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La pace, dono di Dio e profezia dei cristiani (Enzo Bianchi)

 

Rimanere nella Parola per ricomprendere lo shalom, la pace evangelica
 
P1030368Il mio contributo, certo del primato dell'Evangelo, va alle fonti, alla parola di Dio, per rileggere e ricomprendere lo shalom, la pace evangelica. Per arrivare ad una visione cristiana della pace si possono percorrere due vie: la prima è quella di fare un discorso primario, diretto, senza mediazioni, un discorso che nasce solo dall'ascolto della Parola; l'altra via è quella di aprire un discorso che tenga conto dei dati biblici ma che, volendosi capace di ricezione anche da uomini non cristiani, si apra alla sapienza umanistica, cerchi un dialogo, un confronto con essi. Questa seconda via è quanto mai necessaria e urgente ed io non penso affatto a minimizzarla, tuttavia in questa occasione preferirei fermarmi alla prima possibilità, sia perché credo sia primaria ed essenziale per percorrere poi la seconda, sia perché è innanzi tutto a livello biblico che si registra una scarsità di contributi sulla pace anche nel periodo (gli anni sessanta) che vide una fecondità di interventi su questo tema; inoltre non vorrei che restassero delle diffidenze nei confronti dell'annuncio di pace biblico, soprattutto per quel che riguarda l'Antico Testamento, purtroppo così sovente ritenuto, nella storia della chiesa, fonte di teologia della guerra, almeno di quella detta «Guerra Santa». Occorre subito fare una precisazione sul linguaggio biblico perché purtroppo il nostro termine «pace» nel linguaggio corrente risulta molto depauperato rispetto ai termini shalom dell'Antico e eirene del Nuovo Testamento.

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L'OMELIA (Severino Dianich)

 

Il Concilio Vaticano II ha messo in onore il termine classico "omelia"

imagesIl termine "omelia" che sta avendo fortuna nel magistero papale, in realtà non faceva parte del linguaggio cattolico prima del Vaticano II. Si usava la parola "predica". È stato il Concilio a rimettere in onore il termine classico "omelia". Agli inizi di questo nuovo pontificato stiamo assistendo a un fatto straordinario: se sfogliamo le pagine de L'Osservatore Romano, possiamo notare che in gran parte sono occupate dalle omelie della celebrazione eucaristica quotidiana del Papa, più che da discorsi programmatici, encicliche o documenti. Non saprei dire, naturalmente, se si tratta di una precisa idea di Papa Francesco, di voler dare al suo magistero soprattutto la forma dell'omelia. Ma il fatto risveglia la prospettiva di un magistero papale, meno impostato giuridicamente e moralisticamente e più chiaramente scaturito dalla meditazione della parola di Dio all'interno dell'azione liturgica. Riflettendo sulla teologia del papato, in un mio libro di pochi anni fa, ponevo infatti l'interrogativo: come mai un'enciclica, firmata a tavolino nelle stanze del palazzo, dovrebbe avere più valore per la coscienza cattolica di un'omelia pronunciata dal Papa all'ambone, mentre, nella ricca atmosfera di grazia del sacramento, egli celebra l'eucaristia, meditando con il suo popolo le sante pagine della parola di Dio? Il termine "omelia" che sta avendo una particolare fortuna anche nel magistero papale, in realtà non faceva parte dell'abituale linguaggio cattolico prima del Vaticano II. La parola più usata era "la predica". Ora, "fare la predica", è diventata un'espressione poco simpatica. Chi si sente fare la predica in genere si irrita, perché rimproverato e, per di più, in maniera pedante e noiosa. Dal grande patrimonio dei Padri della Chiesa ci sono pervenute in grande abbondanza le loro prediche, pronunciate nelle celebrazioni liturgiche: le edizioni antiche come quelle contemporanee le intitolano: "Omelie di... su...". Abbiamo in mano parole di Basilio o del Crisostomo o di Agostino o di Leone Magno o di Gregorio, e di tanti altri, che predicavano al loro popolo soprattutto durante la messa, commentando il vangelo di Giovanni, o la Lettera ai Filippesi, o la Genesi, o il profeta Geremia, ecc.

Ultimo aggiornamento ( Martedì 03 Settembre 2013 09:25 )

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Liturgia, la strada per trasmettere la fede

"Cose nuove e cose antiche: la liturgia a 50 anni dal Concilio) (64° settimana liturgica nazionale)

don adriano2«Bergamo vivrà questa Settimana liturgica con la consapevolezza di come papa Giovanni, attraverso il Concilio, ci abbia riconsegnato il grande tesoro della liturgia, che è culmine e fonte della vita della Chiesa. La liturgia è una delle questioni fondamentali del Vaticano II, attorno al quale ci sono state grandissime speranze ma anche grandi, e attuali, tensioni. Sappiamo bene quanto siano forti e decisivi i rapporti liturgia-evangelizzazione e liturgia-carità».

«Cose nuove e cose antiche. La liturgia a 50 anni dal Concilio». È questo il tema della 64ª Settimana liturgica nazionale che si apre lunedì pomeriggio a Bergamo con la celebrazione di Vespri solenni in Cattedrale presieduti dal vescovo della città, Francesco Beschi. Per presentare l’evento Avvenire ha sentito Felice Di Molfetta, vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano e presidente del Centro di azione liturgica (Cal) – storico organismo promotore dell’evento –, che subito dopo il momento di preghiera introdurrà e presenterà le giornate che verranno ospitate nel Seminario vescovile «Beato Giovanni XXIII» della diocesi orobica. Eccellenza, qual è il messaggio che la Settimana liturgica nazionale vuole lanciare in quest’anno?
L’intenzione è quella di fare memoria ragionata e quindi un bilancio obiettivo dalla riforma liturgica scaturita dal Concilio. Ed è significativo che tutto ciò sia stato programmato all’insegna del detto matteano: «cose nuove e cose antiche». Nel paragrafo 23 della <+corsivo>Sacrosanctum Concilium<+tondo> si parla di quella «sana traditio et progressio». La liturgia scaturita dal Vaticano II si è infatti inserita in una linea di «traditio» e «progressio», in una linea di continuità nella novità. Il problema è soprattutto cogliere il significato autentico della parola tradizione.

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La Madonna di Fatima e Papa Francesco

 

In ottobre la statua della Madonna lascerà il Portogallo per arrivare a Roma: il Papa vuole consacrare il mondo al cuore di Maria

Il prossimo 13 ottobre, nel giorno dell'ultima apparizione della Madonna di Fatima, Papa Francesco consacrerà il mondo al cuore immacolato di Maria. Un atto inserito nelle celebrazioni per l'Anno della Fede, che riprende le consacrazioni già compiute dai suoi predecessori, a partire da Pio XII fino ad arrivare a Giovanni Paolo II, e che attesta la particolare devozione mariana del Pontefice argentino. La statua originale della Madonna di Fatima, che porta incastonata sulla corona uno dei proiettili sparati contro Giovanni Paolo II nell'attentato del 13 maggio 1981, arriverà in piazza San Pietro il pomeriggio di sabato 12 ottobre, e Francesco sarà lì ad accoglierla. È la decima volta in poco meno di un secolo che l'effigie mariana conservata nella cappellina delle apparizioni di Fatima lascia il santuario portoghese. La sera, la statua sarà portata al santuario romano del Divino Amore, dove si svolgerà una veglia di preghiera. La mattina 13 ottobre, la statua tornerà in piazza San Pietro, dove, dopo il rosario, il Papa celebrerà la messa e consacrerà il mondo al cuore immacolato di Maria.

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Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

gesumaestro