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Troppo cristianesimo triste: i cristiani tristi non credono nello Spirito Santo

 

"La Grande Bellezza" (dal film di Sorrentino)

mani aperte«Ho cercato la grande bellezza», dice il protagonista dell’omonimo film, alla fine del suo percorso umano e spirituale. «E non l’ho trovata». È la constatazione rassegnata. Rimane solo la promessa non mantenuta di un amore giovane e freschissimo. La realtà purtroppo è un grande trucco, provoca illusioni e conseguenti delusioni. Si vive di sogni o di ricordi. Il velo di Maia copre il nulla. La prima parte del film di Paolo Sorrentino in corsa per l’Oscar è un viaggio alla ricerca di una via di uscita dal torpore esistenziale e letterario dei meandri quasi infernali delle feste romane, «i cui trenini sono i più belli perché non portano da nessuna parte», per giungere – nella seconda parte – a porre la domanda di senso a interlocutori validi perché "spirituali": un vescovo in odore di papato e una suora austera fino a destare paura. Ma validi non si dimostrano: il primo perché carnale, la seconda perché angelica. Nessuno dei due è spirituale, nel senso di albergare la vita dello Spirito nella carne. Solo se i nostri sensi diventano porte aperte al dono continuo della grazia, lo Spirito potrà attraversarci e mostrarci la grande bellezza dell'ordinario.

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"Andate in tutto il mondo e fate miei discepoli tutti i popoli: Mt 28,16-20 (Rosanna Virgili)

 

Una chiamata che prende volto nella persona di Gesù

san paolo comunicatoreIl  Brano di Mt 28, 16-20 ci dice che “andare” è il verbo dei discepoli, di tutti noi, chiamati non a restare fermi, immobili: non l’immobilità, ma la passione di muoverci. “Andate” è il comando. Un comando che ci segna tutti: ci dice che il mandato non è uno che si ritaglia spazi: "Andate". E dove andare? Le terre, cui andare non sono solo quelle della carta geografica; sono di più le molteplici e variegate terre dell’anima, al di là dunque di ogni preclusione. Il fatto poi che quegli undici li avesse convocati in Galilea – terra di confine,di meticciato religioso, direbbe l’appena nominato arcivescovo di Milano, il cardinale Scola – sembra suggerire che nostro compito è quello di andare verso coloro che sono guardati male da una religione immobile, verso i rifiutati dalla religione. Che è quello che ha fatto Gesù. E c’è un altro particolare cui vorrei anche appena accennare. Ed è che questo comando, che il comando di Gesù avviene nel contesto di una piccolezza, di una inadeguatezza, di una povertà, quella dei discepoli. Inadeguatezza, povertà suggerita intanto dal numero (undici, non più dodici; c’è l’ombra di chi ha tradito, un gruppo tutt’altro che perfetto), ma ancora di più dalla situazione in cui si trovano: quello di dubbiosi (“essi”, è scritto, “dubitarono”). Mi verrebbe addirittura da dire che questa pare debba essere una condizione, una prerogativa: non credersi chissà chi, siamo poca cosa e siamo anche dubitanti.

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Si è fatto povero per arricchirci della sua povertà

Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima 2014: 

 

Cari fratelli e sorelle, in occasione della Quaresima, vi offro alcune riflessioni, perché possano servire al cammino personale e comunitario di conversione. Prendo lo spunto dall’espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9).  L’Apostolo si rivolge ai cristiani di Corinto per incoraggiarli ad essere generosi nell’aiutare i fedeli di Gerusalemme che si trovano nel bisogno. Che cosa dicono a noi, cristiani di oggi, queste parole di san Paolo? Che cosa dice oggi a noi l’invito alla povertà, a una vita povera in senso evangelico? Anzitutto ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi…». Cristo, il Figlio eterno di Dio, uguale in potenza e gloria con il Padre, si è fatto povero; è sceso in mezzo a noi, si è fatto vicino ad ognuno di noi; si è spogliato, “svuotato”, per rendersi in tutto simile a noi (cfr Fil 2,7; Eb 4,15). È un grande mistero l’incarnazione di Dio! Ma la ragione di tutto questo è l’amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate.

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La forza della "mansuetudine" nelle relazioni della società di oggi

Bisogna credere ai mansueti: coloro che hanno le chiavi del domani

35903 10152132565494979 1429505462 sLe parole che non invecchiano sono quelle capaci di morire e di risorgere in ogni epoca. Una di queste è mitezza, che era già grandissima nei salmi, nel vangelo e nelle antiche civiltà orientali, ed è stata resa ancora più sublime dai grandi mansueti della storia – padre Kolbe, i tanti martiri di ieri e di oggi, Gandhi – e da tanti altri sconosciuti alle cronache che con la loro mitezza umile rendono ogni giorno migliore la terra di tutti.  La mitezza è la risposta virtuosa al vizio dell’ira, che mai come nei nostri tempi domina la sfera pubblica, incattivisce i nostri uffici, le nostre riunioni di lavoro o di condominio, il traffico urbano, le aule politiche. Se non ci fossero i miti, le nostre ire produrrebbero molte più guerre e ferite delle tante che producono già, e renderebbero invivibili le nostre città, che sarebbero dominate dalla reciprocità di Lamek, assassini, per un graffio, di fanciulli.  La mitezza di pochi cura e accudisce l’ira di tanti. Basterebbe questo per spiegare la preziosità indispensabile dei miti, che sono la prima minoranza profetica che eleva il mondo, il lievito madre, il sale primo della terra.

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