Home Spiritualità Espropriare se stessi per seguire lo Spirito: Paolo e la sequela di Cristo

Espropriare se stessi per seguire lo Spirito: Paolo e la sequela di Cristo

 
Gesù Cristo: da ricco che era si è fatto povero per voi perché voi diventaste  ricchi per mezzo della sua povertà”. Era ricco, si è espropriato per noi! Non sono parole da leggere solamente.
 
L’affermazione di 2Cor 8,9 può essere considerata come limpida premessa della nostra riflessione: “Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era si è fatto povero per voi perché voi diventaste  ricchi per mezzo della sua povertà”. Era ricco, si è espropriato per noi!  Occorre consentire che vengano incontro a noi come vivente epifania del Signore così da  dar vita a profonda intimità con Gesù, modello assoluto di autodonazione. Non è difficile vedere in questa affermazione una viva emozione dell’Apostolo. Anch’egli partecipe di quella grande emozione suscitata dalla grazia pasquale  che attraversò il gruppo cristiano delle origini introducendolo, finalmente, nell’orizzonte umanamente impensabile della identità di Gesù. 
 
Questo è il miracolo che aspetta ognuno di noi quando ci accostiamo alla Parola: non solo studio ma carezza di Dio, che sola può cambiarci. Con questo siamo pronti per l’inno cristologico della lettera ai Filippesi.
 
L’inno  è sicuramente una delle pagine più adatte a guidare quella rigenerazione della Chiesa che Papa Francesco sogna con tutta la ricchezza della sua anima. Dalla Chiesa della controriforma, ingessata nel suo modo di pensare e parlare, ferma in un tempo che non c’è più, alla Chiesa del Vaticano Secondo, con la ricca dote di prospettive vivificanti, dote che si riferisce non solo agli aspetti istituzionali ma anche a quelli del pensare teologico e della prassi morale: la Parola di Dio riproposta come traguardo di studio e contemplazione, l’azione liturgica vitalizzata da una più intensa partecipazione del popolo di Dio, la configurazione interna all’insegna della pari dignità di tutti i battezzati e del ruolo positivo del laicato, la dinamica di estroversione attenta alle gioie e ai dolori dell’uomo, la speranza ecumenica, la proposta morale compaginata intorno alla bellezza di essere cittadini del Vangelo. Il novecento è finito, è ormai inarrestabile il futuro. La conversione è dono di Dio e responsabilità degli uomini. Proprio per questa ragione è doveroso il piegarsi in silenzio davanti alla Parola di Dio e lasciare che raggiunga il nostro animo. L’inno della lettera ai Filippesi è come lo specchio in cui vedere riflessi i lineamenti del nostro essere chiesa secondo il pensiero di Gesù.
 
L’inno si trova al capitolo secondo della lettera ma è preparato da tutto il capitolo precedente.
 
La gioia di cui Paolo ha parlato  nel capitolo primo, cerca , nel secondo la sua pienezza: ”..rendete piena la mia gioia”( 2,2;  cfr. 1,4; 1,18; 1,18b; 1,25). La pienezza della gioia si raggiunge attraverso la comunione nella e della comunità. Ma come, in concreto? La risposta è nei vv.3-4 del capitolo secondo: “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse”.
 La pienezza della gioia ha il suo fondamento nella unione con Gesù: lui è il fondamento della consolazione, del conforto, della comunione dello spirito, dei sentimenti di amore e compassione: “ Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo..”(v.1).
 
E’ interessante la formulazione, apparentemente dubitativa : “ Se c’è, pertanto, qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità…….” La forma dubitativa serve per affermarne l’esistenza, anzi per affermarla con più profonda convinzione. Dovremmo tradurre  con gioioso entusiasmo, intuendo  la soddisfazione dell’Apostolo: “ Poiché c’è consolazione in Cristo”; c’è questa condivisa capacità di consolarsi tra Paolo e la comunità. E’ un dato di fatto.
 
La forma dubitativa serve anche per sottolineare che tutto ciò non è a buon mercato. C’è ma, nello steso tempo, va coltivato e continuamente riscoperto il senso vitale dell’essere in Cristo.
Ora possiamo rileggere i primi quattro versetti che aprono davanti al nostro animo prospettive di grande bellezza. L’esperienza religiosa viene formulata in termini di notevole diversità rispetto a quella che spesso viviamo, caratterizzata spesso da sciatta superficialità. L’inizio trionfale del capitolo due, all’insegna della consolazione, della gioia e della comunione, prepara la pagina più celebre e importante di tutta la lettera, l’inno cristologico appunto (vv.5-11).
 
Inno notissimo ma pur sempre nuovo. Ci parla di Gesù, ma indirettamente anche di Paolo che in questo inno vede riflesso il suo modo di essere credente.
L’inno è comunemente ritenuto prepaolino. E’ solo una opinione. Ma ciò che conta , Paolo lo ha adottato e inserito nel suo discorso attraverso la magnifica introduzione di cui abbiamo parlato.  
Cosa vi ha visto l’Apostolo? L’obbedienza di Gesù, paradigma e fonte della sua obbedienza di fede. Ci dobbiamo fermare a riflettere: la fede come obbedienza. Ciò consente di comprendere che la fede non è la semplice religione naturale. La fede nasce da un evento che scende dall’alto. Al credente, il compito di accoglierlo. L’obbedienza della fede è docilità e stupita meraviglia. Tutto ciò Paolo lo ha compreso  con grande chiarezza. Questo gli ha fatto apprezzare la storia di Gesù e l’inno che la celebra. Ora siamo pronti per godere anche noi, insieme a Paolo, in termini di grande emozione l’obbedienza della fede vissuta dall’obbediente Gesù.
 
v.5. “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù...” Il termine “sentimenti” indica qualcosa di più rispetto a quello che solitamente intendiamo con questo termine. I sentimenti di cui parla l’inno non sono solo emozione, ma è il sentire, il pensare, è la mentalità. Una mentalità fondata sull’essere. L’identità intima di Gesù, l’obbediente, determina la sua mentalità, il suo modo di pensare uomini e cose. Il suo modo di pensare il rapporto con il Padre.
Allora l’espressione sarebbe preferibile tradurre:  nel vostro sentire, pensate come Cristo, pensate come lui, guardate il vostro mistero di vivere come lo guarderebbe Cristo, con i suoi occhi.
E’ a questo punto che non possiamo lasciarci sfuggire l’emozione dell’anonimo poeta delle origini cristiane e poi di Paolo stesso. Sentire la vita come Cristo non è  solo una esortazione, è un sogno, un dono.
 
v.6 A partire da questa coscienza di abitare dentro una prospettiva indicibile, il poeta e teologo delle origini cristiane volge il suo sguardo pieno di stupore riconoscente all’intima identità di Gesù:  “..il quale, proprio perché di natura divina (di una natura divina così impensabile)  non considerò un privilegio la sua uguaglianza con Dio..”.
L’espressione greca (ouk arpagmòn egèsato) può essere intesa in due modi: non considerò una rapina, un tesoro geloso, oppure non considerò un privilegio la sua uguaglianza con Dio.
La traduzione precedente a quella attuale preferiva la prima interpretazione leggendovi una allusione ad Adamo, del tutto opposto nel suo voler farsi come Dio, al comportamento di Cristo. Idea suggestiva ma non sicura. La nuova traduzione preferisce  il più pacato termine “privilegio”: non considerò il suo essere come Dio un privilegio da custodire gelosamente. Questa lettura è più in sintonia con quanto l’inno dirà subito dopo: “azzerò se stesso”. Nessun privilegio, dunque, ma azzeramento.
 
Il termine più alto di questa cristologia dal basso, a partire cioè dalla storia di Gesù (una cristologia dall’alto la troviamo nel prologo del Vangelo di Giovanni) è “uguaglianza con Dio”, in greco “morfè”. E’ parola complessa, significa “forma”. Gesù aveva un essere come Dio, un essere divino.
Come è nata questa consapevolezza? Dio nessuno lo ha mai visto, dice Giovanni. E ha ragione. Allora come è potuta nascere questa idea nel cristianesimo delle origini? Come è stato possibile il grande salto dal Gesù “terreno” alla “morfè” di Dio che lo definisce?
 
Siamo davanti alla scoperta post-pasquale. E’ nella luce della Pasqua, solo nella luce della Pasqua che si disvela il vero volto di Gesù. Quel volto che, come abbiamo già detto, gli occhi della carne non avevano potuto neppure lontanamente immaginare prima di Pasqua. Occorre accostarsi a questa parola con tutta l’emozione possibile.
Proviamo a immaginare i pensieri di quei primi testimoni al sorgere di questa scoperta. Saranno probabilmente stati sospinti a ripensare ai giorni magici e sconcertanti del loro vissuto con Gesù. Alla loro incomprensione di tanti gesti e parole. Alla incomprensione della divina pazienza verso i peccatori e gli ultimi. Alla incomprensione delle sue parole di condanna del potere religioso e civile. Alla loro paura e al senso di profondo fallimento, sotto la croce.
 
Ora, dopo Pasqua, la divina verità del maestro di Nazareth risplendeva nel loro cuore, per ridare senso e vita ad ogni frammento trascorso accanto a lui. Così, l’anonimo poeta delle origini e Paolo stesso possono abbandonarsi a quella idea, anzi possono innamorarsene fino a farne il fondamento della vita. Sentivano che per quella scoperta che scendeva dall’alto la loro vita ne veniva totalmente rapita.
v.7 Dopo aver detto che Gesù da sempre è nel modo di essere di Dio, dopo aver detto che non si abbarbicò al fatto di essere come Dio, l’inno va avanti: “spogliò se stesso”, “azzerò se stesso”, consumò se stesso. Fin dove? Fino a diventare schiavo. Un uomo povero e dipendente. E’ assai suggestivo il testo greco nella sua chiarezza: ritorna lo stesso termine “morfè”. Prima era riferito alla natura divina, ora, in fondo all’abisso, alla natura dell’uomo, dell’uomo senza alcun potere. Azzerò se stesso prendendo la forma di schiavo,  “divenendo simile agli uomini” . Questo è il progetto più alto anche della Chiesa, servire deponendo ogni orpello di potere.
 
v.8 “Proprio in questo suo essere riconosciuto come uomo, umiliò se stesso” (si fece tapino). Questa fu la sconcertante scoperta provocata dalla grazia pasquale. Un Dio che manifesta la sua potenza spogliandosi di ogni dignità. “ Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.” Ancora una volta il testo greco è struggente: obbediente fino alla croce e in crescendo “fino alla morte di croce”.
 
p. Giulio Cirignano biblista