti i temi del concilio. Il mistero della Chiesa e la missione che gli è affidata e che deve compiere: ecco l’argomento su cui deve concentrarsi il concilio! Tutti s’attendono che la Chiesa, in questo concilio, chiaramente e consapevolmente professi la sua natura, il compito da sempre confidato ad essa e l’azione singolare che deve svolgere in questo tempo».
 
Montini non faceva che riprendere l’ampio orizzonte delineato con passione nella lettera quaresimale del 1962, Pensiamo al concilio: «La Chiesa perciò intende, con il prossimo concilio, venire a contatto con il mondo. Questo è un grande atto di carità. La Chiesa non penserà soltanto a se stessa; la Chiesa penserà a tutta l’umanità. Vi penserà ricordando di essere la continuatrice di quel Cristo Verbo incarnato che è venuto al mondo per salvarlo, qualunque fosse lo stato in cui quello si trovasse». Nel testo segue un brano di intensa bellezza: «Per questo cercherà di farsi sorella e madre degli uomini; cercherà di essere povera, semplice, umile, amabile nel suo linguaggio e nel suo costume. Per questo cercherà di farsi comprendere, e di dare agli uomini di oggi facoltà di ascoltarla e di parlarle con facile ed usato linguaggio. Per questo ripeterà al mondo le sue sapienti parole di dignità umana, di lealtà, di libertà, d’amore, di serietà morale, di coraggio e di sacrificio. Per questo, come si diceva, vedrà di “aggiornarsi” spogliandosi, se occorre, di qualche vecchio mantello regale rimasto sulle sue spalle sovrane, per rivestirsi di più semplici forme reclamate dal gusto moderno».
 
Le tre citazioni riportate ci consentono di toccare con mano la passione evangelizzatrice di Montini. Essa aveva trovato un’anticipazione emozionante nella lettera del 18 ottobre 1962, ad appena una settimana dall’inizio del Concilio e rimasta riservata fin dopo la morte del Papa. Bisognerebbe leggere per intero questa lettera, rivelata dal cardinale Suenens solo nel 1983, per cogliere la tensione missionaria di Montini già prima del concilio. È un testo che detta la linea del Vaticano II con una lucidità profetica che prevede persino il disegno delle sessioni conciliari: «La seconda sessione dovrebbe considerare la missione della Chiesa; che cosa fa la Chiesa. Operari sequitur esse. E sarebbe bello e facile, a parer mio, riassumere in diversi capitoli le molteplici attività della Chiesa: Ecclesia docens, Ecclesia orans, (qui doveva venire la trattazione sulla sacra liturgia), Ecclesia regens (impegnata cioè a vari uffici della vita pastorale), Ecclesia patiens. Tutte le questioni morali, dogmatiche (in ordine ai bisogni del nostro tempo), caritative, missionarie, ecc. in questo secondo tempo del concilio potrebbero trovare ordinata trattazione».
 
 

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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