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Giovanni XXIII, nel discorso del primo 19 marzo dopo la sua nomina papale, confidava ai fedeli presenti alla Messa, che il nome che avrebbe voluto assumere come Papa sarebbe stato proprio Giuseppe, ma siccome non era «d’uso per i Papi», scelse quello di Giovanni.
 
Ma anche se non prese il nome di Giuseppe sapeva che sempre quel santo sarebbe stato accanto alla sua vita «quale eccellente protettore e compagno, e ottimo esempio».
 
Così il 19 marzo 1961 emanò una Lettera apostolica dedicata al patrono della Chiesa, pubblicata lo stesso giorno sulla prima pagina dell’Osservatore Romano.
 
In questa Roncalli descriveva la figura di san Giuseppe come «mite e amabile» e nonostante per secoli era stata considerata «quasi una figura di ornamento nel quadro della vita del Salvatore», alla fine il culto penetrò «dagli occhi nel cuore dei fedeli».
 
Per questo proprio nella Lettera del 1961 ripercorreva la devozione che i suoi predecessori ebbero per questo santo: da Pio IX che proclamò in maniera ufficiale e solenne san Giuseppe patrono della Chiesa universale; a Pio XI che nei suoi discorsi nella ricorrenza del 19 marzo coglieva l’occasione per esaltare la figura del «custode di Gesù, dello sposo carissimo di Maria, del pio e modesto operaio di Nazaret» e soprattutto il patrono della Chiesa universale difensore delle nazioni cristiane contro l’ateismo mondiale. Pio XII a sua volta annunciò l’istituzione della festa annuale di san Giuseppe artigiano fissandola al 1° maggio e aggiunse una preghiera di devozione «A te, o Beato Giuseppe» che costituì, per il giovane Roncalli, «uno dei primi esercizi di memoria».
 
E alla fine della lettera Giovanni XXIII invocava il culto di san Giuseppe a protezione del concilio Vaticano II da lui annunciato pochi mesi prima, il 25 gennaio del 1959.
 
Anche nell’editoriale Augurio, ne «L’ Osservatore Romano» del 19 marzo 1961, il direttore, Raimondo Manzini, notava «un’augusta inclinazione di sentimenti, se non un proposito» di Giovanni XXIII verso san Giuseppe. E sottolineava come le confidenze ai suoi ascoltatori e gli incisi nei suoi discorsi avessero un intento e aprissero «spiragli sul suo pensiero».
 
E proprio con questa lettera apostolica il Papa aveva «tolto il velo al suo interiore proposito» e aveva esortato la Chiesa a coltivare la devozione «perché il forte e dolce Santo» assicurasse ai lavori del concilio Vaticano II «certezza e fecondità».
 
Giovanni XXIII invitava a partecipare con più ardore e preghiera «alle sollecitudini della s. Chiesa maestra e madre» e soprattutto a «questo straordinario avvenimento» che è il concilio Vaticano II di cui tutta la stampa mondiale si occupa «con interessamento vivo, e con attenzione rispettosa».
 
Infatti il concilio ecumenico necessitava, secondo Roncalli, sì di «luce di verità e di grazia, disciplina di studio e di silenzio» per quanto riguardava la parte umana, ma anche di aiuto celeste che doveva essere invocato dal popolo cristiano «con una cooperazione viva di preghiera».
 
di Valeria Pendenza