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La testimonianza cristiana (Armando Matteo)

 
IN UN MONDO CHE CAMBIA È NECESSARIA E URGENTE LA TESTIMONIANZA CRISTIANA PERSONALE E COMUNITARIA
 
La fede è una marcia in più. La testimonianza cristiana oggi si può dire in molti modi. L'essenziale è mostrare con la vita che "credere" incrementa la qualità del vivere umano. Il cristiano sarà capace di ciò nella misura in cui accoglierà il vangelo. Credere però non è semplice e occorrerà preparare il terreno alla fede attraverso l'umiltà, la passione per la libertà e il compiacimento. «Mostrare il "sì" di Dio tocca le fondamenta stesse della chiesa, che di quel "sì" è figlia, discepola e responsabile. Per questo, la via della missione ecclesiale più adatta al tempo presente e più comprensibile per i nostri ontemporanei prende la forma della testimonianza, personale e comunitaria: una testimonianza umile e appassionata, radicata in una spiritualità profonda e culturalmente attrezzata, specchio dell'unità inscindibile tra una fede amica dell'intelligenza e un amore che si fa servizio generoso e gratuito».
Per corrispondere a tale l'appello ci appare opportuno sostare a pensare il profilo della testimonianza cristiana in modo più pertinente rispetto al tempo che viviamo e - di conseguenza - in modo più ispirato alla verità della cosa stessa. A riguardo del primo aspetto suonano ancora attualissime le parole di Karl Rahner: «La spiritualità del futuro non sarà più sostenuta socialmente […] da un ambiente cristiano omogeneo; essa quindi dovrà vivere, in modo molto più chiaro di quanto non sia avvenuto finora, in forza di una personale e diretta esperienza di Dio e del suo Spirito. Oggi la fede cristiana - e così la spiritualità - vanno di continuo vissute in prima persona: nella dimensione di un mondo secolarizzato, nella dimensione dell'ateismo, nella sfera della razionalità tecnica […]. In tale situazione la personale responsabilità del singolo nella sua decisione di fede è necessaria e richiesta in maniera molto più radicale che in passato».
 
Vi è poi da considerare - ed è fatto altrettanto degno di nota - che proprio all'interno della chiesa, all'interno di una stessa parrocchia o di una medesima associazione, la testimonianza cristiana oggi si dice in molti modi. Tale pluralità di declinazioni dell'unica sequela di Cristo è di sicuro una ricchezza, ma pone anche una seria questione teologico-pastorale, perché si potrebbe correre il rischio che per la paura di perdere qualcuno con un "no" alla fine si autorizzi chiunque a decidere da sé i modi del suo rendere testimonianza alla speranza del vangelo.
La riflessione sulla testimonianza diventa allora questione cruciale di analisi sia in riferimento al compito impreteribile dell'evangelizzazione nel tempo che viviamo, sia in relazione alla consistenza stessa della realtà ecclesiale, sottoposta al pericolo di svanire dietro la spinta della parcellizzazione dei modi di appartenenza.
 
Struttura della testimonianza
Un pensiero della testimonianza all'altezza della sua verità non può che partire dal rinvenimento della sua struttura elementare. Tale tratto è stato felicemente colto dalla meditazione filosofica più acuta, che trova nel seguente interrogativo di G. Marcel un punto decisivo di non ritorno: «L'essenza dell'uomo non sarebbe proprio quella di un essere che può testimoniare?».
La risposta è ovviamente positiva. La struttura dell'essere umano, infatti, è una struttura aperta, non richiudentesi su stessa. La sua coscienza non è mai perfettamente adeguata al dato: non è una macchina fotografica. L'essere umano è in una costante posizione di interrogazione e di trascendenza di ciò che gli sta dinanzi. Ha il potere di giudicare. E giudicare implica sempre la distanza tra il soggetto e l'oggetto del giudizio, la non coincidenza dei loro orizzonti. Qui trova ragione anche il dato interessante dell'ambivalenza delle cose del mondo, che non hanno un valore sciolto dalla relazione all'umano, ma lo riflettono e se ne lasciano determinare. Basti l'esempio del denaro: per alcuni ragione di vita, per altri mezzo e strumento; oppure allo sport, al tifo per una squadra, al modello di auto.
Pertanto, il soggetto umano abita il mondo, giudicando del mondo, instaurando relazioni significative con esso, conquistando una prossimità al mondo ma di secondo livello, nella quale il mondo è compreso in quanto viene misurato. Ciò, tuttavia, non accade in modo autoreferenziale, solo all'interno della coscienza umana: la necessità di dare un senso alle cose del mondo innesca nel soggetto umano la ricerca di qualcosa che possa venire riconosciuto quale misura del suo giudicare ed è esattamente ciò che egli "testimonia", manifesta.
Con la sua vita - dal modo di vestire, di parlare, di affrontare le diverse vicende dell'esistenza - l'uomo pertanto non fa presente soltanto se stesso, ma rende sempre presente anche ciò che ha eletto come "misura" del proprio misurare.
 
L'essenza dell'essere umano, ben a ragione afferma Marcel, è dunque quella di un essere che può testimoniare, cioè di colui che in ogni circostanza fa segno a "ciò" cui fa assegnamento per l'elaborazione dell'esercizio della propria libertà.
 
A tale prima conclusione ci conduce anche l'analisi etimologica della parola testimonianza: «Forse può sorprendere il fatto che le espressioni "testimonianza" e "testimone", derivando dal termine latino testis, provengano, secondo un'accreditata etimologia, da terstis, che indica "colui che sta come terzo". Il termine, di conseguenza, soprattutto per il suo valore giuridico, va a identificare colui che si pone in rapporto ad altri due soggetti relazionandoli tra di loro. Non meno suggestiva è anche l'origine del termine greco per indicare la testimonianza, martyria, che ha la sua radice in mérm?ros, "memorabile", e in mérimna, ossia qualcosa di importante che va a costituire il pensiero dominante e il ricordo fondamentale di una persona. In tal senso l'etimo suggerisce, qui, la coscienza di un fatto importante che permane nel tempo mediante il testimone, che ne è esistenzialmente la memoria».
L'etimologia latina e greca di testis e di martyria precisano meglio la struttura della testimonianza. Vi si riconoscono tre elementi: 1) ciò che viene testimoniato (che è, appunto, memorabile); 2) colui che testimonia (colui che sta appunto da terzo); 3) e colui cui viene rimmemorato, reso presente, l'oggetto della testimonianza.
Abbiamo quindi: un contenuto, non un qualsiasi contenuto, bensì uno memorabile, poi il testimone e, ovviamente, il destinatario. Il testimone è dunque colui che sta da terzo tra una verità che merita di essere ricordata e il destinatario di essa.
A questo punto, il discorso può essere più esplicitamente riferito al carattere cristiano della testimonianza.
 
La testimonianza cristiana
Qual è, in prima istanza, la verità della testimonianza cristiana? Che cosa per noi cristiani è essenziale rendere manifesto? A che cosa facciamo assegnamento, diventandone segno? Di cosa, insomma, ne va essenzialmente nel cristianesimo?
L'essenziale della verità cristiana della testimonianza è che la fede è un vantaggio per la vita. Ecco cosa "testimonia" il cristiano: egli testimonia che "cristianamente credere" incrementa la qualità della vita umana; che "cristianamente credere" è una possibilità, una marcia in più; che solo in Dio l'uomo può incontrare se stesso; che solo aprendosi al Vangelo può meglio dare un nome ai desideri che sgorgano nel suo cuore; che solo accogliendo la parola di Gesù l'uomo riesce a fare pace con la finitezza della propria esistenza; che solo lasciandosi inondare dalla luce della grazia riesce ad esprimere le potenzialità di bene, di bello, di buono, che sono in lui, e così poter anche resistere al male e prov(oc)are autentica indignazione. Che credere, insomma, è il modo più concreto e umanamente conveniente di prendersi cura della propria esistenza.
 
Il cristiano, dunque, indica ciò nella sua e con la sua vita: fa-segno alla convenienza umana della fede. Ovviamente, svolgerà al meglio tale gesto nella misura in cui più generosamente accoglierà il Vangelo. Una vita maggiormente guidata dalla bontà della fede sarà maggiormente trasparente di essa. La qualità concretamente cristiana di un'esistenza decide, dunque, della forza della testimonianza, della sua potenza di esposizione della verità che la fede è davvero un vantaggio per la vita. Il credente sarà così in grado di convincere il destinatario dell'affidabilità della parola di Gesù.
A ciò richiama, dunque, l'indicazione di Verona della testimonianza quale via ordinaria e privilegiata dell'annuncio del Vangelo a coloro che ancora non credono.
Il discorso deve, dunque, ora prendere in considerazione i destinatari della testimonianza cristiana. A tale proposito sono da approfondire due aspetti particolarmente pregnanti. Il primo riguarda la considerazione che il non-ancora-credente dei paesi di antica tradizione cristiana prova in genere nei confronti della fede un atteggiamento di resistenza o di diffidenza. Abbiamo così coloro che ritengono che la fede sia uno svantaggio per la vita, che nulla di buono possa essere tratto dalla pratica e sequela del Vangelo; coloro che, pur non negando direttamente la fede, hanno riempito il proprio cuore di falsi idoli, di modo da non riuscire più ad apprezzare la differenza tra servirsi delle cose e asservirsi alle cose; e, infine, in numero sempre crescente, coloro che non provano più alcun affetto per la vita e sono caduti in quella diffusa condizione normalmente indicata come "depressione".
Il secondo è più fondamentale aspetto della riflessione sui destinatari riguarda il fatto che cristianamente credere è, sì, conveniente, ma nulla affatto semplice. Negli ambienti ecclesiastici, invece, spesso circola un'idea piuttosto semplicistica del travaglio che si deve compiere per venire alla fede. Non si possiede cioè coscienza della complessità e della fatica che l'atto di fede richiede, proprio partendo dalle condizioni di resistenza/diffidenza prima descritte. Cristianamente credere, plasmare la propria vita al Vangelo, vivere i sentimenti di Cristo dentro il pullulante mondo di ogni giorno implica - in verità - il generarsi dentro il cuore dell'uomo di alcuni atteggiamenti verso di sé, verso Dio e verso il mondo, senza dei quali non si è preventivamente in grado di scorgere quanto sia davvero vantaggiosa la fede cristiana. Tali atteggiamenti sono quasi dei "preamboli" necessari all'atto della fede, cioè a quel movimento attraverso il quale l'uomo decide di sé e del mondo alla luce della notizia evangelica della bontà di Dio.
 
L'intelligenza teologica e la prassi pastorale dovranno pertanto manifestare maggiore attenzione al dinamismo richiesto a colui al quale si annuncia il Vangelo perché costui possa davvero accoglierlo.
Proviamo allora a tematizzare alcuni di questi preamboli dell'atto della fede.
 
Preamboli della "fides qua"
L'umiltà. Se l'uomo si crede Dio o come Dio, non ha bisogno del Vangelo. Se pensa che a tutte le domande troverà da sé le risposte, l'esperienza di Cristo non gli comunica nulla. Se è convinto che il suo sapere lo guiderà ad un infallibile esercizio della libertà, sarà impermeabile all'azione dello Spirito Santo. Se pensa che "è meglio da soli che male accompagnati", allora non sarà per nulla in grado di percepire la bellezza della vita ecclesiale.
 
Se, invece, riconosce che spesso le proprie risposte non sono adeguate alle domande che affollano il suo cuore, se afferra che gli orizzonti della sua libertà sono più ampi di quello che può capire con la propria mente, se prende co-scienza di quanto difficile sia vivere bene e all'altezza delle proprie potenzialità, se abbraccia la sua debolezza e non si vergogna di essa, se riesce a cogliere il grido di comunità che esce da ogni poro del suo corpo (non è un caso che l'uomo si dotato di due orecchie e di sola una bocca), allora l'esperienza del Vangelo può diventare interessante. Solo, cioè, se riconosce la straordinarietà del suo esserci a questo mondo, ma anche la fatica di onorare il dono della sua nascita, allora la parola di Gesù ha qualcosa da dire e da dare.
Essere umile significa, quindi, provare affetto per sé e per la vita: provare il bisogno di una luce che ci aiuti a non allontanarci dalla vita e a non allontanare la vita da noi. Se si vive ciò, allora la parola di Gesù diventa come "un libretto delle istruzioni", dal suggestivo titolo "Come non guastarsi l'esistenza con le proprie mani". Il vero dramma dell'umano è di fatti sempre in agguato ed è quello di diventare creature "ghiotte di morte": amare la fine della vita piuttosto che la vita fino alla fine.
 
Senza umiltà, questo non è dato. Umiltà è dunque l'altro nome dell'amore della vita, della sua fragile bellezza, della sua debole forza.
La passione per la libertà. Se c'è una cosa di cui il Dio cristiano è appassionato è la libertà dell'uomo. Tutto ha scommesso sulla libertà. Già la grammatica della creazione l'afferma nell'assentarsi di Dio nel mondo: nulla esplicitamente parla di lui ma non c'è nulla in cui non risuoni l'eco della sua potenza creatrice e della sua amorevole attenzione.
Poi, l'esperienza di Gesù conferma straordinariamente la passione divina per la libertà: la libertà è infatti il presupposto essenziale per l'evento della rivelazione di Dio nella storia. Dio, infatti, non si impone in modo irresistibile al suo partner umano, ma pone le condizioni per un incontro libero. L'evento dell'incarnazione è il segno più eloquente di tale volontà: la kenosi del Figlio è, allo stesso tempo, la condizione ontologica che permette la libertà della relazione ma anche la possibilità del suo insuccesso.
 
Nessuno, infatti, sino al giorno inatteso della risurrezione, è stato capace di riconoscere i segni della natura divina di Gesù e la narrazione evangelica non risparmia al lettore nessuna delle incomprensioni occorse tra l'annuncio del Regno da parte di Gesù e le attese coltivate da parte dei discepoli. Anche il momento di più alto confronto drammatico tra Gesù e le autorità gerosolimitane si compie sul filo del fra-intendimento: da una parte, Gesù che con l'annuncio dell'amore paterno di Dio oggettivamente vorrebbe sconvolgere ogni tradizione del sacro a lui precedente e reca grave pericolo per la convivenza umana su di essa basata e, dall'altra, i capi del popolo che non possono non coltivare il giustificato desiderio di mantenere un ordine civile contro quell'ambizione che dovette apparire davvero eccessiva.
 
Ma la sconfitta del Messia non diventa il luogo del risentimento di Dio, duplica piuttosto lo spazio della libertà umana. Nell'accogliere la morte che il Sinedrio gli infligge per la sua eccessiva pretesa di porre mano alle fondamenta della convivenza civile e religiosa di un intero popolo, Gesù, infatti, conferma - con il rimettergli la causa della propria esistenza - l'insuperabile affidabilità del Padre. E quella morte, segno inequivocabile che nessuno si decide al posto di un altro per Dio, è il luogo di una decisiva rottura teologica.
 
Condividere tale passione per la libertà, tuttavia, non è facile: come non ricordare le suggestive parole del Grande Inquisitore de I fratelli Karamazov di F. Dostoevskij? Eccone un passaggio significativo. 
È l'inquisitore che si rivolte allo straniero-Gesù: «Ti dico che per l'uomo non c'è assillo più tormentoso di quello di trovare qualcuno al quale trasmettere al più presto quel dono della libertà con il quale il disgraziato essere viene al mondo. Ma solo colui che acquieta la coscienza degli uomini può dominare la loro libertà. […] Ma che cosa è accaduto? Invece di assumere il dominio della libertà degli uomini, tu hai reso quella libertà ancora più grande! Oppure hai dimenticato che all'uomo la pace, e persino la morte, sono più care della libertà di scelta nella conoscenza del bene e del male? Nulla è più seducente per l'uomo della libertà di coscienza, ma, nel contempo, non c'è nulla che per lui sia più tormentoso. Ed ecco che, invece di solidi principi per acquietare la coscienza degli uomini una volta per tutte, tu hai scelto tutto ciò che di più insolito, vago ed enigmatico possa esistere, hai preso tutto ciò che è superiore alle forze dell'uomo e hai finito con l'agire come se non amassi affatto gli uomini, proprio tu che eri venuto a donare la tua vita per loro! Invece di assumere il dominio della libertà umana, tu l'hai accresciuta e hai sovraccaricato con i suoi tormenti il regno spirituale dell'uomo, per sempre. Tu hai desiderato il libero amore da parte dell'uomo, hai desiderato che egli venisse spontaneamente a te, attirato e catturato da te».
 
Per questo il vero nome della non-credenza è l'idolatria: credere agli idoli è più facile. Gli idoli rendono schiavo l'uomo con l'illusione di restare a suo servizio. A questo livello si radica molta resistenza al cristianesimo, perché per credere bisogna convertirsi, voltare le spalle agli idoli (non ai soldi, ma ai soldi divenuti idoli), scomunicare ciò che fino a quel momento si è ritenuto come un dio. E spesso, come Dostoevskij fa dire all'inquisitore, noi amiamo, coccoliamo i nostri carnefici, chi ci pone in stato di inferiorità.
 
Ma qui si coglie pure il fascino di essere cristiani/liberi perché appassionati di questo Dio che desidera - dice ancora Dostoevskij - che noi andiamo spontaneamente a lui, attirati e catturati da lui.
Il compiacimento. Vi è, infine, un ultimo carattere da acquisire per percepire la bontà del credere cristiano. E questo in parte vale anche per coloro che sono già credenti. Come cristiani, siamo abituati a pensarci e a vivere da persone compassionevoli, simpatetici delle sofferenze degli altri. E sicuramente questo è vero, ma non è (non dovrebbe essere) il tutto dell'essere un seguace di Cristo. 
 
Il cristiano è soprattutto un figlio del Dio della vita, della nascita, di un Dio che ha ed è Figlio e che quindi rinnega ogni connotato negativo della finitudine, aprendola piuttosto alla logica della benedizione e della custodia: «Orbene, proprio nella nascita nella carne, il Figlio di Dio si mostra e si rivela come "Figlio", come il "generato" dal seno del Padre prima di tutti i secoli. Nella sua nascita da donna, il nato da Dio rivela che la nascita stessa non è prima di tutto il marchio della finitudine da rimuovere ad ogni costo. La storia e la forma della persona di Gesù mostrano che il "nascere" non rappresenta solo una caratteristica degli esseri umani che godono della vita solo come di un fugace prestito, ma è anzitutto la proprietà e la forma della Vita che è "la luce degli uomini" (Gv 1,4)».
 
Per corrispondere a questa profonda verità dovremmo sviluppare e favorire il diffondersi di una virtù che bilanci la compassione: la virtù del com-piacimento, del godere del bene, anche di quel bene di cui non si è né origine né causa. Imparare a riconoscere la bellezza del bene, di ogni bene, di tutto il bene. Chi ha il cuore posto sotto scacco dal proprio egoismo con difficoltà potrà diventare "uditore" dell'amore del bene e del bene dell'amore che ha impregnato ogni fibra di Gesù e ogni rigo di quei testi che ne rendono ancora oggi viva la presenza in mezzo ai suoi.
Dal convegno scaligero, dunque, i credenti ricevono l'invito a trovare dentro le esperienze ordinarie «l'alfabeto con cui comporre parole che dicano l'amore infinito di Dio», e con cui in-segnare agli uomini e alle donne la via dell'umiltà, della liberà e del com-piacimento.
 
L'attenzione, infine, che verrà prestata al venire alla fede dei non-ancora-credenti potrà fornire criteri di giudizio dei (molti) modi in cui oggi si dice la testimonianza cristiana.
 
 
Cei, "Rigenerati per una speranza viva" (1Pt 1,3): testimoni del grande "sì" di Dio all'uomo. Nota dell'episcopato italiano dopo il 4° convegno ecclesiale nazionale, 29 giugno 2007, 11.
Rahner K., Elementi di spiritualità nella chiesa del futuro, in Goffi T. -Secondin B. (edd.), Problemi e prospettive di spiritualità, Queriniana, Brescia 1980, 437-438.
Martinelli P., La testimonianza, Paoline, Milano 2002, 7-8.
Un'analogia pertinente ci sembra quella della tutela della salute, che di per sé sarebbe atto naturale e spontaneo, ma chiunque sa invece quanto investimento di energie e di attenzioni richieda.
Manzi F. - Pagazzi G.C., Il pastore dell'essere. Fenomenologia dello sguardo del Figlio, Cittadella, Assisi 2001, 63-64.
Cei, "Rigenerati per una speranza viva" ( Pt 1,3), 12.