Home Eventi Dalle pietre alle persone - Sedicesimo convegno liturgico internazionale

Dalle pietre alle persone - Sedicesimo convegno liturgico internazionale

 
L’amore non è un abito, un mantello che non sia ceduto o diviso, piuttosto è abitudine, non può essere identificato con un perimetro, con un recinto, né con l’aspetto di una costruzione
 
A Bose si riflette insieme per tre giorni, tra “addetti ai lavori” sul tema del tempio e sul modo di interpretarlo oggi. Anche se confusioni, equivoci e fraintendimenti in materia non mancano e non sono mai mancati, è certo superfluo ricordare che con questo termine si sono intese e si intendono idee e cose diverse: il corpo umano che ospita la natura divina o che se ne fa strumento, quasi arnese («distruggete questo tempio e lo ricostruirò in tre giorni»: attraverso la resurrezione e il perdono, che è resurrezione dalla “morte secunda”), la chiesa costituita dalla sequenza delle vite delle persone nel corso del tempo, definibile come la chiesa grande («tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa»), il tempio vero e proprio come luogo sacro, perimetrato, di testimonianza di un primato, quello dell’amore assoluto (nelle predicazioni nel tempio sin dai dodici anni, come nella tentazione sulla torre, come nella cacciata dei mercanti dal tempio).
Vi è poi anche la “chiesa piccola”, secondo la definizione di Margherita Porete, ristretta ma che non deve chiudersi in sé stessa, costituita dagli addetti al tempio, i sacerdoti, i religiosi, gli eredi dei discepoli. La tre giorni di Bose è incentrata soprattutto sugli edifici religiosi e sulle città, sui luoghi nei quali far sorgere nuove chiese, sul modo attuale di realizzarle, sul ruolo che possono avere nel riqualificare le periferie. In realtà i diversi aspetti sono inscindibili, al punto che perfino nella forma molte costruzioni del passato evocano il corpo umano, mentre nella funzione tutte testimoniano la casa di una comunità attraverso la storia. Il tempio come chiesa è infine anche la nave, il veicolo, lo strumento che attraversa lo spazio e il tempo secondo una doppia dimensione, orizzontale e ascendente. Luogo per eccellenza di servizio e di valori sociali, perché nell’immateriale e poi anche nel materiale possano scaturirne valori morali e valori economici sani.
 
Prima ancora del sorgere del cristianesimo, con pochi anni di anticipo, viene codificato nel trattato di Vitruvio quali debbano essere le caratteristiche di un tempio inteso come edificio. È interessante conoscere e considerare quale fosse la nozione di tempio all’epoca che precede immediatamente la costruzione delle prime chiese paleocristiane che a loro volta hanno posto le basi della tradizione successiva: per quanto si volessero distinguere i templi della nuova religione cristiana dai precedenti, non si poteva certo prescindere del tutto da alcune caratteristiche consolidate e distintive degli edifici religiosi. Per non dire poi che piuttosto che estirpare preesistenti consuetudini e credenze, spesso e per lunghi periodi si ricorreva o ci si rassegnava anche alla koiné, all’ecumene, alla fusione: templi e luoghi sacri ad Apollo che venivano dedicati a sant’Apollinare, templi di Minerva dedicati a Maria, e si potrebbe continuare a lungo con la storia degli “innesti”. Si stabiliva una continuità a volte marcata con gli edifici più antichi, precedenti, che a volte venivano distrutti, altre volte trasformati.
 
Comunque salvo che in occasione o nei periodi dei conflitti più accesi, in generale rovinare, guastare edifici e spazi verdi non era permesso, e non solo nel rispetto del principio ne urbs ruinis deformetur («la mancanza di cure nell’edilizia non deformi la città») ma anche e soprattutto per l’altra legge decemvirale de tigno juncto ne solvito («un legno, una trave, un palo unito a un altro non sia sciolto, nemmeno dal proprietario»). Se non si poteva distruggere non era lieve nemmeno la responsabilità nel costruire: basti il caso di Apollodoro di Damasco, caduto in disgrazia per un errore di proporzione, per non aver commisurato le dimensioni di una statua assisa allo spazio interno del tempio di Venere e Roma (o del sole e della luna) in cui era stata collocata: si osserva allora che la statua colossale è ben fatta, sembra vera, ma non potrebbe alzarsi in piedi dal suo trono senza urtare con la testa il soffitto. La pena comminata all’architetto per questo errore compositivo, irremissibile, è la morte.
 
Tale era l’attenzione per la cura dei luoghi pubblici: si torna alla stessa pena d’origine prevista per chi non rispetta il solco, il sacer, il perimetro della città. Templi che in estrema sintesi così vengono descritti da Vitruvio nel 27 prima dell’era cristiana: orientati con la terra che li circonda ma anche col cielo che li sovrasta, di volta in volta, secondo una sorta di sapiente compromesso. Il tempio racchiude un tesoro (non tanto e non solo quello delle offerte e dei doni ricevuti, quanto quello sapienziale dei principi condivisi e dell’unità di intenti che evoca), una cella, come uno scrigno, ma è permeabile in antis, sul fronte di ingresso, su due lati o tutt’attorno, attraverso i colonnati in luogo dei muri, di modo che il riparo si estenda a coprire e proteggere chi si trova all’esterno. Coloro che nelle prime chiese si dicevano catecumeni, piuttosto che infedeli.
 
Non vi sono luoghi o persone da combattere, ma pensieri o azioni, situazioni da evitare, da cambiare. O, più propriamente, non si migliora mediante la difesa, meno che mai la contrapposizione, l’attacco, ma per adesione: vi sono quindi piuttosto gesti da compiere, impegni da assumere, offerte da recare, aiuti da prestare, occorrenze da soddisfare, testimonianze da rendere. Chi non comprende questi costumi non vive davvero.
 
L’amore non è un abito, un mantello che non sia ceduto o diviso, piuttosto è abitudine, non può essere identificato con un perimetro, con un recinto, né con l’aspetto di una costruzione. Quel luogo simbolico e anche fisico di raccoglimento nell’amore reciproco, può servire soprattutto a drenarlo per amplificarlo e farlo traboccare all’intorno e difatti anche nella forma e nella funzione gli edifici religiosi fungevano e ancora fungono da segnale, da richiamo, da orientamento, di notte perfino da lanterna. Quasi fossero la cassa armonica di uno strumento musicale.
 
E spesso sorgevano sulle fonti. Sorgenti. Proprio come fondazioni, per innalzare quanto serve sul luogo dei doni, dove sgorga gratuito il necessario. Al punto che per il tempio cristiano si potrebbe parafrasare il motto di Leon Battista Alberti: la città come grande chiesa e la chiesa come piccola città. Il tempio a porte spalancate, con il suo primo ingresso addirittura senza porte, accogliente per tutti, diviene con la nuova basilica di San Pietro addirittura chiesa a braccia aperte, sempre evocando la forma del tempio antico. Secondo un nuovo che avanza senza dimenticare, ricordando. E pare proprio questo il modo in cui a Bose si intende studiare il ruolo delle nuove chiese (fatte di pietre e di persone) nelle periferie.
 
Una pietra miliare che in moltissimi non possiamo dimenticare, ad esempio e in proposito, è la chiesa dei Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela, a Roma. Dove al momento delle epistole, nelle feste maggiori, si leggevano anche le lettere dei parrocchiani lontani. Questo fatto che la chiesa rende le persone come pietre fondanti e le pietre poste da chi non c’è più come persone vive, suggerisce il ricordo di un più generale e condiviso ammonimento: se non parleranno le persone grideranno le pietre.
 
Anche quelle delle nuove chiese, attuali. Da qui scaturisce una forza creativa per reinterpretare e perfino per trasformare e rifondare le periferie, intese come luoghi di marginalità, di esclusione, di scarsa cura, di poco affetto comune, di isolamento, di carenza di amore. Non tanto e non solo quindi luoghi di povertà, quanto soprattutto di miseria morale. Nei quali il disprezzo è palpabile. Luoghi di mancanze e dispiaceri. Di occasioni perdute. A volte proprio la povertà, il difetto, l’indesiderabile, offre le condizioni più vitali per fare qualcosa di buono.
 
Si è scelto di partire proprio da qui, a Bose: dalle condizioni meno facili, procedere secondo una logica paziente, parsimoniosa e quasi meticolosa ma condivisa, partecipata e collegiale, di rammendo architettonico. Che non mira solo alla bellezza, tanto meno all’attrattiva. Che non cerca occasioni di palcoscenico per la vera o presunta genialità individuale.
 
Che rinuncia ai camuffamenti, ai sepolcri imbiancati. La vera novità, o se si preferisce il maggiore ritorno alle origini, è proprio qui: dalle pietre alle persone non si tratta di qualcosa da conservare di bell’e fatto, verso cui andare, nel quale entrare o al quale aderire, o eventualmente anche da rifiutare, ma di qualcosa di nuovo che manca, da costruire, insieme.
 
La teoria e la pratica nel caso dell’architettura sacra sono più ancora serrate e interrelate del solito.
 
di Francesco Scoppola

Ultimo aggiornamento ( Domenica 03 Giugno 2018 16:43 )

 

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