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Credere oggi (Salvatore Natoli)

 

Il più della nostra vita, nonostante la scienza, si svolge nell'ambito della fede

549505 437559492960973 1704070586 nVaria è la grammatica del "credere". Credere, infatti, può significare "essere convinti di qualcosa secondo la formula abituale " non c'è dubbio"; oppure "avere una propria opinione" nella forma "io credo che...". Ma "io credo" può anche significare "avere fede in qualcuno" nel senso di concedere fiducia, di prendere per vero qualcosa in base alle parole di un altro ritenuto credibile, appunto, degno di fede. Viviamo da tempo nell'epoca della scienza. In quest'epoca è possibile più che in ogni altra avere opinioni. Ma questo è tutt'altra cosa che possedere verità. In un mondo siffatto, le opinioni sono tutte suscettibili discussione, di dibattito. E, però, difficile assumerle come vere. Tranne che non vengano sottoposte al cosiddetto "vaglio della ragione". E nel mondo moderno "razionale per eccellenza" è la scienza. In questo tipo di razionalità - almeno secondo Popper - una teoria può essere assunta come valida fino a che non venga smentita dall'esperienza (più esattamente dalla sperimentazione ). Da questo punto di vista nessuna teoria può essere in assoluto vera. Infatti è possibile solo confutarla, mai verificarla nella sua interezza. Questo modello allarga - e di molto - l'ambito delle ipotesi; restringe - e di molto - quello della verità. Ma gli asserti "validi" sono troppo pochi per aiutare a vivere. Se l'uomo dovesse vivere di quelle verità non vivrebbe affatto. Allora vale il contrario: l'uomo vive di fede.

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L'altezza di quel gesto (Pierangelo Sequeri)

 

Un anno dopo la rinuncia di Benedetto XVI
 
benedetto-xvi 100 75Quell’attimo da brivido, che sembrò asciugare il tempo, durò davvero un attimo. Il popolo di Dio - dobbiamo dirlo - fu il primo a riaversi. Intanto che i dottori discutevano, nel tempio e fuori del tempio, il senso della fede incominciò a far circolare un’aura di rispetto, di ammirazione, di comprensione e di riconoscenza, così spontanea e avvolgente, che anche i dottori smisero di agitarsi e incominciarono a riflettere.  Per un attimo, la sobria compostezza dell’annuncio non ci era apparsa come il chiaro segno della sua meditata ispirazione: prima patita, poi accolta e infine risolta nella pacificazione dello Spirito. Per un attimo, l’umiltà del gesto ci ha sgomentati - e persino mortificati - come fosse un’umiliazione del ministero petrino, invece che l’esaltazione della sua integra restituzione alla Chiesa che il Signore guida.  Per un attimo, la serena determinazione di quell’atto estremo - atto di magistero e di ministero del Papa pur esso, non dimentichiamolo - ci è apparso come un gesto di umana e comprensibile liberazione dai pesi. Invece, era l’imprevedibile audacia della libertà cristiana, la quale riprende interamente su di sé, per non gravarla sul ministero ecclesiale, la fragilità del vaso di creta in cui tutti portiamo il mistero.

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Il dialogo che batte la violenza (Enzo Bianchi)

"Monoteismo cristiano contro la violenza"

11334 522065107843744 441943041 nIl recente documento della Commissione teologica internazionale affronta con lucidità la tematica del rapporto tra religioni monoteistiche e violenza, a partire dall’ottica propria di un organismo composto da teologi cattolici a servizio della Chiesa universale: non a caso il sottotitolo parla di «monoteismo cristiano contro la violenza». Vorrei approfondirne alcuni aspetti così da favorire una lettura che, muovendosi dall’ambito interno alla Chiesa cattolica, si allarghi al confronto con le altre confessioni cristiane. E giunga a stimolare il dialogo con gli altri due «monoteismi» – ebraico e islamico – e con il pensiero esterno allo spazio religioso. La riflessione non può che partire dai testi evangelici che narrano la vita di Gesù Cristo: una vicenda umana e spirituale che – anche a chi non vi scorga elementi soprannaturali o legami con la divinità della figura – esprime con le parole e con i fatti una condanna esplicita di ogni violenza, qualunque sia la «ragione» che pretenda giustificarla, fosse anche quella compiuta in nome della fede: il perdono illimitato e l’amore per i nemici diventano un comando essenziale nella sequela cristiana. Gesù di Nazaret ha mostrato che il male si può vincere solo con il bene e con un perdono rinnovato fino a «settanta volte sette».

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 10 Febbraio 2014 18:27 )

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Troppo cristianesimo triste: i cristiani tristi non credono nello Spirito Santo

 

"La Grande Bellezza" (dal film di Sorrentino)

mani aperte«Ho cercato la grande bellezza», dice il protagonista dell’omonimo film, alla fine del suo percorso umano e spirituale. «E non l’ho trovata». È la constatazione rassegnata. Rimane solo la promessa non mantenuta di un amore giovane e freschissimo. La realtà purtroppo è un grande trucco, provoca illusioni e conseguenti delusioni. Si vive di sogni o di ricordi. Il velo di Maia copre il nulla. La prima parte del film di Paolo Sorrentino in corsa per l’Oscar è un viaggio alla ricerca di una via di uscita dal torpore esistenziale e letterario dei meandri quasi infernali delle feste romane, «i cui trenini sono i più belli perché non portano da nessuna parte», per giungere – nella seconda parte – a porre la domanda di senso a interlocutori validi perché "spirituali": un vescovo in odore di papato e una suora austera fino a destare paura. Ma validi non si dimostrano: il primo perché carnale, la seconda perché angelica. Nessuno dei due è spirituale, nel senso di albergare la vita dello Spirito nella carne. Solo se i nostri sensi diventano porte aperte al dono continuo della grazia, lo Spirito potrà attraversarci e mostrarci la grande bellezza dell'ordinario.

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