Home Spiritualità «ESSERE SANTI? È IL SEGRETO DELLA FELICITÀ»

«ESSERE SANTI? È IL SEGRETO DELLA FELICITÀ»

Il vicario del Papa per la Città del Vaticano, che ha lavorato con san Giovanni Paolo II ed è stato amico di santa Teresa di Calcutta, commenta per noi la nuova esortazione di Francesco sulla santità. «La società attuale sta cercando la realizzazione dove non la troverà»
 
 
Il cardinale Comastri: «Essere santi? È il segreto della felicità» Gaudete et Exsultate, le frasi più significative della nuova esortazione "Gaudete et exsultate": la santità non porta il broncio e riguarda tutti . Il cardinale Angelo Comastri  è un vescovo che di santità se ne intende. Ha avuto il privilegio di essere annoverato tra gli amici di santa Teresa di Calcutta e ha collaborato a lungo con san Giovanni Paolo II. Per questo a lui, che oggi è arciprete della Basilica di San Pietro e vicario del Papa per la Città del Vaticano, ma anche autore di moltissimi libri di spiritualità, abbiamo chiesto di commentare la nuova esortazione di papa Francesco, intitolata Gaudete et exsultate.
 
Eminenza, il Papa ci vuole tutti santi! Non è solo una battuta, è proprio la sintesi che egli stesso fa: «Quello che vorrei ricordare con questa esortazione è soprattutto la chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi, quella chiamata che rivolge anche a te: “Siate santi, perché io sono santo”». Ma davvero ciascuno di noi può essere santo?
 
«Sì, il Papa ci vuole tutti santi. Sapete perché? Perché il Papa sa bene che la santità coincide con la felicità. Un fotografo chiese un giorno a Madre Teresa di Calcutta: “Madre, mi tolga una curiosità: perché nei suoi occhi brilla tanta felicità?”. La Madre con semplicità rispose: “I miei occhi sono felici perché le mie mani asciugano tante lacrime!”. Che meravigliosa risposta! Madre Teresa era felice perché viveva intensamente la carità: e carità e santità e felicità sono la stessa cosa. Oggi questo richiamo del Papa è particolarmente urgente, perché molti pensano che la felicità si trovi accumulando ricchezze oppure tuffandosi nei divertimenti e nell’esaudimento di ogni capriccio. Illusione! Tragico inganno! Nel 1970 il giornalista Mario Soldati andò in Svezia con l’intenzione di raccontare i prodigi del “paradiso svedese”. Dopo aver visitato e studiato a lungo la società svedese, il libro che venne fuori aveva questo titolo: I disperati del benessere. Capite? Ecco perché il Papa, con l’esortazione Gaudete et exsultate, ci ricorda che l’attuale società sta cercando la felicità dove non la troverà: bisogna cambiare rotta, bisogna uscire dalla prigione dell’egoismo, bisogna riscoprire la bellezza della santità, nella quale si nasconde il segreto della felicità».
 
Francesco mette in guardia da due “eresie contemporanee” che ci sono d’ostacolo sulla via della santità. Hanno due nomi difficili: gnosticismo e il pelagianesimo. In parole povere, cosa significano?
 
«Cerco di tradurre il pensiero del Papa con un linguaggio molto semplice. Tutti abbiamo ricevuto da Dio due splendidi doni: l’intelligenza e la volontà. Questi doni sono buoni, ma possiamo avvelenarli quando li trasformiamo in “idoli”. Mi spiego. Può accadere di pensare che la perfezione (cioè la santità) venga ridotta a una montagna di scienza, di conoscenza: questo è lo gnosticismo. No! Non è così! San Paolo giustamente osserva: “Se anche conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza… se non ho la carità, io sono nulla!” (1Corinzi 13,2). La santità – e, quindi, la felicità – non dipende dalla scienza, ma dalla carità vissuta fino al segno estremo. La stessa cosa vale per la “volontà”. È un dono di Dio, ma questo dono si avvelena quando pensiamo che, con la sola nostra volontà, possiamo scalare la montagna della santità e diventare felici: questo è il pelagianesimo. Gesù giustamente ci ha avvisati quando ha detto: “Senza di me non potete fare nulla” (Giovanni 15,5). La volontà e l’intelligenza debbono immergersi nell’umiltà; solo così ci portano tra le braccia di Dio: e Dio, che è Amore infinito, ci contagia con la sua felicità».
 
Il Pontefice indica anche la via concreta per camminare verso la santità: sono le beatitudini...
 
«Giustamente il Papa osserva che, nell’elenco delle beatitudini tracciate da Gesù, noi possiamo sostituire la parola “beato” con la parola “santo”. I santi sono le persone più felici che esistano al mondo, mentre gli egoisti sono le persone più infelici. Madre Teresa di Calcutta (che si intendeva di santità e di felicità) un giorno disse: “Sfido chiunque: non troverete mai un egoista felice”. Aveva perfettamente ragione. La felicità si assapora soltanto quando, aggrappati alla mano di Dio, riusciamo a spezzare le catene del nostro egoismo».
 
Nell’esortazione il Papa indica anche alcuni tratti di “santità contemporanea”. Declina cioè alcuni atteggiamenti in risposta ai problemi del nostro tempo: sopportazione, pazienza e mitezza; gioia e senso dell’umorismo; audacia (parresìa, parlare chiaro) e fervore; vita di comunità; preghiera costante. Quali di questi tratti la colpiscono di più?
 
«Il Papa, con lo stile concreto che lo contraddistingue, ci ricorda che la santità dobbiamo viverla nella concretezza della nostra situazione. Una mamma che sorridendo si spende per la propria famiglia, per il suo sposo e per i suoi figli… realizza la santità che Dio vuole da lei. Altrettanto vale per il papà, per il lavoratore, per i nonni, per i giovani: non dobbiamo uscire dalle situazioni in cui viviamo, ma dobbiamo riempirle di amore e così sboccia la nostra santità e la nostra felicità. Bellissimo è il richiamo di papa Francesco all’umorismo: a tale proposito vale la pena leggere e meditare la preghiera di san Tommaso Moro, come anche il Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi, come anche il Magnificat di Maria. Quando si percorre il sentiero della santità, il cuore trabocca di gioia!»
 
Il Papa parla anche del diavolo, della lotta costante contro il maligno cui ogni cristiano è chiamato. Il diavolo non è un mito, avverte Francesco. Ci siamo dimenticati del diavolo?
 
«Giustamente il Papa ci ricorda l’esistenza del diavolo e cita le parole di Paolo VI che, nell’udienza generale del 15 novembre 1972, disse: “Uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo il Demonio… Il  male  non  è  più  soltanto  una  deficienza,  ma  un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa. Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente”. E l’azione del demonio oggi è facilmente riscontrabile nel clima di scontentezza, di inquietudine e di impressionante violenza che caratterizza la nostra società. E la violenza raggiunge tutti gli ambiti dell’esistenza umana: a partire dal bambino innocente e indifeso nel grembo della mamma. Non dimentichiamo che, quando ci si allontana da Dio, ci si allontana dall’amore e, inevitabilmente, cadiamo nel precipizio dell’egoismo che esplode in violenza. Uno dei segni dell’azione devastante del demonio oggi è anche la guerra nei confronti della famiglia.  Papa Francesco, durante la visita apostolica in Georgia, ha esclamato: “È in atto una guerra mondiale nei confronti della famiglia”. Qui c’è il dito di Satana! La famiglia è il primo santuario dell’amore di Dio ed è la prima scuola di vita. Giovanni XXIII disse: “L’educazione che lascia le tracce più profonde è quella che si riceve in famiglia”. E Massimo D’Azeglio già nell’epoca del Risorgimento acutamente faceva notare: “Siamo tutti fatti di una stoffa nella quale le prime pieghe restano per sempre”. Il demonio lo sa: per questo combatte la famiglia. Giustamente il Papa ci ricorda che nel Padre nostro Gesù ci fa invocare: “Liberaci dal male”, cioè dal maligno, cioè dal demonio. Apriamo gli occhi e non sottovalutiamo questo pericolo».