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Conversione missionaria per la diocesi di Roma

 
Pubblichiamo stralci della parte introduttiva dell’intervento pronunciato dal cardinale vicario per la diocesi di Roma in occasione della presentazione del progetto per il nuovo anno pastorale.
 
La domanda: dove sei? Sappiamo dalla Scrittura che, quando il Signore usa con noi quest’espressione, ci sta interpellando e provocando. Noi spesso non sappiamo dove siamo, oppure siamo nudi e ci nascondiamo da lui, o ancora lo abbiamo volutamente escluso dal nostro sguardo, alla ricerca di sentieri dove (ci illudiamo) non sia possibile incontrarlo. Invece il Signore ci viene incontro e ci riporta a lui e a noi stessi: dove sei?  In altri momenti della vita succede l’inverso: ci fermiamo e chiediamo al Signore di mostrarsi, perché grande è la confusione e lo smarrimento: Signore, dove sei? 
Non sappiamo qual è il senso di ciò che ci capita, ci sfugge la percezione della meta da raggiungere e della direzione da prendere, non ci sembra di avere le energie sufficienti per affrontare il cammino. «Mostrami la tua gloria», chiede Mosè a Dio, «e che il Signore cammini in mezzo a noi» (Esodo, 33, 18 e 34, 9).
 
In verità questa duplice domanda (il dove sei che Dio rivolge a noi e quello che noi gridiamo a Dio) esprime in termini drammatici la realtà più profonda della nostra vita comunitaria e personale: noi siamo legati al Signore da un’alleanza d’amore. Per questa alleanza «noi siamo il suo popolo ed egli è il nostro Dio». Come lo sposo e la sposa del Cantico dei cantici, egli ci cerca e noi lo desideriamo.
 
Sappiamo bene che la traiettoria che stiamo seguendo in questo tempo, come Chiesa di Roma, è quella della conversione missionaria di tutta la pastorale della comunità cristiana. Se davvero al cuore della vita della Chiesa c’è l’evangelizzazione, nulla rimane tale e quale (cfr. Evangelii gaudium, 25). La realtà stessa della vita degli uomini e delle donne della nostra città, compresa alla luce dell’amore appassionato di Dio, contiene un grido, un appello alla salvezza, che il Signore ci chiede di ascoltare e che ci spinge e ridefinire priorità, scelte, stili della vita ecclesiale.
 
La conversione missionaria non va intesa come un insieme di “altre cose da fare” rispetto all’ordinario. Siamo stanchi di cose da fare, soprattutto se significano “girare a vuoto” rispetto all’evangelizzazione. La conversione missionaria è a tutti gli effetti una conversione e nasce esattamente da questa domanda di Dio: dove sei? Di fronte a quest’appello siamo costretti a uscire allo scoperto, a riconoscere l’amore del Signore che ci è venuto a cercare nonostante la nostra nudità e a rimetterci in movimento in obbedienza alla sua chiamata. Proprio come Mosè di fronte al roveto ardente: «Togliti i sandali... Ho udito il grido del mio popolo... Perciò va’, io ti mando!» (Esodo, 3, 5.7.10).
 
Si tratta di entrare in un modo nuovo di pensare, o meglio in una vita nuova, fatta di esodi di liberazione e di cammini di sequela, più che di temi e di iniziative. Il Signore ama non farsi bloccare da schemi troppo rigidi, soprattutto se elaborati a partire dalle nostre idee e non dall’ascolto della sua Parola e dal dialogo tra fratelli. Dovremo aver cura che le tappe del percorso siano le conversioni e trasformazioni profonde più che le scadenze temporali, per cui non si fa il passo successivo se non è maturato quello precedente. Al posto del rassicurante “si è fatto sempre così”, che tanto assomiglia alle pentole di Egitto, affrontiamo il rischio di avventurarci per sentieri di evangelizzazione non ancora battuti ma che sembrano indicati dalla Parola di Dio. Invece di pretendere di forzare la realtà ripresentando insistentemente iniziative ormai desuete o, all’opposto, troppo eccentriche, fatte solo per stupire o creare consenso, cerchiamo di ascoltare il nuovo che lo Spirito suggerisce attraverso il grido della vita delle persone e la lettura dei segni dei tempi.
 
È necessario soprattutto convertirci a una mentalità comunitaria, all’essere popolo di Dio e Chiesa locale: molte parrocchie e comunità hanno confessato di essere affette dalla malattia spirituale dell’individualismo autoreferenziale. Pensare se stessi e il proprio gruppo senza gli altri significa esporsi a un rischio tanto grande quanto quello di chi crede di camminare nelle vie di Dio senza ascoltarne la Parola. La comunione del popolo di Dio e la guida del nostro vescovo Papa Francesco sono la garanzia che il cammino non è nostro, ma è quello voluto dal Signore. Le mappe per orientarsi nel procedere sono, dopo la Parola di Dio, i documenti del concilio Vaticano II, il magistero dei Vescovi di Roma nel dopo-concilio e, in questo nostro tempo, le indicazioni di Evangelii gaudium.
 
Dove sei? È una domanda precisa, personalissima, che interpella e chiede di prendere posizione. E noi ci mettiamo in cammino, come in un nuovo Esodo, senza rigide tabelle di marcia, ma con autenticità e con la consapevolezza del percorso che ci attende. Papa Francesco ci ha indicato l’orizzonte di una settimana di anni, fino al giubileo del 2025. Ci chiediamo: sette anni sono tanti, troppi? O forse si riveleranno troppo pochi? È difficile dirlo all’inizio. Sono comunque un tempo propizio per arrendersi alla voce del Signore e lasciarsi convertire da lui. Il libro dell’Esodo ci farà da paradigma, ha detto il Papa. Che significa? Egli ci ha spiegato: come nell’Esodo «Dio si è scelto e ha educato un popolo con il quale unirsi», per farlo diventare lo strumento della sua presenza e della sua azione nel mondo, così anche oggi «la Parola di Dio, l’opera del Signore, cerca qualcuno con cui coniugarsi, unirsi: la nostra vita».
 
 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 26 Settembre 2018 17:51 )

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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