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In guerra con il caos della vita

 
Un ricordo dello scrittore americano Philip Roth
 
Dopo che Margaret Martinson, la sua prima moglie, morì in un incidente stradale, nel 1968, Philip Roth iniziò, nella sua smisurata produzione romanzesca, a esplorare il territorio interiore di uomini e donne, colpiti da una morte violenta di un congiunto o di un amico: un’umanità paralizzata dal senso di colpa, nonché scioccata dall’improvviso palesarsi di un comune destino esistenziale letto come fine, azzeramento. Ricorrente candidato “per acclamazione popolare” al premio Nobel, mai ricevuto, lo scrittore ebreo newyorkese si è spento il 22 maggio. Lo scorso 19 marzo aveva compiuto 85 anni.
 
Tutta la sua opera potrebbe essere interpretata come una reazione allo sconcerto della finitezza umana, come un’amara e disperata riflessione su una mortalità irredimibile. In una delle sue ultime e rarissime interviste Roth dichiarava: «La morte mi sciocca. Mi è familiare più di quanto non lo fosse venticinque anni fa. Davanti a questa mi ritrovo semplicemente scioccato e sbalordito».
 
Roth ha dato voce a personaggi che si confrontano quotidianamente con un’esistenza percepita come precaria a livello esistenziale, ma a cui reagiscono cercando di conformarsi alle norme del sistema, alle convenzioni sociali: come in Pastorale americana, considerato il suo capolavoro, un romanzo che gli è valso nel 1997 il premio Pulitzer. Il protagonista è Seymor, ebreo bello, biondo, ricco e atletico che sposa una ex-miss New Jersey, inseguendo una vita perfetta: ma l’armonia è apparente, poiché, lungi dall’essere “ancorata sulla roccia”, viene sgretolata dalla figlia della coppia, rea di un attentato dinamitardo per protestare contro la guerra in Vietnam.
 
In Pastorale americana, come in molte altre opere di Roth, «ciò che sembra non è» e il sottile tappeto di un compiaciuto benessere di facciata non riesce a celare quel caos irreversibile e inestirpabile, che conduce inesorabilmente i personaggi alla dannazione. La vita di Seymor così va in pezzi e trascina con sé quella degli altri: tutti alla fine si rivelano essere bugiardi, malati, “invasi” da verità nascoste.
 
La narrativa di Roth presenta un quadro desolante senza possibilità di speranza: la dannazione, la perdizione divengono la fine inevitabile, il destino di chiunque. Amaro, disilluso nichilista, lo scrittore trova la sua ragion d’essere in se stesso e non nella relazione con l’altro, come lui stesso ha dichiarato: «Non mi preoccupo del lettore, come il lettore non si preoccupa di me: ognuno dovrebbe pensare a se stesso. Senza scrivere romanzi mi sento solo, mi sento vuoto e infelice».
 
La scrittura ha salvato Roth dalla depressione: attraverso di essa, ha riflettuto con amara ironia sulla malattia e la morte, intese come calamità che aspettano l’uomo dietro le quinte: emblematico è il romanzo Everyman con cui, a voler testimoniare la congenialità della riflessione sul (non)-senso della vita, Roth si è dimostrato essere l’unico scrittore ad aver ricevuto per la terza volta il Premio pen/Faulkner per la narrativa.
 
Il pensiero ricorrente sulla mortalità umana si incarna in storie, segue vite, descrive personaggi con un’ironia, che non diviene mai sarcasmo: come ne L’animale morente dove Roth sapientemente racconta la paura e la vergogna dell’invecchiamento del corpo: «Penso — ha commentato lo scrittore — di essere abbastanza stupido e noioso al di fuori della mia scrittura. Tutta la mia intelligenza è avvolta in storie specifiche. La mia intelligenza non si esprime nel dire cose argute, ma immaginando situazioni in parole. Tutta la mia forza mentale ha a che fare con la specificità».
 
E in questa capacità di dar voce a delle storie, seguendo svariati registri stilistici che vanno dall’ironico, al comico, al grottesco, Roth è riuscito a rappresentare l’essere umano alle prese con una finitezza che lo sovrasta, che non è capace di sintonizzarsi sulle frequenze di nessuna trascendenza e che, per questo, è destinata a implodere, a rovinare su se stessa.
 
Dopo una carriera che lo ha accreditato come romanziere di rilevanza mondiale e scrittore assolutamente decisivo nel panorama culturale statunitense, il 10 novembre 2012, all’età di 79 anni, Roth ha annunciato pubblicamente il suo addio alla letteratura, usando la metafora del combattimento, dello scontro impari con una vita che alla fine è rimasta un groviglio impenetrabile di domande. «Alla fine della sua vita il pugile Joe Louis disse: “Ho fatto del mio meglio con i mezzi a mia disposizione”. È esattamente quello che direi oggi del mio lavoro. Ho deciso che ho chiuso con la narrativa. Non voglio leggerla, non voglio scriverla, e non voglio nemmeno parlarne».
 
di Elena Buia Rutt

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 23 Maggio 2018 18:19 )

 

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