Home Eventi Il dovere dell’esemplarità · Montini e san Paolo

Il dovere dell’esemplarità · Montini e san Paolo

 
La formula “coscienza ecclesiastica”, utilizzata da Montini per indicare il tema della lettera a Tito e, più in generale, delle lettere pastorali, può essere considerata come sintesi della spiritualità del ministero pastorale delineata nelle lettere paoline.
 
Perché — si chiede Montini — Paolo apre le sue lettere sempre presentando se stesso e la propria vocazione al ministero apostolico? Non si tratta semplicemente di un uso dettato dalle regole dello stile epistolare. La ragione è più profonda: «San Paolo comincia dalla sua coscienza. È estremamente importante per chi ha un dovere spirituale da compiere avere sempre vigile e precisa la coscienza del proprio ufficio». Questo vale anche per i pastori della Chiesa. Il primo mezzo di santificazione a disposizione della gerarchia ecclesiastica è «la coscienza della dignità del proprio ministero. Ancor prima della riforma della condotta, il clero deve badare ad avere una coscienza esatta ed elevata del proprio ufficio: lo spirito sacerdotale gli è innanzi tutto necessario».
La radice del fare cui il ministro è chiamato si trova nella coscienza di quello che egli è in virtù della vocazione ricevuta. Egli deve dunque diventare sempre più consapevole non solo della propria identità, ma anche dell’intimo legame tra la propria vita e la Chiesa al cui servizio è stato chiamato. La coscienza ecclesiastica non è un vago sentimento, ma è strettamente legata a una “coscienza professionale”. È abbastanza sorprendente trovare nelle note su san Paolo questo concetto, che a prima vista appare legato alla sfera profana. 
 
Eppure Montini parla di una «coscienza professionale» che deve essere formata nel clero e con questa formula indica il «desiderio e abilità di fare le cose bene, con proprietà, con efficacia, con impiego di forti virtù naturali a sostegno della missione soprannaturale». D’altra parte, la gratuità del servizio e il disinteresse con cui l’apostolo si dedica al ministero sono proposte a tutti i pastori come condizioni fondamentali perché la loro parola sia accolta e risulti persuasiva.
 
La coscienza ecclesiastica, cioè la consapevolezza del legame tra la propria vita e la Chiesa, ha come conseguenza anche che il pastore non può più essere considerato una persona privata. Egli è chiamato a mettere in sintonia non solo la sua azione, ma la sua fede, la preghiera e la sua vita con quella della comunità che è chiamato a servire e della quale fa parte. La profondità del suo legame con la Chiesa comporta inoltre che la sua vita si svolga sotto lo sguardo di tutti e sia continuamente sottoposta al giudizio della comunità cristiana. Ciò richiede, da una parte, l’esemplarità nella vita cristiana e nella dedizione al ministero. «Il pastore deve resistere alla prova della lente d’ingrandimento; troppe persone guardate da vicino sono prive di quelle virtù veraci e interiori su cui deve basarsi realmente la formazione del popolo cristiano. L’uomo privato nella Chiesa non deve smentire nella stessa persona l’uomo pubblico».
 
Dall’altra, il pastore deve fare tesoro anche della valutazione che il suo ministero riceve da parte dei fedeli e del modo in cui la sua azione è accolta e giudicata. «Se più spesso gli uomini di Chiesa pensassero alle impressioni che fanno su l’animo del fedele e si preoccupassero di produrle buone ed evangeliche, la loro vita sarebbe migliore e più feconda di virtù. Sovente invece essi si schermiscono da questo ossequio al giudizio degli umili perché pensano che l’autorità propria non deve rendere conto agli uomini, ma non pensano che all’autorità è fatto obbligo di rendersi illustre e amata per esempi generosi ed eloquenti».
 
In sintesi, nel ministero sacerdotale è insita una chiamata alla santità e nella risposta a questa vocazione le qualità umane della persona chiamata si fondono in intima unità con i tratti dell’uomo spirituale, modellato dallo Spirito secondo l’immagine di Cristo. «Una santità autentica, intima, voluta, personale, profonda dev’essere la qualità morale complessiva del sacerdote. E perciò un’educazione volontaristica e silenziosa, interiore e segreta deve badare a conferire indubbia, spontanea, verificabile sincerità alla condotta esterna di lui. Le virtù di ordine naturale devono essere coltivate e perfezionate in chi si fa ministro dell’ordine soprannaturale. Il santo ha da essere un uomo. La pietà non dispensa dalla bontà, ma la esige.
 
Le relazioni primigenie della morale, la pietà, la giustizia, la temperanza, le virtù cardinali insomma, sono la via maestra su cui corre il carisma dalla carità. Bisogna che il ministro di Dio sia quindi saggio, sincero, giusto forte, equilibrato, benefico. Naturale, non naturalista è l’educazione ecclesiastica; cioè l’ordine naturale non è né sufficiente, né propriamente possibile senza una stretta unione con quello soprannaturale della fede, della grazia, della Chiesa».
 
di Angelo Maffeis

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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