Home Spiritualità L’AMICIZIA NEL PRESBITERIO (Mons. Franco Giulio Brambilla)

L’AMICIZIA NEL PRESBITERIO (Mons. Franco Giulio Brambilla)

 
Giornata di Fraternità sacerdotale
 
All’interno di questa ardita costruzione (BASILICA DI RE, VALLE VIGEZZO, NOVARA), innalzata dai nostri padri, per cui merita venire a Re solo per vedere la Basilica – oltre la Madonna evidentemente che è la cosa più importante! – mi piace quest’oggi commentare con voi la prima e la terza lettura della Liturgia della Parola di Dio di ieri (VI Domenica di Pasqua, anno B, At 10, 25-27. 34-35. 44-48; Gv 15, 9-17) proprio nella circostanza degli anniversari e dei riti che celebriamo quest’oggi. Nella prima lettura colpisce questo fatto: come fanno Pietro e gli altri a capire – in questa che viene chiamata la piccola Pentecoste del capitolo 10 del libro degli Atti degli Apostoli – che questi Pagani hanno ricevuto già lo Spirito Santo, pur non avendo ancora ricevuto il battesimo? Come fanno a comprenderlo? 
 
Se leggiamo tra le righe del brano vi sono due piccoli indizi. Dice il testo: Pietro allora prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga» (At 10, 34-35)
 
una frase diventata giustamente famosa in tutta la tradizione, perché “Dio non fa preferenze di persone” è stata ripetuta centinaia e centinaia di volte! Contro questa espressione dovette lottare anche Sant’Agostino con la sua teologia della predestinazione secondo la quale invece sembrava che Dio facesse preferenze e scegliesse alcuni e non altri.
 
“Pietro stava ancora dicendo queste cose quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la parola” (At 10, 44) 
 
Ecco il primo indizio. Lo Spirito è collegato all’ascolto della Parola, la parola evidentemente del kérigma, del primo annuncio evangelico che trova ascolto in questi pagani a qualunque popolo appartengano. Il seguito del testo lo prova: I fedeli circoncisi [coloro che erano venuti con Pietro, il gruppo di Gerusalemme piuttosto tradizionalista] si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo: li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio. (At 10, 45-46)
 
Ed ecco il secondo indizio, che riprende Atti 2: il parlare in altre lingue, il dire l’evangelo nella lingua dell’altro, facendosi capire nella lingua dell’altro. È  il tema che ho sviluppato l’anno scorso a Cannobio: “Dire Gesù agli altri nella lingua degli altri!”. Questo è esattamente uno degli indizi dall’accoglienza dello Spirito! A cui si aggiunge la glorificazione delle opere di Dio (magnalia Dei), la preghiera di lode, di ringraziamento, tutte espressioni per noi difficili da interpretare.
 
E allora Pietro tira la conclusione del brano: “Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto come noi, lo Spirito Santo?”. (At 10, 48)
 
La conclusione del brano è piuttosto strana, ed è difficile da maneggiare perché può provocare anche una sorta di estrinsecismo tra l’azione dello Spirito e i gesti sacramentali della chiesa. Noi facciamo i gesti sacramentali, il battesimo e gli altri gesti ecclesiali, ma lo Spirito soffia dove e come vuole! Come a dire che lo Spirito è libero di fronte ai gesti della chiesa, ma questa idea introduce un’idea di libertà di Dio come arbitrarietà. In realtà il senso della frase mi sembra il seguente: lo Spirito chiede di essere accolto sempre come dono. Se non sbaglio l’interpretazione biblica de “lo Spirito soffia dove e come vuole” non significa che lo Spirito soffia di qui e non di là, a capocchia! L’espressione “lo Spirito soffia dove e come vuole” significa che Egli resta un dono, perché nessuno può afferrarlo e farlo diventare proprietà privata. In realtà si sa dove lo Spirito soffia, nella direzione di Gesù! Perché quando verrà, ci introdurrà alla pienezza della verità, che Gesù stesso.
 
Chiarito questo, possiamo trovare il canale che ci collega al Vangelo che abbiamo ascoltato ieri. Il Vangelo di Giovanni dice che lo Spirito si realizza in noi con il comandamento dell’amore! Gesù riprende il comandamento. dell’Antico Testamento dell’amore del prossimo e che si trova tale quale in un filosofo contemporaneo a Gesù, Epitteto, che diceva: “Amatevi gli uni gli altri”. Qual è il “di più” del comandamento dell’amore  di Gesù? 
È abbastanza facile: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”! Il riferimento a Gesù, il ????? ??? (Gv 15,12), il “come io” di Gesù fa la differenza perché non basta amare gli altri – questo lo dicono in molti e probabilmente ci arriva anche la sapienza umana – ma la differenza sta nel “come io” di Gesù, che assume la sapienza umana, ma all’interno della sapienza umana apre verso l’alto, come fa questa la basilica, l’amore umano verso l’amore di agàpe. 
 
L’Evangelista poi traduce questo, dicendo: Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando” (Gv 15,14)
 
e introduce il tema dell’amicizia. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone ma vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15) 
 
Questo testo era molto caro a papa Benedetto XVI. L’amore di amicizia è l’amore che media tra l’amore di eros (????)  e l’amore di agape (?????). L’amicizia è quel tessuto, è quell’ordito, con il quale l’amore di attrazione e l’amore che viene dall’alto si intrecciano e si scambiano le loro qualità. Ricordiamo in questa direzione anche l’altro testo tratto dalla seconda lettura di ieri, un altro bel testo:
 
Non siamo stati noi ad amare Dio ma egli per primo ci ha amati (1Gv 4,10)
 
Cinque aspetti per la vita del presbiterio
 
Questa mattina siamo venuti qui a celebrare gli anniversari del presbiterio, la comunione del presbiterio, davanti a questi giovani che chiedono di entrare nel presbiterio. E allora noi non dobbiamo soltanto spiegarglielo, ma dobbiamo mostrarlo; e non soltanto dobbiamo dimostrarlo, ma rendere con un’evidenza palpabile che cos’è il presbiterio. 
Ora, il Giovedì Santo vi ho detto alcune cose per la vita pratica del presbiterio. Il testo l’ho mandato a tutti: ho voluto per così dire illustrarvi “la croce” del presbiterio. Ora mi piacerebbe, invece, mostrarvi “la testa” della vita del presbiterio, indicando cinque aspetti, come ne ho ricordati cinque anche in quell’occasione, per il presbiterio. Occorre far vedere che i nostri legami di amicizia sono capaci di costruire la vita del presbiterio. 
Ora accenno velocemente a questi cinque aspetti, in seguito magari si potrebbe tornarvi più distesamente l’anno prossimo, il Giovedì Santo, con meditate parole.
 
1. La stima
 
Primo. Perché un presbiterio sia fisiologicamente sano è necessario coltivare la stima previa gli uni nei confronti degli altri. È necessario che nei nostri linguaggi, nei nostri gesti, ci sia quasi contenuta tale stima previa, il che non significa che dopo la si dimentica. Il confratello prete, dal vescovo all’ultimo presbitero, dev’essere considerato con un’opzione positiva, se sta facendo questa cosa…, se sta dicendo questa cosa…, cominciando a vedere cosa dice e cosa fa dal suo punto di vista. Usando due verbi abbastanza chiari: cominciamo a “comprendere” prima di “giudicare” i nostri confratelli. 
 
2. L’attenzione
 
Secondo. L’attenzione nei momenti di malattia. Dev’essere un’attenzione delicata. È molto importante che i sacerdoti che non stanno bene si sentano, soprattutto se anziani, considerati nella loro condizione. Si vada per esempio a trovarli, si ascoltino, si abbia pazienza con loro. Gli anziani reagiscono in modi molto diversi. In questo momento della vita uno gioca tutto, e quindi diventa più difficile seguire. Certe volte anche una parola può ferire! 
 
3. La visita gratuita 
 
Terzo. La visita “gratuita” ai confratelli. È la visita che si fa al fratello prete per pura amicizia. Quando tu vai a trovare un confratello e gli dici: “Sono qui a trovarti” e l’altro risponde: “Ma hai bisogno di qualcosa?”. E tu gli dici semplicemente: “No, sono venuto solo a trovarti”. Ecco questa è la visita gratuita! Tu vai a trovarlo, ma non hai altro motivo. E vai a trovare soprattutto quelli che non si vedono mai! Se a due o tre riunioni di Unità Pastorale o di Vicariato, vi sono sempre gli stessi assenti, che bello andare a trovare uno di questi fratelli! 
 
4. Discorsi a tavola
 
Quarto. Vi invito a verificare il livello dei nostri discorsi a tavola, perché siano discorsi costruttivi. Sulla chiacchiera rimando ai numerosi interventi di Papa Francesco. In positivo vi dico: facciamo circolare le cose belle che abbiamo letto, un articolo, un incontro, un convegno; favoriamo i linguaggi che facciano crescere il nostro vissuto, che alimentino e nutrano il nostro ministero. Sennò che amore di amicizia è? È molto importante questo: far crescere i nostri rapporti perché siano generativi! Spesso, al contrario, i nostri linguaggi sono depressivi! L’aspetto più tremendo della chiacchiera non è solo quello di diffondere la maldicenza, ma è di essere depressiva, di non far crescere la vita. La chiacchiera è distruttiva, analitica e divisiva, non è mai sintetica e costruttiva! Credo molto a questo: ho imparato tante cose nei tre anni a Roma, quando ho avuto la fortuna di stare per tre anni interi con cinquanta confratelli, che studiavano con me. Non c’era e non poteva esserci gelosia tra di noi, perché poi ognuno ritornava nella sua diocesi. Con loro ho imparato tantissimo, perché, nonostante molte discussioni, c’era però la capacità di condividere e collaborare. 
 
5. La collaborazione pastorale
 
Quinto. I primi quattro aspetti sono come l’ordito su cui poi tessere il filo d’oro della collaborazione pastorale e non con quelli del Vicariato accanto, ma con quelli del proprio Vicariato e della propria Unità Pastorale. Credo invece che prima della vita comune, spesso assai enfatizzata, tra i preti, magari  qualche volta anche con la comunione di tavola, è molto più importante il lavoro pastorale comune! Questo è veramente il momento più alto di amore, di amicizia, con cui anche con il confratello che non è simile a me, che è diverso da me, che ha altre idee da me, cerco in tutti i modi, con vari livelli di convergenza e comunione, di camminare e lavorare pastoralmente insieme! 
 
Conclusione
 
Questi sono i cinque aspetti che mi sono venuti in mente stanotte, e voi giovani, che entrate nel presbiterio, sappiate che dovete fare così, perché raccontano che… in una diocesi dell’Africa i preti giovani fanno più fatica a vivere queste cose rispetto ai preti meno giovani. Ma è una diocesi dell’Africa…