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Montini e la quaresima

 
Il tempo di quaresima è molto presente nell’esperienza spirituale e pastorale di Montini e poi di Paolo VI.
 
Un appunto risalente al 1938, quando l’ecclesiastico bresciano da poco è sostituto della Segreteria di Stato, presenta coordinate che saranno poi riprese dal papa. Il testo si apre con la citazione adhaerere Deo bonum est, e continua scandagliando le condizioni, gli ostacoli e le risorse per la meta finale di questa «adesione» dell’uomo a Dio. Un itinerario di «ricerca di Dio» che «resta il sommo dovere e il sommo bene dell’uomo». E va percorso al di là di ogni condizione. «Il movimento psicologico dell’uomo è mutato: esso non sale più abitualmente alla contemplazione, se non con fatica e con severa disciplina»; così «l’uomo spirituale è fiaccato; l’uomo animale emerge. Ora questa condizione psicologica rende arduo ciò che dovrebbe essere agevole e quasi spontaneo: cercare e trovare Dio".
 
Nell’appunto il sostituto afferma che la ricerca di Dio è una via da percorrere anche in mezzo alle più gravi responsabilità personali, che per lui si concentrano sull’incalzante impegno nell’ufficio in Vaticano: «Anche l’ansia, la molteplicità, la difficoltà del lavoro può essere motivo d’unione con Dio, quando il suo servizio esige tale genere di fatiche e di cure». Per questo «occorre: non perdere mai tempo; fare tutto lietamente avendo Dio presente». Lo «scopo finale» è quello di «far fruttare per la propria e altrui santificazione le condizioni di vita attuali» e i «mezzi principali» sono «preghiera fedele e significativa — calma e fervore — umiltà e povertà — attesa della misericordia».
 
Naturalmente il tramite di questo percorso è Cristo, al quale il sostituto dedica in questi anni i suoi commenti festivi al Vangelo, pronunciati nella chiesetta di San Pellegrino in Vaticano. Un quindicennio più tardi, l’«insostituibile mistero di Cristo» è al cuore della prima delle nove lettere pastorali per la quaresima che l’arcivescovo Montini rivolge alla diocesi di Milano nel 1955: Omnia nobis est Christus. Ma la quaresima significa anche un impegno di carità fattiva, che Montini, ormai cardinale, teorizza con efficacia nella sua ultima lettera pastorale, Il cristiano e il benessere temporale, e soprattutto concretizza con iniziative personali come le visite ai malati nei venerdì di quaresima, riferite dal segretario privato, monsignor Pasquale Macchi: «Lo faceva in modo discreto, con abito da semplice sacerdote, senza insegne, accompagnato dal solo segretario, con la collaborazione dei parroci che segnalavano i casi più bisognosi».
 
Macchi rilascia una testimonianza importante, che collega il periodo episcopale a quello pontificale, sulla pratica degli esercizi spirituali quaresimali, ai quali Paolo VI attribuisce grandissima considerazione: «Ricordo la fedeltà altresì al ritiro spirituale e agli esercizi spirituali annuali cui egli attendeva sempre con grande desiderio e poi con grande attenzione ed impegno, cercando di immergersi nel clima degli esercizi tralasciando le preoccupazioni ordinarie proprio per arrivare ad un incontro più profondo con Dio» e «va sottolineato che lui stesso, personalmente, volle preoccuparsi della scelta dei predicatori, della preparazione e dello svolgimento degli esercizi».
 
È molto interessante vedere come si orienta questa scelta dei predicatori di Paolo VI, che probabilmente aspira a ripetere l’esperienza vissuta nel 1960, quando segue un corso predicato da padre Giulio Bevilacqua, così descritto in una lettera: «Qui sta predicando meravigliosamente, con fuoco evangelico abbagliante e sconvolgente, Padre Bevilacqua, forte profeta del Vangelo, reso parlante per il nostro tempo».
 
Tra il 1964 e il 1978 quindici predicatori si avvicendano nella Cappella Matilde, alla presenza del papa, dei cardinali e di altri membri della Curia romana e della Famiglia pontificia: il redentorista Bernard Häring, il domenicano Ambroise-Marie Carré, il vescovo Giuseppe Carraro, il gesuita Paolo Dezza, René Voillaume, fondatore dei piccoli fratelli di Gesù, il benedettino Gabriel Brasó, il domenicano Jacques Loew, don Divo Barsotti, fondatore della comunità dei figli di Dio, don Maurice Zundel, il salesiano Antonio Javierre Ortas, il vescovo Eduardo Pironio, il carmelitano Anastasio Ballestrero, il cardinale Karol Wojty?a, il benedettino Mariano Magrassi e il gesuita Carlo Maria Martini. Il teologo Joseph Ratzinger invece declina l’invito a predicare, forse nel 1975, come ha ricordato in un’intervista a «30Giorni» quasi un trentennio più tardi, nel 2003, «perché non mi sentivo sufficientemente sicuro né del mio italiano né del mio francese per preparare e osare una tale avventura».
 
Il papa sceglie personalità che già conosce da tempo, come Häring, Dezza, uno dei suoi confessori, Voillaume, Zundel e Loew, che parla nel 1970 di Cristo e la Chiesa. Il tema cristologico è affrontato anche da altri quattro predicatori: Carré, Carraro, Pironio e Magrassi. Un particolare aspetto cristologico, molto amato dal papa, è quello affrontato nel 1969 dall’abate Brasó, presidente della congregazione benedettina sublacense, il sacerdozio alla luce di quello di Cristo. Paolo VI tratta l’argomento nei giorni immediatamente precedenti gli esercizi, quando il 17 febbraio, nell’udienza annuale ai parroci e ai predicatori della quaresima, esprime un desiderio tanto accorato quanto inusuale, quello di essere amato dal clero romano: «Vogliate avvertire, carissimi, come lo stile del nostro governo ecclesiastico voglia essere pastorale, e cioè voglia essere guidato dal dovere e dalla carità, aperto alla comprensione e all’indulgenza, esigente nella lealtà e nello zelo, ma paterno e fraterno e umile nel sentimento e nelle forme. Sotto questo aspetto, se il Signore ci aiuta, vorremmo essere amati. Così voi riconosceteci ed aiutateci».
 
Un altro soggetto tipicamente quaresimale è il Maligno. Agli esercizi predicati da Javierre Ortas nel 1973 a proposito del demonio il papa appunta: «Rimane il mistero; ma non potremo mai proferire la bestemmia di Dio crudele; la coscienza del peccato, la croce, la possibilità di rintracciare una bontà sempre operante, ci educheranno ad ammettere e a confessare in ogni caso la presenza di Dio Padre nostro, sempre, dappertutto, con speranza, con gioia, con coraggio». E la conclusione delle note di Paolo VI durante gli esercizi del 1976 suggeriti dal cardinale Wojty?a è: «Andiamo verso la fine del sec. XX — si possono prevedere grandi prove — con grandi speranze».
 
E questo della gioia e della speranza è un altro tema montiniano e squisitamente spirituale, ripreso dai predicatori. La gioia, si legge negli appunti del papa sulle prediche di Zundel, nasce da «una Presenza — Dio vuole attualizzarsi in noi — la vita divina nelle nostre mani». Paolo VI, nel suo ringraziamento conclusivo di questo corso del 1972, raccomanda a coloro che con lui vi hanno preso parte di «non essere soltanto burocrati, ma contemplativi»; così come, a conclusione degli esercizi dell’anno successivo, rileva che tutti i presenti hanno goduto del «conforto del sentirsi inebriati della sola preoccupazione di adorare», e chiama la Curia a divenire «un cenacolo permanente».
 
Montini in queste occasioni è felice e trae un beneficio tutto particolare da una predicazione che sa «riflettere, approfondire, penetrare nel senso mistico della nostra esperienza, e renderlo così interiore», senza trascurare la psicologia, come commenta nel 1972 a proposito delle riflessioni di Zundel. Al termine degli esercizi del 1968, afferma di sentirsi ogni anno stupito di ascoltare meditazioni di fede «in forme nuove e forse da noi non previste». Questo metodo omiletico è, per lui, quello su cui puntare per riportare la coscienza dell’amore di Dio nel cuore dell’uomo e nel mondo di oggi, dove il dialogo fra tradizione e modernità è divenuto «il cilicio dei Pastori», come appunta dalle parole di Javierre Ortas nel 1973. Conclusi gli esercizi, bisogna «riaprire le finestre», come scrive nel 1967, per chiedersi ancora una volta: «Questo mondo ci ascolta?». E nelle domeniche di quaresima, fino al 1976, il papa visita molte parrocchie romane e predica in maniera sempre nuova.
 
Gli ultimi esercizi spirituali della vita di Paolo VI sono quelli dal 12 al 18 febbraio 1978, dettati da padre Martini, rettore del Pontificio istituto biblico, sul vangelo di Matteo. Questi dirà in seguito di essere partito dal versetto che descrive lo sfondo emotivo della missione («Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore», 9, 36) e di avere riflettuto sul fatto che dalla compassione di Gesù nasce la missione. È il cuore di Cristo che ci ama e soffre per la nostra situazione di stanchezza e di smarrimento: e sembra che Martini si riferisca alle ultime sofferenze del pontefice. Il biblista gesuita ricorderà poi che il papa «era già sofferente e faceva fatica a camminare, ma mi pare che fosse molto assiduo alle prediche, eccetto qualche momento di indisposizione. Una volta che feci una predica più lunga del solito mi accorsi che non tornò in appartamento, per la fatica di percorrere il tragitto su e giù, e restò in cappella in attesa della predica successiva; del che gli chiesi scusa con un biglietto consegnato al segretario».
 
Questa debolezza del corpo non impedirà a Paolo VI, nella prima udienza generale dopo questo ultimo ciclo di esercizi, il 22 febbraio 1978, di soffermarsi sulla quaresima come «scuola di fortezza cristiana», ripetendo che questo tempo, lungi dall’essere «un periodo di lugubre e triste spiritualità», insegna a governare «l’oscillazione dell’ago fatale, fra il bene ed il male» e deve condurre a propositi di risveglio religioso: «Abbiamo fiducia: abbiamo vigore. Siamo sulla buona strada, la strada della vita, della vita pasquale». E così, negli ultimi mesi di vita, Montini torna all’invito con cui chiudeva l’appunto del 1938: «Godere e profittare della luce quando sia presente e attenderne il ritorno quando assente».
 
di Giselda Adornato