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Gli Apostoli Pietro e Paolo, Alberione e la Famiglia Paolina (Elena Bosetti)

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“Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cor 9,16), ma in comunione “per non correre invano” (Gal 2,2)

PietroePaolo2Cosa dice alla Famiglia Paolina di oggi il fascino che l’apostolo Paolo ha esercitato su don Giacomo Alberione? Cosa significa e comporta per la nostra spiritualità apostolica? E come entrare a nostra volta in questo fascino, come lasciarci coinvolgere dai sentimenti del beato Giacomo Alberione? Parlo di fascino perché a mio avviso si tratta di un singolare incanto, che rapisce il cuore prima ancora della mente. Non si può certo dire che il nostro fondatore fosse un romantico… ma indubbiamente rimase affascinato dall’amore di Paolo per Gesù Cristo. Che cosa lo avvinceva di san Paolo? Direi il mistico e l’apostolo in massimo grado e in modo reversibile: Paolo mistico e dunque apostolo,apostolo perché mistico. Articolo questa riflessione in tre passaggi seguendo il racconto di Paolo nella lettera ai Galati. Lo schema che vorrei sviluppare è il seguente: 1) Conquistato da Gesù Cristo, Paolo vive di Lui: è tutto preso dalla passione di comunicare il Vangelo. 2) Paolo non si considera però un libero battitore, né intende “correre invano” nella predicazione del Vangelo. A tale scopo sale due volte a Gerusalemme per incontrare Cefa. La prima volta passa con lui 15 giorni (Gal 1,18): è più che una visita di cortesia! Vi ritorna una seconda volta con Barnaba dopo 14 anni e partecipa all’assemblea di Gerusalemme, il primo concilio della Chiesa.  3) Il riconoscimento del ministero di Pietro non impedisce in alcun modo l’evangelica franchezza: Paolo ad Antiochia contesta apertamente Cefa, perché “aveva torto” (Gal 2,11-14).

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 25 Giugno 2014 17:30 )

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Il futuro del cristianesimo

Ma non è l'era postcristiana
 
ascoltoSi potrebbe dire, rapidamente, che con l’Editto di Milano del 313 d.C. si stabilisce in Occidente la cristianità, messa in discussione, a partire dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese, dal processo di secolarizzazione. Ma messa in discussione anche nel cantiere della teologia cristiana, a partire - se vogliamo fare un nome significativo - da Bonhoeffer, in particolare dalle Lettere dal carcere del 1944 (edite nel 1951, e in edizione italiana nel 1968).  Che cos’è avvenuto? È avvenuto un passaggio dal discorso ecclesiologico al dibattito sul futuro del cristianesimo. Agli inizi del XX secolo, dopo la Grande Guerra, viene riscoperto e va imponendosi il tema della chiesa. È stato Romano Guardini, nei primi anni Venti del secolo appena scorso, a uscire in quell’espressione, che può essere assunta come diagnostica di uno dei lineamenti della teologia cristiana della prima metà del XX secolo: «Un processo di incalcolabile portata è iniziato: il risveglio della Chiesa nelle anime».

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Eucaristia-comunione con Cristo (Xavier Leon-DUFOUR)

 

Paolo in 1Cor 10,18 ci indica la strada che porta al vero significato della "comunione"

images paneIn 1 Cor. 10,18, vi è scritto che «Coloro che mangiano le vittime immolate sono in comunione con l'altare» e che la «partecipazione» al pasto culturale origina «comunione». Su che cosa si fonda questa affermazione? Questo effetto trova la sua origine in un principio ereditato da Israele. Un legame unisce insieme i convitati e la divinità alla quale vengono offerte le vittime.  In che cosa consiste tale «partecipazione», designata con i termini greci di «koinônìa» e di «mét-ékhô»? Si può estendere l'idea di «partecipazione» fino a quella di «comunione»? Nel significato greco abituale, la parola koinônìa significa che esiste una certa relazione tra delle persone a proposito di qualche cosa, una comunione di interessi o di pensiero in grado di costituire un tipo di società. Impiegato da solo, nel Nuovo Testamento, il termine può anche designare la «comunità di fede e di beni» che unisce i primi cristiani (At. 2,42) (...) In Paolo, che usa il termine secondo il suo significato greco corrente, la comunione con il Cristo esprime la «koinônìa del Figlio», ovvero «koinônìa del sangue, del corpo di Cristo». L'espressione sembra allora andare al di là del significato di semplice partecipazione per designare un'unione molto intima, una comunione veramente personale tra il fedele e Gesù Cristo, sia immediata, sia attraverso il pane e il calice.

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Omelie, il nemico è l'astrattezza (Raniero Cantalamessa)

 

La predicazione cristiana è comunicazione di esistenza e non tanto di dottrina astratta

1896762 660658210638799 1537222144 nLa predicazione alla Casa pontificia mi diede subito l’occasione di rendermi conto di quanto gli anni di studio all’università fossero stati preziosi. Essi mi avevano, per così dire, fornito una chiave con cui potevo ora aprire i magazzini della grazia e distribuirne i tesori (le Scritture, le intuizioni dei Padri della Chiesa, i grandi autori sacri e profani) al popolo di Dio. Non più ad alcuni pochi fortunati studenti, ma a un numero molto maggiore di beneficiari. Ero semplicemente passato dallo studiare ciò che avevano realizzato i Padri della Chiesa a fare io stesso quello che essi avevano fatto: formare, cioè, la fede e popolo, e non semplicemente scrivere gli uni per rispondere agli altri, in volumi metà testo e metà note. Quando mi capita l’occasione di parlare ai giovani e ai seminaristi dico loro: non seguite il mio esempio (a meno di una chiamata chiara a fare altrimenti), non lasciate gli studi; applicatevi più che potete. Un giorno tutto quello che avrete appreso e digerito lo distillerete per gli altri che ve ne saranno grati.

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Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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